Anatomia di un omicidio

Delia Cosereanu
20/01/2011

Il pm Guariniello sul caso ThyssenKrupp.

Anatomia di un omicidio

È una richiesta pesante quella avanzata dal pubblico ministero Raffaele Guariniello il 14 dicembre 2010 nel procedimento per  la strage all’acciaieria di Torino della ThyssenKrupp (leggi l’articolo): omicidio volontario. La Procura torinese ha  ipotizzato per la prima volta questo tipo di reato in un caso di incidente sul lavoro.
Per i dirigenti dell’azienda, in cui sono morti sette operai a causa dell’incendio scoppiato il 6 dicembre 2007, sono stati chiesti 80 anni di carcere complessivi. Per l’amministratore delegato del gruppo Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale, Guariniello – che ha condotto l’accusa assieme ai sostituti procuratori Francesca Traverso e Laura Longo – ha chiesto 16 anni e 6 mesi anni di reclusione.
Per gli altri cinque dirigenti, imputati di omicidio colposo e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche, sono state chieste alla corte d’Assise pene pari a 13 anni e mezzo per quattro di loro e a 9 anni per uno.
«La vera novità di questo processo», ha sottolineato Guariniello in questa intervista esclusiva a Lettera43.it, «è stata la metodologia dell’indagine. Per la prima volta, è stata fatta una perquisizione nell’ambito di un procedimento per infortuni sul lavoro».
La sentenza potrebbe arrivare a gennaio 2011. «È chiaro che una condanna con pene che si avvicinino a quelle che abbiamo richiesto darebbe un grande impulso alla sicurezza in ambienti di lavoro», dice il magistrato.
Domanda. Si tratta di una richiesta storica, quali sono stati gli elementi che hanno portato alla vostra decisione?
Risposta. È il risultato di una scelta di fondo che è stata quella di aver contestato all’imputato principale un omicidio volontario, sia pure con il solo dolo eventuale.
D. Che cosa significa esattamente? I dirigenti dell’azienda hanno voluto uccidere?
R. Sì, ma bisogna chiarire il significato di questa volontà, che nella giurisprudenza ha diversi gradi. Esistono fondamentalmente tre diversi tipi di dolo: intenzionale, diretto ed eventuale (quando, come nel caso del principale imputato di questo processo, si rappresenta il rischio del verificarsi della morte come concretamente possibile). Dati i presupposti, mi sembra una richiesta equilibrata e ragionevole.
D. È la prima volta che questo tipo di reato viene ipotizzato in ambito della sicurezza sul lavoro?
R. Gli elementi giuridici ci sono da sempre nella nostra giurisprudenza. La categoria del dolo eventuale non è nuova. Non ha mai avuto un’applicazione in materia di sicurezza sul lavoro perché non ci sono mai stati processi nei quali fossero emersi elementi di prova quali quelli di questo processo. Elementi che, ovviamente stando al giudizio dell’accusa, dimostrano l’esistenza del dolo eventuale.
D. Di quali elementi sta parlando?
R. L’imputato si è rappresentato il rischio del verificarsi di incendi e di infortuni e lo ha sostanzialmente accettato. Non nel senso che abbia voluto l’incendio. Sarebbe assurdo. Ma ne ha accettato il rischio. Questo lo abbiamo ricavato da uno degli elementi che ci ha più colpito in questa vicenda: per la linea 5, dove si è verificato il rogo, era stata prevista nel bilancio una spesa per garantire la sicurezza antincendio. E ciò era avvenuto non a caso, ma sulla base una serie di elementi che avevano fatto capire la pericolosità di quel tipo di linea: per esempio un incendio che era capitato in Germania nel 2006 oppure le indicazioni date dalla compagnia assicurativa che proprio a seguito di quell’incendio aveva aumentato la franchigia per questo tipo di linea. Infatti, nelle relazioni fatte dai tecnici dell’assicurazione era stata messa in luce la necessità di un impianto automatico di spegnimento degli incendi sulla linea 5. Tutti questi elementi dimostrano che si era  presentato il rischio del verificarsi di infortuni. E cosa è stato fatto? Quell’investimento non è stato annullato, ma è stato posposto. Decisione che secondo l’accusa si iscrive in una scelta di politica industriale che aveva fatto la Thyssenkrupp che era quella di dismettere lo stabilimento di Torino e trasferire la linea 5 a Terni.
D. Come avete ottenuto queste informazioni?
R. Abbiamo fatto una perquisizione. Ecco la vera novità: la metodologia di indagine. Solitamente, nell’ambito degli infortuni sul lavoro si fa un’ispezione nell’azienda, si cerca di fare una ricostruzione di come è avvenuto l’infortunio, si nomina un perito che spieghi la dinamica dell’accaduto, si richiede all’azienda una serie di documenti. Prima d’ora non è mai stata fatta una perquisizione in ambiti di procedimenti in materia di sicurezza sul lavoro. È stata la prima volta in cui l’ho fatto e mi sono reso conto che è un metodo molto profittevole. Quindi la nostra richiesta non è frutto di una scelta emotiva, dovuta alla drammaticità dell’evento, né filosofica, volta a fare di questo procedimento un processo esemplare. Ma la nostra decisione si basa su elementi di prova che abbiamo raccolto.


