Anderson, icona outsider

Bruno Giurato
16/05/2012

Chi è il regista più atteso a Cannes.

Anderson, icona outsider

 

In un festival di Cannes che celebra i grandi classici, a partire dalla locandina con Marilyn, continuando con i documentari su Woody Allen e Roman Polanski, (fino al pericolo arteriosclerosi per l’età media degli artisti presenti), il più atteso è un regista giovane e di culto, che si prepara a decollare verso l’orbita di stella fissa.
GIOVANI AMANTI IN FUGA. Parliamo di Wes Anderson, 43enne regista americano bizzarro, inventore di personaggi stralunati che apre il festival con il film in concorso Moonrise Kingdom, storia di giovanissimi amanti in fuga da una campo scout nel New England. E che vede come protagonisti Bruce Willis e Bill Murray.

Anderson, cresciuto in Texas e laureato in filosofia ha realizzato, a cominciare dalla prima versione di Bottle rocket (1992), relativamente pochi film: in tutto otto, tra corti e lungometraggi.
In Italia è conosciuto più che altro per l’ironico e assurdo The Royal Tenenbaums (2001), per il corto Hotel Chevalier (2007) con memorabili scene di Natalie Portman nuda, e per lo stop motion, ispirato al libro di Roald Dahl, il Fantastico Mr Fox (2009).
REGISTA AUTARCHICO. Anderson è un esempio autarchico e molto deciso di regista che mette le mani, e la penna, in tutte le fasi dei film: dalla scrittura alla scenografia, fino alla scelta (su Googlemaps) della location del film. Lavora con un gruppo ristretto di attori (dal già citato Murray a Willem Dafoe, da Seymour Cassel ad Anjelica Huston) e di collaboratori. Tra l’altro alla sceneggiatura di Moonrise Kingdom hanno lavorato Owen Wilson e Roman Coppola, figlio di Francis Ford (che tra l’altro è un fan del regista).
LA CIFRA STILISTICA RICONOSCIBILE. Anche per questo la sua mano è fortemente riconoscibile: la fotografia giocata sui colori primari, eredità dei video musicali, la canzone acustica o Anni 60 utilizzata per sottolineare gli stati d’animo, l’assenza della classica figura del cattivo sono tutte caratteristiche del suo cinema.
NESSUNA MEZZA MISURA. Non conosce mezze misure Anderson: i suoi film si odiano fieramente o si amano fatalmente. Anche se negli anni l’happy club dei suoi estimatori è andato allargandosi.
Tanto che i Cani, un gruppo simil-Baustelle, gli ha addirittura dedicato un pezzo, Wes Anderson, che può essere letto come una recensione della poetica del regista statunitense.

Amato dagli hipster, oltre il radical chic

 

«I miei film sono amati da un tipo particolare di persone», ha spiegato il regista Usa in un’intervista, «dagli outsider». Anche se negli anni Anderson è diventato un’icona degli hipster.
PUBBLICO DI NICCHIA. Beninteso per hipster non s’intendono né gli estimatori del bebop degli Anni 40, né i rocchettari dei 60. Lui ha conquistato i neo-hipster degli Anni zero: minimalisti, eclettici che si appassionano a mode di nicchia e a sottoculture di tendenza. Che indossano pantaloni attillati, con l’orlo sopra la caviglia, vestiti a fiori, grossi occhiali. Ascoltano i Bon Iver, di professione sono galleristi o designer e picchiettano la tastiera di un Mac.
DIALOGHI E UMORISMO RAFFINATI. Ecco, per ora il background di Anderson sembra localizzato in questa zona del consumo pop. Una regione immaginaria che confina con il radical chic in cui spiccano la raffinatezza psicologica dei personaggi e l’umorismo dei dialoghi e delle situazioni.
AMANTE DELL’ESASPERAZIONE. «Lo ammetto, mi piace esasperare le cose», ha raccontato il regista a Le Monde, «rendere più netti i contrasti».
E l’intento gli riesce benissimo. Come dimostra lo scambio di battute tra Jason Schwartzman e Natalie Portman in Hotel Chevalier. Lei: «Ho paura di perderti come amico». Lui: «Non sarò mai tuo amico». Lei: «Scopiamo e mi sentirò una m… domani». Lui: «Per me va bene».
Come raccontare un contrasto evitando i lacrimoni del dramma. Se non è pop (e hip) questo…