La resistenza sulle alture del Golan consegnate da Trump a Israele

25 Marzo 2019 20.09
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L'ultimo regalo degli Stati Uniti a Israele sono le alture siriane del Golan. Dopo Gerusalemme che per la Casa Bianca è la capitale solo dello Stato ebraico, il 25 marzo Donald Trump ha firmato il decreto per riconoscere a Benjamin Netanyahu, come primo ministro israeliano, i territori occupati da oltre mezzo secolo e annessi dal 1981 nonostante le condanne delle Nazioni Unite e della comunità internazionale.

Il momento non potrebbe essere più opportuno per il leader conservatore del Likud, che, in corsa per un quinto mandato al voto anticipato del 9 aprile 2019, è schiacciato dalle inchieste giudiziarie e seriamente minacciato dagli avversari politici. Ma è il meno opportuno per la Siria che, alla fine di una catastrofica guerra civile tra il regime e le forze democratiche e contro i terroristi islamici dell'Isis e di al Qaeda, vede rinfocolarsi il conflitto con Israele (e tra Israele e l'Iran) sul Golan.

L'ALTOPIANO STRATEGICO E FERTILE

Davvero non c'è mai pace per la popolazione siriana. Bashar al Assad che ha vinto i ribelli e i jihadisti grazie all'Iran, si è dichiarato determinato a recuperare, attraverso «tutti i mezzi disponibili», la zona dove Israele «viola una serie di risoluzioni dell'Onu e in particolare al 497».

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Non è un caso se le operazioni mirate di Israele nel territorio siriano si sono intensificate nell'ultimo anno, quando i pasdaran iraniani hanno man mano moltiplicato le basi nei territori riconquistati di Assad: da lì, come dal Libano e dalla Palestina, partono i razzi verso gli insediamenti israeliani, in questo caso sul Golan. Contese da secoli per la grande fertilità e la collocazione strategica, le alture dove gli israeliani sciano e drenano risorse sono state un tassello centrale della costituzione in Stato, durante il '900, dell'ex protettorato francese, e restano nel ricordo e nel senso di appartenenza di tutti i siriani.

IL GOLAN ARCHETIPO DELLA SIRIA DAL 2011

Alla XXII esposizione della Triennale di Milano Broken Nature il collettivo libanese-siriano The Sigil ha dedicato la sua ultima opera alla natura e alle popolazioni ferite del Golan, dove si trova anche una parte dell'installazione. Raccontano gli artisti nell'affresco per immagini e racconti The Birdsong, sulla storia e le culture della Siria, che gli abitanti «senza Stato e per lo più dimenticati» del Golan sono un «archetipo della condizione siriana contemporanea». Là dove con la Guerra dei sei giorni iniziò l'usurpazione delle terre, la demolizione delle case e la sistematica violazione dei diritti di base, possono tornare a concentrarsi le violenze. Come i palestinesi la maggior parte degli autoctoni, oltre 100 mila siriani prima dell'invasione nel 1967 soprattutto della minoranza dei drusi, è stata costretta a scappare. Chi è rimasto è apolide, «rifiuta la giurisdizione e le leggi amministrative introdotte illegalmente».

L'INSTALLAZIONE DEI SIRIANI SULLE ALTURE OCCUPATE

Dal 2011 ricorda anche The Sigil che molti di loro hanno deciso di «partecipare alle proteste popolari, pienamente consapevoli che le battaglie contro molteplici forme di aggressione e di ingiustizia sono in realtà una sola»: gli aggressori israeliani e il regime antidemocratico di Assad sono due facce delle stessa medaglia. Per l'ultima installazione il collettivo ha piantato nel Golan occupato uno spaventapasseri simbolo della «paura», ma anche di difesa, e una coltivazione di mele irrigate con l'acqua sottratta alla popolazione (circa due terzi del fabbisogno idrico di Israele viene dai serbatoi controllati sulle alture), segno di «sopravvivenza, resistenza e attaccamento alla propria terra». Prima il collettivo aveva costruito un mulino a vento a Ghouta, la periferia di Damasco target di più attacchi chimici, che ha portato elettricità a un ospedale, e un pozzo a Daraa, nel Sud della Siria, che dà acqua a un campo profughi.

Non potevamo più limitarci all'estetica, dovevamo fare qualcosa di utile in Siria. Architetture di resistenza

L'ACQUA PORTATA A DARAA E L'ELETTRICITÀ A GHOUTA

Tiene a precisare a Lettera43.it Khaled Malas, componente siriano del collettivo che si definisce «architetto della resistenza», che i servizi portati nelle zone più critiche sono gratuiti. Le infrastrutture devono essere economiche e dare poco nell'occhio: il mulino a vento è stato bombardato. Il pozzo sopravvive perché solo un gruppo di attivisti locali (la Higher Commission for Civic Defense ) conosce dove è attinta l'acqua. Nel Golan il fazzoletto di terra nelle mani dei siriani resisterà se non arriveranno le ruspe israeliane o, come denuncia Israele, l'esercito di Assad e i rinforzi iraniani e libanesi. Malas è nato a Damasco e ha poi frequentato l'università a Beirut, come gli altri tre membri del collettivo. Vive tra la capitale libanese e New York, dove ha studiato arte e insegna alla Columbia University, perché con Assad non può rientrare in Siria. Allo stesso modo The Sigil denuncia le violenze delle bande armate di criminali e jihadisti proliferate dal 2011, come anche le violazioni e le violenze dei colonialisti che si sono succedute nel territorio della Siria.

LA SOCIETÀ SIRIANA CHE CHIEDE (ANCORA) DEMOCRAZIA

Il pensiero di impegnarsi attraverso l'arte, con la guerra è diventato un «imperativo». «Non potevamo più limitarci all'estetica, dovevamo fare qualcosa di utile», spiega Malas che con gli altri designer e architetti Salim al Kadi e Alfred Tarazi, libanesi, non entra in Siria, ma affida i progetti alle reti pacifiche di dissidenti: una società civile che ha perso voce ed eco con la lotta armata e con la barbarie. Ma che come l'attivista di Radio Fresh Raed Fares, morto nel novembre scorso, non ha abbandonato il Paese e continua anzi a rischiare la vita nella lotta per la democrazia. Anche nel Golan dei volontari del posto curano l'installazione. Jana Traboulsi, illustratrice e artista cofondatrice del collettivo, ha trasformato l'opera dello spaventapasseri sulle alture in uno story telling di immagini e storie che accompagnano il visitatore della Triennale nei 2 mila anni della faticosa – e ricca – costruzione di identità della Siria.

L'ACQUA, IL PETROLIO E LA POSIZIONE CHIAVE DEL GOLAN

Dalla nascita nel 2014, The Sigil ha esposto alle Biennali di Marrakech e di Venezia. The Birdsong è un persorso delicato e lirico, di memoria e di critica sociale e politica sulla Siria e sugli avvenimenti che l'hanno stravolta, cercando di cancellarne parte della storia. Del Golan si ricordano nella mostra anche la vita e le canzoni di Asmahan, drusa, dei tempi d'oro quando l'abbondanza dei frutti coltivati sulle alture a Nord-Est del Lago di Tiberiade, raggiungeva ancora Damasco, Beirut e, da Gaza e dagli altri porti della Palestina, l'Egitto e altri possedimenti ottomani. L'acqua, nel Golan una delle maggiori riserve del Medio Oriente, è l'oro per terre desertiche come è in diversi punti anche Israele. Ma sulle alture è stato di recente trovato anche del petrolio e, dalle vette militarizzate, lo sguardo dei soldati israeliani va ben oltre la zona cuscinetto concordata con la Siria. Si allunga alla Galilea palestinese, alla Giordania e a Damasco, spingendosi fino al Libano degli Hezbollah.

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