Barbara Ciolli

Le proteste dei giovani algerini che non vogliono più Bouteflika

Le proteste dei giovani algerini che non vogliono più Bouteflika

01 Marzo 2019 13.33
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Il solido apparato di sicurezza smorza la portata delle proteste che, per la prima volta dalle Primavere arabe del 2011, si susseguono nella capitale e in diverse altre città dell'Algeria. E fuor di dubbio l'opposizione islamista e laica è in difficoltà a trovare un candidato unitario che possa minacciare il presidente Adbelaziz Bouteflika alle elezioni del prossimo 18 aprile: sta provando a far fronte comune, narrano le cronache politiche, ma senza successo, perché Bouteflika è un marchio di stabilità. In compenso l'annuncio dell'81enne, capo di Stato dell'Algeria dal 1999, di correre ancora, sebbene sia malato al punto di non apparire più e di non incontrare leader stranieri da anni, ha fatto eruttare una parte significativa e credibile della società civile.

IL MOVIMENTO MOUWATANA DI DJILALI

Tanti sono studenti, diverse università di stanno fermando, presidiate dalle forze dell'ordine. I cortei di migliaia di contestatori richiamati sui social network dal movimento che stavolta Soufiane Djilali, militante dell'opposizione dagli Anni 90, ha chiamato Mouwatana (Cittadinanza) non possono essere derubricati come il puntuale tentativo di un agitatore di far rumore sotto elezioni. Sì, Djilali, capo del partito Jil Jadid (Nuova generazione) fondato nel 2011 per cavalcare le rivolte, tenta a ogni tornata elettorale di emergere: ha bollato la quinta ricandidatura di Bouteflika come «catastrofica», un tentativo di «umiliare la gente». Ma non potrebbe fare altrimenti di fronte al 42% della popolazione algerina che ha meno di 25 anni e nella vita non ha visto altro che Bouteflika al potere. Per l'ultimo mandato in sedia a rotelle.

GLI INTELLETTUALI CON CHI MANIFESTA

Mouwatana chiede un governo di transizione, e con il movimento sono schierati anche 29 tra accademici e intellettuali algerini, in una dichiarazione di mobilitazione che riflette, senza captatio benevolentiae o altre strumentalizzazioni, il fermo immagine dell'Algeria dell'ultimo decennio e l'impellente richiesta di cambiamento: i firmatari si prendono la «responsabilità storica» di «non sottovalutare la volontà degli algerini scesi in strada» e di «armonizzarsi e sincronizzarsi con loro, in modo da poter trasformare la rabbia dei cittadini in un modello di profondo cambiamento politico per la costruzione di uno Stato moderno». Come i manifestanti, gli intellettuali denunciano i «vicoli di un regime caratterizzato da autoritarismo, mediocrità, clientelismo e corruzione». La lettera ha messo in moto proteste di migliaia di studenti delle facoltà di Algeri e di altre città anche delle scuole. Università e istituti sono stati accerchiati dalla polizia e dalle forze dell'ordine.

TRA GLI ALGERINI SI RIACCENDE LA HOGRA

Contro Bouteflika e per il rispetto della Costituzione hanno dimostrato anche gruppi di avvocati davanti al tribunale della capitale. Sulle bocche degli algerini sta tornando la parola hogra, l'insofferenza popolare per l'oppressione con l'abuso del potere e della forza che alla fine sfocia nelle rivolte. Bouteflika ha trionfato alle Presidenziali del 2014, con uno schiacciante 81%, per la sicurezza che l'apparato del Fronte di liberazione nazionale (Fln), al governo dall'indipendenza nel 1962, è riuscito a mantenere, mentre accanto la Tunisia e la Libia esplodevano. La radicalizzazione dei movimenti islamisti delle Primavere arabe e il suo successivo fallimento sono state la migliore garanzia per la conferma di Bouteflika, paraplegico da un ictus del 2013. Ma in grado di scongiurare, attraverso il capillare apparato di sicurezza, un ritorno alla guerra civile degli Anni 90.

Anche nel Fronte di liberazione nazionale non c'è accordo per un sostituto al presidente 81enne Bouteflika

LE RIVOLTE FALLISCONO, L'AUTORITARISMO RESTA

I 10 anni di atrocità e i quasi 200 mila morti, gli attentati e gli omicidi politici, sono un passato fin troppo recente per gli algerini che tutto vogliono tranne il ritorno della guerriglia con gli islamisti e il collasso statale vissuto dai libici e dai siriani. Ma il problema dell'autoritarismo all'origine delle rivolte d'Algeria, e 20 anni dopo in Tunisia, e poi in Egitto, in Libia e in Siria, resta: Bouteflika ha dato rifugio ai famigliari di Muammar Gheddafi, come anche il generale Abdel Fattah al Sisi in Egitto, a sua volta pagato per il golpe dall'Arabia Saudita che aveva dato asilo politico all'ex presidente tunisino Zine Ben Ali. L'alleanza tra i leader autoritari ha retto, come argine all'estremismo religioso, ma temporaneamente.

LA COMPETIZIONE TRA GENERALI DEL FLN

La controrivoluzione dell'Egitto non ha risolto i problemi economici, mentre si continua a volere democrazia. In Arabia Saudita la dinastia ultraconservatrice è costretta a riforme dittatoriali dall'alto che accontentino (sempre temporaneamente) i giovani. E anche la ricandidatura forzata di Bouteflika in Algeria è sintomatica del binario morto del Fln, malato internamente al punto da non trovare l'accordo per un nuovo leader per le Legislative del 2018. Tre generali, come anche al Sisi in Egitto insidiato da rami ostili dell'intelligence, sono in competizione tra loro per succedere un giorno a Bouteflika: il capo di Stato maggiore e vice-ministro alla Difesa Gaid Salah, il capo dei servizi di sicurezza Athmane Tartag e il vecchio e storico capo dell'intelligence Mohamed Mediene.

IL BLOCCO DI INTERNET E LA GUERRA SUI NUMERI

L'apparato corrotto e repressivo fa comodo, anche per bloccare i migranti e assicurare all'Europa provvigioni di gas. Gli incontri con i ministri, anche italiani, sono frequenti. Alle proteste non ci sono stati feriti, nonostante il divieto di manifestare: le contromisure sono state blande, contro i cortei che hanno raggiunto il palazzo presidenziale sono stati lanciati lacrimogeni. Ma è stata bloccata la rete internet e sui numeri c'è guerra: dai circa 20 mila algerini che avrebbero sfilato il 22 febbraio si sarebbe scesi ad alcune migliaia. È scattata la censura, anche se i media più slegati dall'apparato continuano ad aggiornare su Mouwatana. Il quotidiano Liberte ha pubblicato la dichiarazione degli universitari e organizzato un forum con Djilali che denuncia la «repressione».

LA RESA DEI CONTI ENTRO IL 2024

Tra le decine di dimostranti arrestati, 15 sarebbero membri del movimento. Bouteflika non parla in pubblico dall'ischemia: ridicolo riproporne la candidatura a un elettorato per il 70% giovane. Ciò nonostante, il candidato islamista moderato, Abderrazak Makri, e gli altri due leader laici di opposizione, l'ex premier Ali Benflis e il generale in pensione Ali Ghediri, sono schiacciati dal Fln: come anche Djilali, Benflis e il vero leader islamista dietro Makri, Abdallah Djaballah, hanno sfidato Bouteflika in passato e perso. Tentano di fare quadrato: anche se non ce la faranno e anche la gente si arrenderà di nuovo, la resa dei conti verrà alla scadenza del 2024. Un modello per l'Algeria potrebbe essere la Tunisia del delicato compromesso tra laici (anche del vecchio apparato) e islamisti.

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