Alpini tra due fuochi

Barbara Ciolli
18/01/2011

Afghanistan: Silvestri spiega perché i nostri sono più esposti.

Alpini tra due fuochi

Luca Sanna è la vittima numero 36. Ucciso martedì 18 gennaio nei pressi del villaggio di Bala Murghab, non lontano da Herat, dove gli sforzi del contingente italiano si stanno facendo sempre più impegnativi. Il suo corpo rientrerà in Italia venerdì, un’altra giornata di lutto nazionale.
Aveva 33 anni ed era ritenuto un esperto, alla sua seconda missione in Afghanistan. Non abbastanza, però, per fuggire al fuoco amico: quello di un infiltrato travestito da militare dell’esercito alleato. Impossibile riconoscerlo (leggi l’articolo sull’attentato in cui ha perso la vita il caporal maggiore Sanna e sulla reazione del ministro La Russa).
La sua morte è arrivata a soli 18 giorni da quella del caporal maggiore Matteo Miotto (leggi l’articolo), caduto in uno scontro a fuoco la notte di San Silvestro. Prova che la missione Isaf ha cambiato registro. «Nell’area nord-occidentale di Bala Murghab i militari italiani stanno portando avanti azioni non solo contro terroristi, ma contro la criminalità organizzata che esercita il controllo del traffico della droga lungo la frontiera. Ragione per cui sono più esposti ad attacchi anche mortali», ha spiegato a Lettera43.it Stefano Silvestri, dal 2001 presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai) e consulente del ministero degli Esteri e della Difesa.
La missione italiana in Afghanistan, secondo l’esperto, negli ultimi mesi è diventata più impegnativa anche perché, dal settembre 2010, il contingente Isaf ha assunto la responsabilità di un terzo distretto, il Gulistan, nel sud ovest del Paese: «Una zona in origine assegnata alla regione di nostra competenza, con base a Herat, ma poi controllata per ragioni strategiche e militari dagli americani: è la parte più difficile da gestire della regione, ad alto numero di insorti» 

Domanda. Con la morte di Luca Sanna, i connazionali che hanno perso la vita in Afghanistan sono ormai 36. È lecito parlare di scenario di guerra?
Risposta.
A mio avviso, per i distretti di competenza italiana, la definizione è inappropriata. Finora i soldati italiani uccisi sono risultati vittime di attentati di tipo terroristico, che purtroppo possono verificarsi, ma non di azioni militari nemiche, come avviene nel sud del Paese, dove sono impegnate le forze americane.
D. Il numero crescente di attentati dimostra comunque che la situazione sta peggiorando.
R.
Lo scenario si è indubbiamente indurito, anche perché il distretto in cui gli italiani sono subentrati alle forze Usa è il più instabile. La base di Bala Murghab, invece, in cui opera il reggimento degli alpini Cividale del Friuli di cui faceva parte il caporal maggiore Luca Sanna è impegnata sia in operazioni antiterroristiche, sia nella lotta alla criminalità organizzata che gestisce il traffico di droga, lungo il confine con il Turkmenistan.
D. Cambiare le regole d’ingaggio metterebbe i militari italiani più al riparo?
R.
Non ritengo ci siano i presupposti per arrivare a una simile decisione. Per cambiare le regole d’ingaggio è necessario un mutamento del quadro politico. Il che, finora, nei distretti della nostra missione non è accaduto. Se ciò avvenisse, l’impegno militare, anche in termini di mezzi e di armamenti, cambierebbe in modo notevole.
D. Significherebbe il via libera a vere e proprie operazioni di guerra?
R. Esattamente. Al contrario, l’obiettivo della missione internazionale Isaf-Nato resta quello di favorire la stabilizzazione dell’Afghanistan, con l’incarico di ricostruire le infrastrutture, assistere le istituzioni politiche locali e formare nuove forze dell’ordine afghane.
D. Quanto questi obiettivi sono stati raggiunti e quanti progressi sono stati fatti verso la normalizzazione del Paese?
R.
Il quadro in cui operano i ragazzi mi sembra ancora molto difficile. La mia impressione è che si sia lontani dal raggiungimento degli obiettivi della missione. Per questo motivo ritengo inopportuno, adesso, un ritiro dei contingenti: un Afghanistan con meno forze militari e più civili sarebbe ancora più pericoloso. Il bilancio, in ogni caso, sarà fatto tra il maggio e il giugno prossimi, insieme alle forze americane.
D. Dalle cronache dei media, i talebani sembrano resistere con forza ai soldati Usa. Parlare di ritiro equivale ad ammettere una sconfitta?
R.
Sono valutazioni che spettano agli americani. I talebani hanno messo in difficoltà le forza Usa soprattutto da quando la popolazione di etnia pashtun ha rifiutato il governo di Karzai, alleandosi con i miliziani. Per risolvere questo nodo, occorrere prendere decisioni molto difficili, a livello politico, su Kabul.