Francesco Pacifico

Delta pronta a considerare Alitalia un partner di serie B

Delta pronta a considerare Alitalia un partner di serie B

Nei piani del vettore Usa la riduzione del numero di voli dell’ex compagnia di bandiera verso il Nord America. Tensioni al Mise e in Ferrovie. Un accordo con Atlantia resta lontano, mentre dietro le quinte si muove Lufthansa.

08 Luglio 2019 20.15

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“Degradata” a partner secondario sul mercato aereo più ricco del mondo, cioè quello nordamericano, dove le compagnie guadagnano in media 16,80 dollari a passeggero contro i 6,40 dollari in Europa e i 6,15 dell’Estremo Oriente. Studiando le ultime modifiche volute da Delta al piano industriale per rilanciare Alitalia, i dirigenti che al Mef, al Mise e in Ferrovie si occupano del dossier si sono trovati di fronte a una brutta e inaspettata sorpresa: nello schema previsto dal vettore americano l’ex compagnia di bandiera italiana perde nella alleanza aerea di Skyteam lo status di attore primario per diventare partner secondario sotto il cappello della stessa Delta, equiparata così alla controllata Aeromexico.

A RISCHIO ALCUNE TRATTE IMPORTANTI

In quest’ottica il ruolo e il peso di Alitalia (per non parlare delle possibilità di rilancio) cambiano in maniera assoluta: oggi la compagnia italiana collega direttamente Roma o Milano a sette città del Nord America, ma perdendo il suo status nella branca atlantica di Skyteam rischia di dover rinunciare ad alcune tratte importanti. Per compensare la cosa Delta avrebbe garantito al Mef, al Mise e a Ferrovie di lasciare agli italiani, utilizzando come base d’armamento Fiumicino, tutta la gestione del traffico aereo dai Balcani verso gli Usa. Un’ipotesi che ha fatto innervosire non poco le controparti.

IL MISE HA SMENTITO UNA PROROGA

Delta si sarebbe giustificata con la necessità di tutelare il suo investimento – non superiore ai 100 milioni – vista la difficoltà a trovare un partner finanziario che metta almeno 350 milioni nell’ex vettore di bandiera. Ma nel piano appena presentato ci sarebbero tre macchine di lungo raggio e 15 di medio oltre, soprattutto, a un migliaio di esuberi, smentiti dal ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio in più occasioni. Tutto questo avviene a pochi giorni – la dead line è il 15 luglio – dal termine ultimo per la presentazione delle offerte vincolanti per entrare in Alitalia. Il Mise ha smentito un’ulteriore proroga – sarebbe la quinta – e continua a trattare con i soggetti che finora si sono detti disponibili a partecipare all’operazione.

RESTA IL NODO DI ATLANTIA

Al momento il governo italiano può contare sui 100 milioni di euro di Delta, che dovrebbe prendere una quota tra il 10 e il 15%, sui 100 che il Tesoro inietterebbe in cambio degli interessi che gli sarebbero dovuti per il prestito ponte da 900 milioni, mentre altri 350 sarà costretta a metterli Ferrovie. Ma manca ancora chi dovrà impiegare la cifra rimanente per rilanciare la compagnia: non meno di 350 milioni di euro. In testa ai desiderata del governo resta Atlantia, ma la guerra portata avanti dai cinque stelle per togliere la concessione autostradale ha quasi allontanato dal deal i Benetton. I quali, in ottimi rapporti con la Lega, nei mesi scorsi avrebbero messo sul piatto la proroga per le concessioni sui tratti autostradali quanto per quelle aeroportuali. Ma va da sé che se Delta confermerà di limitare l’operatività della futura Alitalia, la famiglia di Ponzano – visti gli interessi a Fiumicino – considererà sempre meno appetibile tutta l’operazione.

Aerei della Delta Airlines.

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TORNA IN CAMPO L’IPOTESI LUFTHANSA

In questo caos la cassa del vettore langue, mentre il Mise e Ferrovie avrebbero iniziato a vedere le imprese – la famiglia Toto, il colombiano Germàn Efromovich, azionista di maggioranza di Avianca, il patron della Lazio Claudio Lotito – che si sono dette interessate e i loro consulenti. Tutti nomi che non piacciono a Delta e sui quali il governo nutre dubbi. Così, dietro le quinte, si rafforza l’ipotesi che alla fine torni in campo Lufthansa.
I tedeschi sono usciti dalle trattative dopo che lo scorso autunno furono di fatto messi alla porta da Luigi Di Maio. Da Colonia hanno fatto sapere che finché non cambia l’inquilino del Mise non riprenderanno in mano il dossier. In realtà, complici le pressioni di Palazzo Chigi e della Lega, Lufthansa starebbe rimodulando il suo piano: Roma, come annunciato, diventerebbe il quinto hub con voli non soltanto verso gli Stati Uniti ma anche verso il Sudamerica e l’Africa, e dalla Germania si sarebbero detti pronti a limitare sia gli esuberi sia il numero di macchine da mettere a terra. Nella prima versione si parlava di 5 mila licenziamenti (riassorbibili in base alla crescita di Alitalia), di cinque aerei a lungo raggio e di 60 a medio raggio da dismettere.

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