D. I parenti delle vittime avrebbero voluto l’ergastolo per i dirigenti dell’azienda.
R. L’ergastolo non è previsto per le ipotesi di reato prospettate. Capisco profondamente il dramma di queste sette famiglie che sono rimaste colpite ed è un dramma da rispettare. Sicuramente noi non possiamo ragionare come può fare, giustamente, la vittima di un reato, ma in scienza e coscienza, dobbiamo capire quello che è giusto. Abbiamo fatto una valutazione durante tutti questi mesi e siamo arrivati a questa conclusione.
D. Come risponde a chi parla di una richiesta storica?
R. L’aspetto fondamentale è riuscire a fare intendere la necessità di svolgere indagini con un taglio diverso, ricorrendo a metodi di investigazione molto più penetranti rispetto a quelli usualmente utilizzati in materia di infortuni sul lavoro. La seconda implicazione importante è che bisogna fare questi processi con molta rapidità. Noi abbiamo fatto indagini in tre mesi e arriveremo a una sentenza, seppur di primo grado, dopo tre anni, con un dibattimento che ha richiesto 70 udienze. La rapidità è fondamentale perché, purtroppo, oggi i processi sono lenti, si arriva spesso alla prescrizione del reato e quindi si diffonde nel nostro settore, tra le imprese, un senso di impunità, cioè un’idea devastante che si possono violare le regole senza rincorrere in effettive e concrete responsabilità.
D. Quali saranno gli effetti di questo processo?
R. Dentro le aziende si avverte già che si può incorrere in responsabilità penali molto pesanti. Questo ha, chiaramente, un effetto sulla psiche degli operatori, fa capire la necessità di una politica aziendale che spinga di più per la sicurezza. È chiaro che una sentenza di condanna con pene che si avvicinino a quelle che abbiamo richiesto darebbe un grande impulso alla sicurezza in ambienti di lavoro.
D. Allargando il discorso, come giudica i rapporti tra l’attuale governo e i magistrati?
R. Purtroppo si ragiona poco sui problemi e si preferisce fare la polemica. A volte temo che si preferisca la polemica perché non si hanno le idee precise sui problemi. E allora si nasconde questa sostanziale non conoscenza dietro il manto delle parole gridate. Personalmente credo molto nella collaborazione istituzionale. Nel mio lavoro ho rapporti in particolare con i ministeri della Salute, del Lavoro e dei Trasporti e la collaborazione è eccezionale. Le mie esperienze sono ottime. Sono in controtendenza.
D. Le indagini su Berlusconi sono politiche?
R. Ho una certa difficoltà a parlare dei processi che non conosco. Non sarebbe serio esprimere un giudizio. È uno degli addebiti che muovo di più a quelle persone che lo fanno senza conoscere le carte. Il pressappochismo mi disturba. Inoltre, non è corretto che un  magistrato si esprima sui processi fatti da altri.
D. Lei ha condotto alcune inchieste eclatanti, come quelle su Calciopoli o dell’Eternit, sull’amianto. Come risponde a chi la accusa di protagonismo?
R. Io ho 69 anni, da più di 40 sono magistrato. Quando penso ai giovani preferisco uno che fa le cose e di cui si parla a uno che non fa nulla e certo non fa parlare di sé. E poi, il protagonismo aiuta anche ad avere un contatto con le persone. Molte idee per le indagini arrivano dalla comunità e alcune segnalazioni diventano spunti per le indagini. È importante che il cittadino sappia di avere un punto di riferimento.
D. Nella sua carriera si è occupato soprattutto di sicurezza sul lavoro. Com’è cambiata Torino da questo punto di vista?
R. Quando sono a Torino non sono ancora soddisfatto, ma quando vado fuori mi rendo conto che abbiamo fatto tantissimi passi avanti. Sono molto legato a questa città, anche se andare in un altro luogo sarebbe un’esperienza che mi piacerebbe fare.
D. Qualche preferenza?
R. Roma è una città interessante. E poi ho in mente un’indagine in un’altra città, ma non lo posso ancora rivelare.