«Alziamo la voce con l’Islam»

Redazione
11/10/2010

di Manuela Borraccino «Non si può più tacere. Non ci basta più avere libertà di culto: vogliamo vivere da cittadini...

«Alziamo la voce con l’Islam»

di Manuela Borraccino

«Non si può più tacere. Non ci basta più avere libertà di culto: vogliamo vivere da cittadini liberi». E ancora. «Basta mescolare fede e Stato. È ora che si dica con fermezza la verità ai fratelli musulmani. Non è tacendo che otterremo giustizia o che faremo progredire le società islamiche. Se non lo faremo, saremo sempre alla mercè dei più estremisti e violenti».
Non usa mezzi termini Joseph Younan, siriano, 66 anni, patriarca di una Chiesa unita a Roma dal 1662: 14 vescovi e 150mila fedeli che vivono per metà in Medio Oriente (fra Iraq, Siria, Libano, Egitto, Giordania, Israele e Territori palestinesi, Turchia) e per metà negli Stati Uniti e in Canada. Younan è il più giovane dei quattro presidenti del Sinodo speciale per il Medio Oriente, iniziato l’11 ottobre 2010 in Vaticano.
Carismatico ed energico, è considerato una personalità di spicco nell’episcopato mediorientale, esponente dell’ala che chiede alla comunità internazionale maggiori pressioni sui regimi arabi per le riforme democratiche. Ordinato sacerdote nel 1971 e con un dottorato in filosofia e teologia alla Pontificia Università Urbaniana, per anni è stato direttore del seminario maggiore in Libano e parroco in Siria prima di essere destinato nel 1986 alla comunità diasporica del New Jersey (Usa). Nel 1995 Giovanni Paolo II ha eretto la diocesi di Our Lady of Deliverance dei siro-cattolici per gli Stati Uniti e il Canada e lo ha nominato primo vescovo. Dal 2009 è Patriarca di Antiochia dei Siri (Libano).
Domanda. Il 10 ottobre 2010 il Papa ha aperto il Sinodo chiedendo che in Medio Oriente sia garantito «il diritto umano fondamentale di vivere dignitosamente nella propria patria». Che fare perché questo messaggio arrivi ai governi?
Risposta.
Il Papa ha parlato in modo chiaro e puntuale, come sempre, di una situazione rispetto alla quale non si può più tacere. Non ci basta più avere libertà di culto: vogliamo vivere da cittadini liberi. Chiediamo né più né meno che il rispetto dei diritti umani fondamentali sanciti dall’Onu nel 1948: il diritto alla libertà di religione e di cambiare religione.
D. È uno dei temi del Sinodo?
R.
A mio avviso sarà il tema centrale del Sinodo. Abbiamo portato a Roma le ansie dei nostri fedeli, che vogliono risultati concreti e, soprattutto i più giovani, una prospettiva di futuro per non emigrare.
D. Come si potrebbero placare queste ansie?
R.
Credo che le Nazioni Unite e i paesi più influenti nella politica internazionale debbano insistere molto di più per il rispetto della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
D. Che riscontro avete sul tema dei diritti umani con i leader musulmani nei vari Paesi?
R.
A mio avviso è ora che il dialogo diventi più autentico e che, come dice il Papa, si dica con fermezza la verità nella carità ai fratelli musulmani, perché non è tacendo che otterremo giustizia o che faremo progredire le società islamiche. Se non faremo questo, saremo sempre alla mercè dei più estremisti e violenti.
D. Ma che cosa vi dite negli incontri interreligiosi?
R.
Negli incontri interreligiosi si parla di rispetto e convivenza ma nella prassi, soprattutto in Iraq, tutto questo non esiste.
D. La comunità internazionale non si fa sentire abbastanza?
R.
Dovrebbe fare molto di più per far arrivare ai regimi del Medio Oriente questo messaggio: siamo nel XXI secolo, basta mescolare fede e Stato. Come cristiani vogliamo giustizia, e il diritto di poter vivere e prosperare nei nostri Paesi dove viviamo da 2 mila anni. Da 13 secoli siamo sì minoranze, ma non minoranze importate. Vogliamo affermare i diritti di cittadinanza dei cristiani, che non sono meno figli delle loro nazioni per non essere musulmani. Bisogna che le classi dirigenti musulmane lo capiscano. E che capiscano che svuotare il Medio Oriente dai cristiani sarebbe una sconfitta per tutti.
D. Lei vive a Beirut e viaggia spesso in Iraq. A sette mesi dalle elezioni, che prospettive vede sull’accordo per la nomina del premier uscente Nouri Al Maliki a primo ministro?
R. La situazione in Iraq è sempre tesa e allarmante: se dopo sette mesi ancora non si riesce a formare il governo è perché evidentemente chi ha responsabilità di decidere non ha a cuore il bene dei cittadini.
D. La comunità cristiana come vive la situazione?
R.
Questa instabilità genera angoscia: ormai quasi la metà dei 700 mila cristiani che vivevano in Iraq se ne è andata. Solo a Beirut ormai accogliamo almeno tre famiglie a settimana provenienti dalla nostra comunità di Karakoch. Prima della guerra il Libano era l’ultimo posto dove pensavano di emigrare: oggi è tale l’insicurezza e l’assenza di prospettive, soprattutto tra i giovani, che l’esodo dalla piana di Ninive è inarrestabile. Rivolgiamo ancora una volta un appello alle grandi potenze perché aiutino l’Iraq a formare un governo stabile che lavori per la sicurezza del Paese.
D. Anche in Libano c’è preoccupazione per la crescente tensione fra sciiti e sunniti sui mandanti dell’omicidio Hariri. Come giudica la situazione politica?
R.
Sono anni che in Libano viviamo questa tensione fra queste due correnti, Hezbollah da una parte e la maggioranza di governo sunnita dall’altra. I cristiani sono divisi su tutto. E anche questo, purtroppo, influisce pesantemente sull’esodo dal Paese, con un impatto drammatico all’interno delle comunità: vi sono famiglie nelle quali è in corso uno scontro politico e generazionale, con i figli che si mettono contro i genitori. Diciamo che almeno in Libano l’intervento delle Nazioni Unite e l’influenza delle grandi potenze hanno difeso la legalità e la volontà del popolo, impedendo finora una degenerazione.
D. Il Sinodo inizia mentre l’Italia è colpita dall’assassinio di quattro soldati in Afghanistan…
R. Voglio dire innanzitutto che amiamo l’Italia e il popolo italiano. Come vescovi mediorientali ringraziamo i soldati italiani che si sacrificano per la causa della libertà, della democrazia e dello sviluppo dei popoli più svantaggiati, in particolare in Afghanistan per le donne e i bambini. Abbiamo la certezza che questi sacrifici non verranno perduti. Vogliamo esprimere la nostra fierezza per questi sacrifici eroici dei quali tutti gli italiani, in particolare i giovani, devono essere orgogliosi.