Benvenuti nella società dell’ansia

Qualche giorno fa #ThingsThatGiveMeAnxiety ha sbancato su Twitter. Segno che questo stato ormai è entrato nel quotidiano.

02 Agosto 2019 17.18
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Tutta l’ansia minuto per minuto. Come nella celebre rubrica radiofonica. Mercoledì “le cose che mi danno ansia”, #ThingsThatGiveMeAnxiety, hanno sbaragliato su Twitter tutte le altre tendenze del giorno. Per la cronaca l’ansia ha battuto anche il compleanno di Harry Potter. Ora se è vero che il Matteo Salvini è identificato come “ministro della paura” è indubbio che, visti anche i sondaggi, l’ansia si sia imposta largamente, come sentimento collettivo sulla paura.

LE COSE CHE CREANO ANSIA (AL POPOLO DI TWITTER)

Ma vediamo alcune delle «cose che mi danno ansia» rilanciate in tutto il mondo. Parlare con uno straniero nella sua lingua e dire cose sbagliate; parlare in pubblico; le barrette di Kit Kat; il traffico di Los Angeles; fallire in amore; scoppiare a ridere di fronte a una tragedia; il vento che scompiglia i capelli #fuckoffwind; pensare che qualcuno da qualche parte sta flirtando con la mia futura moglie; incontrare nuove persone; lasciare le finestre aperte quando esco di casa…. Insomma un inventario ampio di sciocchezze, idiosincrasie, fissazioni che però a differenza della paura non materializzano – almeno sui social – incubi o il pensiero di comportamenti aggressivi o violenti nei confronti della cosa/persona temuta. Bensì un ordinario sentimento oscillante fra insoddisfazione e irritazione, fastidio e accettazione della seccatura quotidiana. Che perlopiù si concretizza come timore di non essere all’altezza, di essere troppo o niente rispetto a una situazione. Caso classico, paradigmatico, è la scelta del vestito da mettere quel giorno o per quell’occasione, più o meno particolare. Che ci vede di norma sempre e comunque inadeguati. Fuori posto. Overdressed davanti ad armadi che rigurgitano di vestiti, ma nel contempo underdressed, rispetto alla certezza di non avere l’accessorio che serve. Di non avere mai l’oggetto giusto.

SE L’ANSIA DIVENTA IDENTITARIA

Ovviamente questo è l’aspetto esteriore di un fenomeno sociale più articolato e complesso. Rivelatore di una stagione che è di grande, veloce, talvolta repentino, mutamento. E che si caratterizza in primo luogo come incertezza di status, di ruolo. Come ansia identitaria. Fenomeno questo che non è inedito, visto che ha cominciato a manifestarsi con evidenza agli inizi del Duemila, ma che è esploso con l’avvento dei social media. Ci sono alcuni claim pubblicitari d’annata che restano memorabili e più che mai attuali. Who will you be in the next 24hours?, «Chi sarai nelle prossime 24 ore?» (Patek Philippe). «Quante donne sei?» (Omsa). «Con una camicia Ingram non sei più lo stesso».

LA CULTURA DELLA AGE OF ANXIETY

Aggiungiamo anche che di Age of anxiety si cominciò a parlare, soprattutto in Inghilterra, con il pieno dispiegarsi della società industriale d’inizio Novecento. E con quel titolo, ispirato all’omonimo libro di Wystan Hugh Auden, c’è una sinfonia di Leonard Bernstein scritta nel 1948.

E ricordiamo, come fa Daria Bignardi nel suo romanzo L’ansia di mia madre, che ansioso, ipocondriaco, pieno di dubbi è il protagonista della Coscienza di Zeno di Italo Svevo.

LA SOCIETÀ DEL TROPPO

Ma ciò che rende nuova l’ansia di oggi è la crescita esponenziale della quantità e velocità delle cose che si possono fare, dire, vedere. Insomma è la società del troppo” che ci mette quotidianamente di fronte a uno spettro di possibilità e scelte troppo ampio. Talché eccedere o rinunciare è diventato comportamento molto diffuso. Bulimia e anoressia sono le due diverse, opposte facce di quest’ansia contemporanea che di inedito ha anche la sua normalizzazione. E un carattere prestazionale. Ansia da prestazione, appunto, timore di non riuscire che si tiene a bada ricorrendo a un’ampia provvista di prodotti riparatori o ristabilitatori dell’umore: generi voluttuari e vitamine, alcol o droghe, antidepressivi ed euforizzanti. Dal classico bicchierino all’ansiolitico, per tirarsi su o darsi una calmata a seconda dello stato d’animo, i diversi usi e le tante cronache mostrano con evidenza statistica che c’è tanta gente, uomini e donne di ogni età, di ogni classe o appartenenza sociale, che non sta bene con se stessa, è insoddisfatta, non ce la fa a reggere i ritmi di lavoro e di vita.

UN RUMORE DI FONDO

«Che ansia!» e «Non mi stressare» sono due fra i più praticati intercalari del linguaggio quotidiano, mentre basta andare su Amazon per trovare un’ampia scelta di t-shirt con scritte che non dissimulano l’intenzione esorcistica: da #Ansia a “Sono fatta al 90% d’ansia”, “Pratico l’ansia a livello agonistico”, “Sono una ragazza ansia e sapone”, “Fin che c’è vita c’è ansia”.
Così a vista parrebbe che l’ansia sia più femminile che maschile, più giovanile che senile. Certo è che l’universalizzazione di questo stato emotivo ha molto a che vedere con il futuro e le aspettative collettive e personali. Perché l’ansia è invariabilmente rivolta al domani, a ciò che si teme possa accadere o non accadere. Più che un sentimento profondo, come l’angoscia e la depressione, l’ansia è intermittente, sottile, ma continua come il segnale di una notifica, come il ronzio di un messaggio WhatsApp.

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ANSIA DA CONNESSIONE E DA SOCIAL

Il web e i social media, ma soprattutto la messaggistica e Instagram, hanno contribuito a ridefinire i contenuti e i confini dell’ansia e della depressione. Tuttavia che l’ansia da connessione, ma anche da sconnessione – «se non c’è Internet in quel posto, in quell’hotel sono morto» – stiano diventando, o già diventati, stati comuni dell’esistenza, accettabili e accettati, è un dato di fatto. Anche se questa coesistenza ansiosa potrebbe risultare alla lunga incompatibile con lo stato di salute e di benessere fisico e soprattutto mentale, diventato a sua volta un imperativo. Quasi un’ossessione. Mantenersi calmi e sereni è infatti il nuovo mantra. Che individua appunto nell’ansia, nello stress uno dei peggiori nemici della salute. Il maggiore produttore di radicali liberi. Il principale eccitatore della pressione e della frequenza cardiaca. Detto brutalmente, per concludere: «Siate ansiosi: morirete prima».

L’ARTE DELLO ZEN

A confermarlo autorevolmente, se mai ce ne fosse ancora bisogno, è stato il medico giapponese Shigeaki Inohara scomparso a 105 anni lo scorso 23 luglio. L’attitudine zen è l’11esimo e ultimo, ma più importante, dei consigli di lunga vita che ci ha consegnato. Stare calmi soprattutto nei momenti più difficili è fondamentale come altri due consigli anti-ansia. Convincersi che l’energia vitale si nutre di buonumore e che è preferibile organizzarsi piuttosto che improvvisare. Perché pianificare e avere un’agenda è il solo modo per padroneggiare il presente senza inutilmente smaniare per il futuro.

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