L’Algeria rifiuta la trappola di un altro Bouteflika

Voto rimandato senza una costituente. Mentre il capo dell’esercito Gaid Salah che fa arrestare berberi, attivisti e leader di sinistra. Per spaccare le proteste.

21 Luglio 2019 09.00
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ll 5 luglio scorso, per l’anniversario dell’indipendenza dalla Francia, le strade dell’Algeria sono tornate a riempirsi di decine di migliaia di dimostranti. Agli ultimi venerdì dell’hirak, che in arabo vuol dire movimento, il seguito era un po’ calato. Ma nella data simbolica dell’affrancamento, la popolazione ha voluto dare un segnale di compattezza. E un monito a chi nel 1962 guidò la liberazione, ma poi per nazionalismo e autoritarismo ne ha snaturato gli ideali. Al punto da cercare di spaccare e incanalare anche le manifestazioni del 2019. Spinto il moribondo ex presidente Abdelaziz Bouteflika alle dimissioni, il nuovo uomo forte dell’Algeria è diventato il capo di Stato maggiore Ahmed Gaid Salah. Il suo passo di dichiarare inabile il capo di Stato ottuagenario, venendo incontro alla popolazione, non rappresentava come prevedibile un’adesione al processo democratico. Bensì una mossa obliqua per bloccarlo, tentando di comprare l’opposizione e di ammaestrare le folle. Alle ultime proteste Gaid Salah ha gettato la maschera, arrestando una quarantina di algerini che sventolavano la bandiera berbera, leader comunisti e attivisti per i diritti umani. «Un pericolo», ha affermato, «per l’unità nazionale».

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Le proteste in Algeria che hanno rovesciato Bouteflika. GETTY.

NO ALLA VIA EGIZIANA 

La forza degli algerini è la loro estrema consapevolezza.  Al contrario di troppi partiti dell’opposizione, non cadono nei tranelli del logoro apparato di potere e probabilmente perciò non riescono a trovare dei leader politici. Ma in compenso costringono gli autocrati al rinnovamento, rifiutando per esempio una via egiziana con un presidente come il generale Abdel Fattah al Sisi. Il Consiglio costituzionale è stato costretto a rimandare le elezioni del 4 luglio, alla scadenza del mandato del presidente ad interim, in mancanza di una nuova autorità elettorale e di una costituente, come ribadito nelle piazze. E il 12 luglio, per il 21esimo venerdì consecutivo di proteste, i dimostranti hanno replicato alle dichiarazioni militariste di Gaid Salah chiedendo «uno Stato civile non militare». Proibite le bandiere berbere («il tentativo di una piccolissima minoranza di infiltrarsi»), si è sfilato con i loro colori blu, verde e giallo sui visi. Per il leader berbero Said Sadi del Raggruppamento per la cultura e la democrazia (Rcd) che partecipa alle proteste «nel 2019 germogliano i semi per un’Algeria plurale piantati nel 1980», l’anno della Primavera berbera. Le manifestazioni di allora aprirono al riconoscimento della cultura e della lingua degli amazigh, emarginati anche dal regime militare dal Fronte di liberazione nazionale (Fln) di Bouteflika e Gaid Salah. 

Un islamista della Fratellanza musulmana è stato nominato presidente del parlamento

GLI ISLAMISTI NEUTRALIZZATI

Tuttora il numero due della Difesa usa la leva del nazionalismo arabo contro l’indipendentismo berbero, per spaccare il Movimento del 22 febbraio delle nuove proteste. È un gioco pericoloso, dopo la lungimiranza dimostrata dall’esercito nei mesi scorsi, perché potrebbe tornare a incendiarsi la Cabilia. La regione del Nord-Est contagiata dal jihadismo, dove si concentrano i quasi 10 milioni di berberi dell’Algeria (tra il 20% e il 30% della popolazione), ha una tradizione di grosse rivolte da tempi della dominazione romana. Il Fln di Gaid Salah ha avuto gioco facile a neutralizzare l’opposizione islamista, nominando questo luglio l’uomo della Fratellanza musulmana Slimane Chenine presidente del parlamento del post Bouteflika. Ma con i berberi, “uomini liberi” (amazigh) nelle loro lingua, è più dura: le popolazioni autoctone del Nord Africa si sono ribellate all’arrivo dei turchi, degli arabi, alla colonizzazione occidentale e infine al regime. In questi anni nella Cabilia sono cresciute anche pericolose frange nazionaliste, come avvenne tra gli islamisti durante la guerra civile tra il 1991 e il 2002 a causa della repressione dei militari e della loro emarginazione politica. Con il colpo di Stato che annullò la loro vittoria al voto democratico.

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Le proteste in Algeria hanno fatto saltare le elezioni truccate ad aprile e a luglio. GETTY.

OPPOSIZIONE: PIAZZA UNITA, PARTITI DIVISI

La transizione verso il multipartitismo, a vantaggio del fronte islamista, fu arrestata con la sospensione delle libertà democratiche. E risultati poi tragici. I vertici militari ne portano memoria e finora hanno evitato di fare lo stesso errore, nell’illusione forse di riuscire a irretire la giovane popolazione. Invece i milioni di algerini che protestano da febbraio preferiscono un processo più lungo, piuttosto che un altro presidente-dittatore. Per creare una Commissione elettorale indipendente e una costituente che riformi le leggi e i meccanismi istituzionali, parte delle forze dell’opposizione che stanno con il movimento popolare hanno aderito a una piattaforma di dialogo con il Fln, coordinata da personalità indipendenti. Il presidente ad interim Abdelkader Bensalah ha cercato fortemente il dialogo per sbloccare lo stallo, facendo grosse concessioni. Ma contemporaneamente il suo braccio destro Gaid Salah faceva arrestare leader del Partito dei lavoratori, attivisti, manifestanti berberi. Da ultimo anche l’eroe della guerra di liberazione Lakhdar Bouregaa, 86 anni, per «oltraggio all’esercito». I movimenti colpiti hanno rifiutato la roadmap con il Fln e la piazza sta con loro. Ma con un’opposizione divisa a livello politico il futuro dell’Algeria resta incerto.

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