Anche lo zio di Ruby ha qualche problema

Stefano Feltri
26/01/2011

Nei quotidiani del 26 gennaio: Egitto, caso Ruby e Montecarlo

Tra i tanti guasti del caso Ruby e del bunga bunga di Arcore, c’è anche il fatto che i giornali mettono in prima pagina le rivolte in Egitto contro la dittatura di Hosni Mubaraka soltanto per fare poi battute scontate come quella della Jena (Riccardo Barenghi) sulla Stampa: «Guai seri anche per lo zio di Ruby». Che, nei documenti presentati dalla difesa di Silvio Berlusconi, cambia ancora versione e dice di essere stata lei a presentarsi al Cavaliere come la nipote 24enne di Mubarak.
Si può anche trovare un principio di ottimismo in quello che sta succedendo, nonostante i quattro morti al Cairo. «La prima ferita al potere» è il titolo del pezzo di Bernardo Valli su Repubblica. E ancora: «Il Libano filo-occidentale si ribella agli iraniani, scontri di piazza contro il nuovo premier alleato di Hezbollah» (La Stampa). Perfino Mikhail Khodorkovskij, l’oligarca russo imprigionato da Putin, in un’intervista al Corriere è sicuro: «Uscirò dal carcere e il futuro della Russia è la democrazia». Poi si sfogliano le altre pagine dei giornali e qualche dubbio viene sulle sorti magnifiche e progressive della democrazia occidentale. O almeno di quella italiana.

Ossessione Montecarlo

I giornali di destra, almeno per un giorno di nuovo fotocopia uno dell’altro, tornano a prendersela con un bersaglio che garantisce copie e distoglie l’attenzione dal bunga bunga: «Fini nei guai giudiziari» (Il Giornale) e «Fini, fai le valigie» (Libero). Il ritorno di fiamma è dovuto a documenti in arrivo da Saint Lucia che dimostrerebbero definitivamente che il famoso appartamento di Montecarlo è del cognato del presidente della Camera.
Carte che nessuno ha ancora in mano e che, visto che è di nuovo coinvolto il direttore dell’Avanti Valter Lavitola, andrebbero considerate con una certa prudenza. Ma quando si tratta di Fini, i giornali che tuonano contro i magistrati a difesa del cosiddetto “garantismo” usano un’altra si scoprono più manettari del Fatto Quotidiano. Ma basta girare pagina, ed eccoli di nuovo ipergarantisti al limite dell’insulto, nel raccontare le indagini difensive di Niccolò Ghedini e Pietro Longo, avvocati del premier. Se credessimo a Carlo Rossella, amico da una vita di Berlusconi e oggi alla testa di una delle sue aziende, Medusa, ad Arcore si bevevano solo Coca Cola Light e si parlava del più e del meno, unici minori presenti i nipotini. «Ad Arcore festini per educande», riassume il Fatto.

Gli altri bersagli

Il Giornale, per buttare sul tavolo un altro argomento di conversazione diverso da Ruby, mette in prima una foto di Nichi Vendola a un gay pride con un uomo che gli lecca un orecchio. Non è collegata ad alcun articolo, giusto uno sberleffo gratuito con il titolo: «Ma quest’uomo può mettersi a fare la morale?».
Libero non può esimersi da un calcio negli stinchi a Gad Lerner, reo di non aver ascoltato in rispettoso silenzio il monologo berlusconiano della telefonata del 24 gennaio notte. E a pagina 11 un velenoso box insinua che l’ospite dell’Infedele, la vedova di Alberto Moravia Carmen Llera, fosse una sua ex amante. La prova? Un romanzo della scrittrice in cui c’è un personaggio di nome Gad. Ma lo scopo di tutti questi scontri e scazzi ex post televisivi adesso è chiaro: il direttore generale della Rai Mauro Masi, scrive Carlo Tecce sul Fatto, vuole usare le risse come scusa per stringere la presa sui talk, affidando ai direttori di rete e non ai conduttori il compito di scegliere il pubblico.

La versione dell’Fmi

Venendo a cose serie, ci sono il Fondo monetario internazionale e il Quirinale. L’Avvenire, che non ha nascosto cosa pensa dell’attuale degrado politico (anche se poi, per bilanciare pubblica oggi in prima il ciellino Davide Rondoni, variazioni sul tema della pagliuzza e della trave), ci fa il titolo di apertura: «Ripresa lenta. E l’Italia frena. Secondo le stime il Pil salirà solo dell’1 per cento. Napolitano: per crescere occorre più ambizione».
Da notare che la notizia viene completamente snobbata dal Sole 24 Ore di Gianni Riotta, che sarebbe pur sempre un quotidiano economico-finanziario. In prima il titolo è «Tutti in coda per il bond Ue. L’economia britannica torna in recessione, cade la sterlina». E l’interesse per i titoli obbligazionari del fondo Salva-Stati europeo sembrerebbe anche una bella cosa, nel titolo di Riotta. Peccato che indichi la convinzione degli investitori che il fondo vada rinforzato perché ha bisogno di parecchi più soldi per garantire che gli Stati sovrani deboli dell’eurozona (Italia inclusa) non vadano in bancarotta.
La politica, intanto, si paralizza intorno al federalismo fiscale. Che, come spiega Dario di Vico nel suo editoriale sul Corriere, è materia troppo delicata per ridurla a semplice termometro dei rapporti di forza tra Lega e Terzo polo. In pochi danno rilievo alla notizia che la ragioneria generale dello Stato di fatto affonda il pezzo di federalismo di cui si discute oggi, quello del fisco municipale: la cedolare secca (cioè un’aliquota apposita al posto dell’Irpef) sugli affitti produrrà un buco tra i tre e i quattro miliardi. Non un miliardo come aveva calcolato, barando, il governo.

Paga (l’azionista di) Ligresti

A Milano, tra il 25 e il 26 gennaio, il gruppo Ligresti cerca di salvarsi con aumenti di capitale e crediti delle banche. Per capire cosa sta succedendo, però, non bisogna leggere il Corriere (di cui Salvatore Ligresti è potente azionista) ma il Fatto. Vittorio Malagutti scrive un pezzo dal titolo «Stipendi assicurati» per raccontare come il gruppo assicurativo Fonsai sia diventata un’imprescindibile fonte di reddito per i rampolli di mezza politica e finanza italiana: i figli di La Russa, Pisanu, Tabacci, dell’amministratore delegato Marchionni, per non parlare di parenti di ogni grado dei figli di Ligresti.

La memoria delle polemiche

Il 27 gennaio è la giornata della memoria. Sul Fatto e sul Giornale due uomini di destra come Massimo Fini e Marcello Veneziani si lanciano contro l’idea di una legge che trasformi il negazionismo della Shoah in un reato. Una legge «liberticida, totalitaria, in tutto e per tutto degna proprio di quello Stato fascista che emanò le ripugnanti leggi razziali» (Fini). E ancora. «La storia fa troppe vittime nel suo corso per farne ancora, a babbo morto, 66 anni dopo» (Veneziani). Ma al lettore resta la sensazione che la libertà di espressione meriterebbe migliori alfieri di chi nega che siano morti milioni di ebrei. E forse anche migliori difensori.