Il piano diabolico dietro la sfiducia dell’ad di Tim Amos Genish

13 Novembre 2018 19.44
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Sacrificato, in primo luogo, per la vicinanza ai francesi di Vivendi. Che, non a caso, hanno provato anche a bloccare la sfiducia all'ex amministratore delegato, poi votata dal consiglio di amministrazione. Ma soprattutto Amos Genish è stato immolato dal fondo Elliott in nome di una trattativa durissima con il governo, che punta a ottenere quello che sembrava impensabile per Telecom: in cambio dello scorporo della rete si vuole strappare il monopolio nell'accesso alla nuova futura infrastruttura "nazionalizzata"; investimenti a carico dello Stato sulla banda larga indispensabili anche per sbloccare il 5G; e – vero obiettivo della partita – spazzare via ogni paletto (normativo e regolamentare dopo la delibera dell'Agcom del 2017 contro Vivendi) che possa impedire un matrimonio tra Telecom Italia e Mediaset.

SFIDUCIA PASSATA GRAZIE AI CONSIGLIERI IN QUOTA CDP

Il fondo Elliott – sotto la guida del rappresentante italiano Paolo Scaroni – prende in contropiede amici e nemici e rimescola le carte in Telecom, con un progetto a media e lunga scadenza, che poco si confà a un hedge fund come quello americano. Nella mattinata del 13 novembre – un po' a sorpresa – ha portato in cda la sfiducia dell'ad di Tim Genish, passata senza grandi difficoltà (10 contro cinque) grazie ai consiglieri in quota Cassa depositi e prestiti (Cdp), azionista del 5% dell'ex monopolista.

FRANCESI SORPRESI DALLA MOSSA DEGLI AMERICANI

Dalla Cina, dove era in missione, il manager israeliano ha parlato con la Reuters di «un putsch in stile sovietico», dichiarando di voler rimanere nel board «per combattere e difendere i diritti di tutti gli azionisti». Ma stando agli americani, paga le performance poco brillanti: un rosso di oltre 800 milioni nei primi nove mesi dell'anno, a causa di una svalutazione sulle attività domestiche da 2 miliardi di euro. Nella city finanziaria, però, sono in pochi a crederci. Anche perché a tutti è stato subito chiaro il messaggio all'altro grande azionista dell'azienda, Vivendi con il 23,9%, che da settimane minaccia di impugnare le delibera dell'assemblea della primavera 2018 per chiederne una nuova e nominare suoi rappresentanti in consiglio. Per la cronaca, i francesi avevano deciso di attendere la primavera e i progetti del governo sulla banda larga prima di sferrare l'attacco, ma a quanto pare sono stati sorpresi non poco dalla mossa degli americani, convinti che nell'ultima riunione del cda si sarebbe parlato soprattutto della svalutazione dell'infrastruttura.

DI MAIO PREPARA UNA «SOCIETÀ PUBBLICA DELLA BANDA LARGA»

Ed è proprio questo il motivo che sta alla base della defenestrazione di Genish. L'amministratore delegato uscente avrebbe preso posizione sul futuro della rete con uno schema che ricalca quello di Vivendi: scorporo dalla casa madre dell'infrastruttura, ma tenendo il controllo sotto l'ombrello di Telecom. Un approccio che non piace al governo, che con il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha dato come imminente il via a «una società pubblica della banda larga».

IL MANAGER OSTACOLAVA I PIANI GOVERNATIVI

Da ambienti governativi dicono di essere stati soltanto informati da Elliott della sortita, ma di non aver avallato il licenziamento di Genish. Il quale stava portando avanti anche accordi commerciali con Vodafone e Open Fiber. Fatto sta che con questa mossa gli americani – e il loro socio Cdp, il vero player nella futura società della rete – riaprono il tavolo con l'esecutivo e gli regalano la testa del manager che si era messo di traverso rispetto ai piani di Di Maio &Co, mettendo al suo posto un italiano, cioè l'ex vicepresidente Fiat, Alfredo Altavilla. Tanto che in molti rivedono quanto era successo l'estate del 2016, quando Vincent Bollorè fece fuori Flavio Cattaneo per siglare la pace con l'ex premier Paolo Gentiloni e con l'ex ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, aumentando le deleghe a Franco Bernabè.

