Facciamola finita con la litania del Bel Paese

Giorgio Triani

Facciamola finita con la litania del Bel Paese

Lo storytelling dell'Italia culla della cultura e dell'ingegno rispolverato dai sovranisti è smentito dalle classifiche internazionali che ci dipingono arretrati e inchiodati al passato.

22 Giugno 2019 08.00
Like me!

Ego italico fuori controllo. A giorni alterni, tra sparate e minacce nazionaliste. Giovedì ha tenuto banco il vittimismo del premier Giuseppe Conte: «L’Europa ci vuole punire». Insopportabile come la narrazione sovranista di un Paese che non c’è (più). Ovvero l’Italia da cartolina «dai natali illustri di poeti, santi, navigatori, inventori…». Immersa nella bellezza, ieri patria di Leonardo oggi degli artigiani più creativi del Pianeta.

ABBIAMO DELAPIDATO UN PATRIMONIO UNICO

Ora che siano Vittorio Sgarbi, Oliviero Toscani e Oscar Farinetti a ricordacelo ancora ci sta. Ci sta meno se è Matteo Salvini a ripeterci che noi italiani siamo i migliori e che è ora che l’Europa ne prenda atto. Oppure la Coldiretti che un giorno sì e l’altro pure ribadisce che il made in Italy alimentare è così buono che tutti ci copiano. In entrambi i casi, assunti come categorie estreme, credo dovrebbe cessare questa litania del Bel Paese. Perché è vero che abbiamo una luminosa cultura millenaria. Il problema però è che negli ultimi 20 anni e segnatamente nell’ultimo decennio, abbiamo dilapidato e stiamo dilapidando un patrimonio unico.

Eravamo la culla del diritto, patria di Beccaria, ma ora veniamo molto spesso sanzionati dalle corti europee per arretratezza legislativa e disumanità delle pene

LEGGI ANCHE: Se il peggior nemico del capitalismo è il capitale

RIPRESA ECONOMICA AL LUMICINO

Tutte le classifiche culturali, con rare eccezioni, ci vedono infatti agli ultimi posti fra i Paesi economicamente più sviluppati. E in alcuni casi il primato negativo ce lo giochiamo con Paesi economicamente più arretrati di noi. A riprova che capitale economico e capitale culturale non viaggiano di pari passo. Qui però, se consideriamo l’economia, dobbiamo segnalare che nell’ultimo decennio l’Italia è passata, come ricchezza nazionale, al decimo posto nel mondo. Era ottava nel 2008. Tranne la Francia, che però è calata meno di noi, tutti gli altri Paesi (Usa, Canada, Australia, Germania, Regno Unito, Giappone) sono cresciuti come ricchezza pro-capite. La grande depressione del 2007 ha investito tutti i Paesi occidentali, ma dei membri del G8 ha “ammazzato” solo noi. Che infatti non ci siamo ancora ripresi.

LEGGI ANCHE: Benvenuti nell’età dell’eccesso

LE CLASSIFICHE CHE DISTRUGGONO I LUOGHI COMUNI

Ma aggiunto che forse delle due povertà (culturale ed economica) è peggiore la prima, torniamo ai tanti primati culturali negativi dell’Italia che fanno strage di numerosi luoghi comuni e insulse retoriche, dei quali amiamo però compiacerci. Eravamo la “culla del diritto”, patria di Beccaria, ma ora veniamo molto spesso sanzionati dalle corti europee per arretratezza legislativa e disumanità delle pene (ultima quella dei giorni scorsi sulla permanenza del “fine pena mai”). D’altronde che il nostro sistema, in quasi tutte le sue articolazioni, sia opaco, per usare un mezzo eufemismo, viene da anni segnalato da Transparency International. Nel suo ultimo rapporto, la classifica del Corruption Perception Index, ci colloca al 53esimo posto, preceduti da Paesi come il Rwanda e Malta.

Siamo penultimi in Europa per copie di giornali di carta acquistate e abbiamo un basso tasso di penetrazione della lettura anche fra professionisti e dirigenti

LIBERTÀ DI STAMPA CERCASI

Quanto alla libertà di stampa, in arretramento un po’ ovunque nel mondo, noi miglioriamo, secondo l’annuale report di Freedom House. Ma solo perché nel 2005 eravamo al 79esimo posto a pari merito con il Botswana, mentre ora ce la giochiamo in Europa con gli ultimi, ovvero la Polonia e l’Ungheria (per Rsf siamo al 43esimo posto). A riprova di un giudizio non lusinghiero ma confermato da più osservatori, l’anno scorso, secondo il Pocket world in Figures dell’Economist, non figuravamo fra i primi 30 Paesi che hanno la maggiore libertà di stampa.

