Fabiana Giacomotti

Macché conglomerati del lusso: siamo nati e moriremo artigiani

Macché conglomerati del lusso: siamo nati e moriremo artigiani

Le previsioni Altagamma sul fabbisogno professionale vanno lette in profondità. E ci riportano ai tempi rinascimentali. Da lì non ci siamo mai smossi .

02 Giugno 2019 09.00

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Giovedì mattina, con anticipazione la sera precedente per i soci, Altagamma ha presentato i dati di una ricerca, o per meglio dire di un’analisi, sul fabbisogno professionale nell’industria della moda e del lifestyle di lusso da qui al 2023. Oltre alla prima, meravigliosa sorpresa che molti manager e imprenditori siano convinti della sopravvivenza del pianeta almeno a un lustro (ironizzo, ma da qualche tempo siamo davvero circondati da catastrofisti modello Savonarola), i dati diffusi dall’associazione, con il supporto di Unioncamere, sono al tempo stesso confortanti, angoscianti e demoralizzanti. Li analizzeremo punto per punto, partendo dal conforto.

COME CAMBIA IL MONDO DEL LUSSO

Entro i prossimi cinque anni, moda, automotive, alimentare di lusso e hotellerie avranno bisogno di circa 236mila esperti. Perlopiù figure professionali a qualificazione medio-alta, cioè operatori e tecnici come progettisti di prodotti e materiali, tecnici del tessuto, prototipisti, ma anche “addetti alla reception”, housekeeper cioè governanti. Dunque, c’è molta richiesta di lavoro. Evviva. Proseguiamo approfondendo la materia nel campo semantico dell’angoscia. Cito lo studio: «Il livello di istruzione maggiormente richiesto è quello secondario (cioè i diplomati), post secondario (istituto tecnico superiore) o di qualifica professionale, anche se la tendenza ad assumere laureati risulta in crescita: un dato che andrebbe correlato a quello più generale del mercato del lavoro italiano, per cui nello stesso quinquennio dovrebbero entrare nel mercato del lavoro solamente 665 mila laureati, mentre ne servirebbero fra gli 800 e i 900 mila, soprattutto nell’area tecnico».

I nostri figli possono serenamente fermarsi al diploma di perito tessile e/o darsi all’artigianato.

Prima considerazione: i nostri figli possono serenamente fermarsi al diploma di perito tessile e/o darsi all’artigianato. Oppure, ma in misura minore, scegliere di laurearsi nelle materie scientifiche. Non è una novità: le aule delle nostre università traboccano di aspiranti avvocati e studiosi di comunicazione di cui non c’è alcun bisogno, votati a fare la fame o ad adattare le proprie capacità ad altre esigenze. Un po’ è colpa dei genitori, soprattutto al Sud, dove il figlio laureato rappresenta tuttora il primo gradino di una scala sociale ormai difficilissima da salire, e quello diplomato in materie classiche sempre meglio di niente. Il sogno dei genitori è l’avvocatura o l’economia, per le quali ci vorrebbe il genio, ma talvolta basta l’impegno. Ingegneria, matematica, informatica, richiedono invece doti visibili, evidenti, quasi sfacciate, che non tutti hanno, e che le nostre scuole primarie comunque non coltivano, o coltivano poco. Il “genietto della matematica” in Italia è considerato una curiosità, un fenomeno (quasi) da baraccone, mentre una pur minima inclinazione artistica viene del tutto sopravvalutata. Da qui, la prima considerazione desolata: i nostri figli si laureano poco (siamo agli ultimi posti in Europa, è noto), lo fanno malamente, cioè in discipline per le quali non c’è richiesta, ma soprattutto disprezzano il lavoro manuale.

ITALIANI POPOLO DI ARTIGIANI

Bisogna capirli, e un po’ di rabbia questa ricerca, vi devo dire, mette anche a me: nonostante tutti i tentativi, non siamo riusciti a sollevarci dallo status di eccellenti artigiani per i quali venivamo riconosciuti ancora nel Rinascimento. Maestri di spada, d’ascia cioè di navi, tessutai, vignaioli eccetera. Date per scontata l’evidenza che adesso queste figure necessitino di competenze tecnico-ecologiche, notazione di Altagamma che mi pare ovvia: artigiani siamo stati, siamo, e tali ci viene chiesto di restare. Noi italiani non abbiamo mai cambiato la nostra natura; le grandi imprese, il modello del conglomerato industriale-finanziario su modello francese, o svizzero, o americano, continua ad essere lontano dalla nostra portata perché lontano dal nostro modo di essere, e in questo gli eventuali aiuti di stato, i supporti alle imprese, servono fino a un certo punto.

SERVE UN CAMBIAMENTO PROFONDO

È il nostro spirito che deve cambiare; lo stesso spirito che, in un Paese moralista come il nostro, ci porta a idolatrare appunto il genio artistico e letterario a vituperare quello finanziario, essendo la finanza notoriamente collegata al denaro, cioè allo sterco del diavolo. Siamo dei bravi individualisti ma, non avendo un sistema che ci invita e ci sostiene nel fare altro, nel destinare le nostre capacità alla ricerca, allo sviluppo, alla matematica e a tutte quelle imprese che cambiano il volto di un paese, restiamo ancorati alla fase uno dello sviluppo industriale: la manifattura. Spesso, come si sa, gestita e posseduta da imprese straniere, dove invece le competenze tecnico-finanziarie vengono coltivate, apprezzate, premiate. Le nostre imprese sono prede relativamente facili. «Il lavoro nella manifattura viene considerato socialmente modesto o troppo umile e faticoso» , chiosa Altagamma. Ha ragione, ma il quadro è molto più complesso di così, e per mutare deve incidere su dinamiche ben più profonde. Fossi in Altagamma, cercherei di lavorare meglio con la scuola. Partendo da quella primaria, però.

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Commenti: 1

  1. Popolo di poeti, Santi, navigatori e …artigiani

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