UN PATTO CON OTTICA SULLA GALLINA DALLE UOVA D'ORO DEL 5G

In questa negoziazione il fondo Elliott mette la disponibilità a scorporare la rete Telecom e accettare – dietro un equo ristorno – che sul modello Terna o Snam retegas questa confluisca in una nuova azienda sotto l'ombrello pubblico, che "ospiterà" anche l'infrastruttura di Open Fiber, controllata da Enel e Cdp. In cambio però gli americani avrebbero proposto condizioni molto dure al governo. In primo luogo devono andare avanti gli investimenti sulla banda larga, che è propedeutica per appoggiare la tecnologia 5G, vera gallina dalle uova d'oro nel futuro per il mondo dell'Information technology (It). Il tutto, chiaramente, con soldi pubblici. Sempre gli statunitensi avrebbero chiesto di mantenere per l'ex monopolista un accesso prioritario all'infrastruttura per non perdere quote di mercato. Poi c'è il capitolo Mediaset.

BERLUSCONI SI ERA OPPOSTO ALLA SCALATA DI VIVENDI

Sia il socio di maggioranza Vivendi sia la famiglia Berlusconi da tempo vagheggiano un matrimonio tra l'ex monopolista telefonico e il Biscione. Il progetto era saltato quando Bollorè si era opposto all'acquisto della pay tivù Mediaset premium e aveva provato a scalare il colosso televisivo italiano, sfiorando il 30% dell'azionariato. Silvio Berlusconi in persona aveva mobilitato l'ex governo per sbarrare la strada al bretone, strappando anche una delibera all'Agcom, che – seguendo i dettami della legge Gasparri – impediva a Vivendi di chiudere l'operazione. Questa delibera, secondo il commissario Agcom Antonio Nicita, è ancora valida anche dopo i ribaltoni negli equilibri di controllo di Telecom. «Noi», ha spiegato alla Reuters, «abbiamo considerato l’influenza notevole che c’è quando una società supera il 10% nel capitale di un’altra. Loro (Vivendi, ndr) potranno fare anche ricorso… ma il cambio di governance non modifica la situazione che Agcom ha valutato a suo tempo».

TELECOM SENZA LA RETE SCENDE SOTTO I LIMITI IMPOSTI DALLA LEGGE

In teoria, liberandosi della rete, Telecom scenderebbe sotto i limiti imposti dal Sic (Sistema integrato delle comunicazioni) della Gasparri, che pone forti tetti «al cumulo dei programmi e alla raccolta di risorse economiche». In quest'ottica potrebbe fondersi con Mediaset, che a sua volta supera nel Sic il 10% dei ricavi. Ma c'è pur sempre la delibera dell'Agcom dell'estate 2017 a bloccare ogni velleità di fusione o di accordi commerciali, che dovrà essere cambiata se il progetto di matrimonio con il Bisdcione andrà avanti.

NELLE RETROVIE SI MUOVE ANCHE STARACE DI ENEL

Queste sono le intenzioni del fondo Elliott, che ottiene il plauso del mercato (il titolo Tim ha chiuso con +3,2%) e dalla sua avrebbe anche l'appoggio della Lega. I cinque stelle avrebbero idee diverse: guardano a un'infrastruttura totalmente pubblica, che garantisca un accesso paritario a tutti gli operatori. Soprattutto, mai e poi mai favorirebbero un progetto industriale che porterebbe soldi e vantaggi al nemico storico Berlusconi. In questo caos si attende la contromossa di Vivendi e si muove nelle retrovie anche Francesco Starace, ad di Enel, da sempre contrario a far confluire la sua Open Fiber in una società della rete. Lui è forse l'unico boiardo di Stato ad avere un rapporto molto forte con i pentastellati: si sarebbe candidato insieme con Cdp per comprare la rete di Telecom, così da creare un gestore totalmente pubblico e focalizzato sulla cablatura a banda larga. Ora però si attende la contromossa di Vivendi, che non vuole abandonare i progetti di conquista di Mediaset, ed è pronta a fare la sua battaglia contando sulla sua influenza sull'asse MadiobancaGenerali, e su una compagine di governo certo meno ostile della precedente.

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