LEGGI ANCHE: La scomparsa dell’intellettuale collettivo e il disprezzo della cultura

ANALFABETISMO FUNZIONALE E NON SOLO

Vantiamo una luminosa tradizione nelle arti grafiche. Abbiamo avuto tipografi eccelsi, come Giovan Battista Bodoni, editori illuminati come Arnoldo Mondadori. Però oggi siamo un Paese di analfabeti funzionali. Agli ultimissimi posti fra i Paesi più sviluppati, secondo il Rapporto Pisa, che valuta le capacità di lettura e comprensione di un testo. Nell’ultimo ventennio la percentuale degli studenti italiani che fanno fatica a riassumere ciò che hanno appena letto ha oscillato fra poco meno o poco più del 50%. Leggiamo dunque poco e male, ma spendiamo anche meno. Secondo i dati di Eurobarometro le famiglie italiane spendono lo 0,9% in libri e giornali, rispetto all’ 1,1% di quelle dei 28 Paesi europei. Siamo poi penultimi per copie di giornali di carta acquistate e abbiamo un basso tasso di penetrazione della lettura anche fra professionisti e dirigenti. Insomma siamo piuttosto ignoranti, incolti e poco interessati a migliorare il nostro status culturale, ma in modo uniforme, con poche differenze di classe o ceto.

LEGGI ANCHE: L’era degli psicopatici al potere

Forse sarà vero come ripetono i due vicepremier che siamo un grande Paese. Ma è ancor più vero, per dirla con Flaiano, che oggi più che mai la situazione politica è grave ma non è seria

POCHISSIMI INVESTIMENTI NELLA RICERCA

Non mancano intellettuali e scienziati di prestigio internazionale e centri di ricerca fra i più avanzati al mondo. Anzi l’eccellenza italiana è molto eccellente. Perfino miracolosa se si considerano i bassi investimenti pubblici e privati in ricerca e formazione: investiamo in istruzione il 3,9% del Pil, mentre la media europea è del 4,7%. Investono meno di noi solo Slovacchia (3,8%), Romania (3,7%), Bulgaria (3,4%) e Irlanda (3,3%). La quota di italiani laureati è del 13% inferiore al resto d’Europa. Spendevamo poco meno di 10 miliardi di euro nel 2008 siamo scesi a 8,5 miliardi nel 2017. Quanto agli investimenti in ricerca e sviluppo siamo in coda ai Paesi del G7. Mentre per brevetti e invenzioni la sintesi è nei numeri presentati in occasione del Technology Forum di The European House-Ambrosetti del 2016: su 68.421 brevetti registrati in Europa solo 2.476 erano italiani. Insomma, non siamo più, come recitava un titolo di Truenumbers.it, un Paese di inventori.

LEGGI ANCHE: Il Mise e i fondi congelati per la banda ultra larga

POCO CONNESSI E POCO TECNOLOGICI

Ora è noto che i due approdi su cui stanno convergendo i Paesi più avanzati sono la società della conoscenza e l’ecosistema digitale. L’Italia però più che andarci incontro rischia di sbatterci. Secondo il Skills Outlook Scoreboard dell’Ocse diffuso nei giorni scorsi solo il 36% degli italiani, la percentuale più bassa tra le economie più avanzate, è in grado di utilizzare Internet in maniera complessa e diversificata. Sei studenti su 10 si definiscono poco preparati mentre tre insegnanti su quattro ammettono di aver bisogno di ulteriore formazione nell’utilizzo autonomo della tecnologia per la propria professione.

I PIEDI NEL FUTURO E LA TESTA AL PASSATO

Per concludere (provvisoriamente) il ritardo culturale e formativo del Paese più bello del mondo non è certo imputabile all’attuale governo gialloverde. È sicuro però che esso rappresenta l’Italia reale, essendo la perfetta espressione e traduzione di una comunità nazionale che a larga maggioranza non ha strumenti adeguati per comprendere la complessità attuale. Che resiste alla grande transizione in corso attaccandosi alle illusioni. Alle semplificazioni. Al passato. Ai tempi del boom economico, l’Eni di Mattei fronteggiava le sette sorelle, le Partecipazioni statali erano un esempio di industria pubblica, Alitalia era anche la compagnia di bandiera più elegante del mondo e la lira conquistava l’Oscar delle monete. Curiosamente stiamo vagheggiando gli Anni 60, ma utilizzando i canali web e social. Ovvero abbiamo un piede nel futuro e la testa nel passato, celebrando su Facebook l’idea sciagurata che «stavamo meglio quando stavamo peggio». È così che ci troviamo ad affrontare le sfide dell’innovazione più distruttiva degli ultimi due secoli con un governo che è il più incompetente e velleitario della storia repubblicana. E forse sarà vero come ripetono quasi tutti i giorni i due vicepremier che «siamo un grande Paese». Ma è ancor più vero, per dirla con Ennio Flaiano, che oggi più che mai la situazione politica «È grave ma non è seria».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *