La storia del disastro Alitalia

19 Luglio 2018 07.22
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Alitalia non è un’azienda, è un luogo dello spirito (dei tempi), un misto di ubris e nemesi, tracotanza e disgrazia, che ne fanno un caso unico tra le compagnie di bandiera. Di Alitalia, anzi, del problema Alitalia, si parla dalla notte dei tempi. L’azienda per lungo tempo fu orgoglio del made in Italy, sinonimo di stile e persino di efficienza. Cesare Romiti, che per un periodo ne fu l’amministratore delegato, racconta che in quel ruolo si sentiva ambasciatore del Paese nel mondo, accolto con grande considerazione ovunque andava. Cosa è successo poi è figlio di uno sciagurato mix tra crisi del settore, incapacità dirigenziali, miopia della politica che sulla pelle della compagnia ha combattuto propagandistiche e assai meschine battaglie.

LE RESPONSABILITÀ DI BERLUSCONI

Il disastro Alitalia ha tanti colpevoli. Ma uno lo è più di tutti: se una decina d’anni fa Silvio Berlusconi non si fosse incaponito a tenerla, sarebbe finita dritta a Air France – come fortissimamente voleva Romano Prodi – all’esorbitante prezzo di quasi 2 miliardi di euro. L’incaponirsi del Cav nel volerne preservare l’italianità (concetto nel cui nome si sono combinati i più deleteri pateracchi) fu tra le disgrazie. Berlusconi, in pieno trance da campagna elettorale, si inventò una compagine di patrioti, per altro tutti desiderosi di compiacerlo in vista di future prebende, che privatizzò la società. Il resto è storia nota: i patrioti mostrarono ben presto il fiato e il portafoglio corti, alla guida della compagnia si alternarono più manager che allenatori nel Palermo, finché non arrivarono gli arabi e sembrò la panacea di tutti i mali. Etihad chiamò rappresentanti del Belpaese a lustrare l’immagine, la nuova Alitalia fu presentata in pompa magna in un tripudio di lustrini, nani e ballerine, con l’allora premier Matteo Renzi che si lanciò nell’ardita metafora del Paese che decollava insieme alla sua rinnovata compagnia. Le cui ali, fatte di cera come quelle di Icaro, si sciolsero ben presto sotto i morsi della crisi e di una gestione che ne fece una più di Bertoldo, tanto da costringere la magistratura a guardarci dentro.

L'ANNUNCIATA RINAZIONALIZZAZIONE DI TONINELLI

Via gli arabi, azienda in mano ai commissari governativi, col mandato di trovare prima possibile un compratore. Solo che, per insondabili interessi contrapposti, la vendita di Alitalia somigliava sempre più alla tela di Penelope: di giorno si tesseva, di notte si disfava. Ora, con il cambio di governo, l’ennesima non certo ultima puntata. Il rodomontesco ministro Toninelli ha deciso che la compagnia deve essere ri-nazionalizzata, che lo Stato deve avere il 51% e trovare un partner che ne possa condividere il 14esimo tentativo di rilancio. Immaginiamo la fila di pretendenti che si sta formando fuori dagli uffici della Magliana. Al ministro dei Trasporti i migliori auguri per il buon esito della geniale operazione.

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