Il 50% dei consumi di antibiotici in Italia avviene negli allevamenti

Stando ai dati del Piano Nazionale di Contrasto dell'Antimicrobico-Resistenza non si arresta l'uso dei farmaci sugli animali, con rischi per la salute degli umani.

23 Agosto 2019 13.40
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In Italia il 50% del consumo degli antibiotici avviene negli allevamenti di polli, tacchini e suini. Un abuso che ha diffuso il problema dell’antibiotico resistenza nel settore animale. È quanto è emerso dai dati del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza presentati in uno studio del Policlinico Gemelli, pubblicato sulla rivista Igiene e Sanità Pubblica, da cui è emerso che il fenomeno dell’ antibiotico-resistenza può essere aggravato dalla trasmissione di batteri dall’animale all’uomo tramite contatto diretto o attraverso il consumo di alimenti.

I CEPPI PERICOLOSI DI SALMONELLA ED E. COLI

La ricerca, che ha passato in rassegna i dati fino ad ora pubblicati sul tema, ha sottolineato come la salmonella mostri già la presenza di ceppi resistenti a più antibiotici, così come E. coli, presente nelle più comuni specie allevate in Italia (tacchini 73,0%, polli 56,0%, suini da ingrasso 37,9%) e nell’uomo (31,8%). «L’antibiotico-resistenza», ha spiegato Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Universita’ Cattolica, «viene messa in moto anche da alterazioni indotte dall’alimentazione degli animali che mangiamo».

RESISTENZA TRASFERIBILE AGLI UMANI

Attraverso pollame, uova e carne di maiale (compreso il prosciutto e tutti gli altri derivati), si ingeriscono «frammenti di genoma modificati che entrano nel genoma di chi li mangia». In pratica il fenomeno dell’antibiotico-resistenza si trasferisce dall’animale all’uomo, con il risultato che a livello ospedaliero, dove affluiscono tutti i pazienti con infezioni incurabili, «l’Italia rispetto agli altri paesi Ue continua a peggiorare», ha concluso Ricciardi.

ITALIA MAGLIA NERA IN EUROPA

«Sull’antibiotico-resistenza», ha aggiunto Ricciardi, «l’Italia ha una maglia non nera, ma nerissima». «Il problema», ha sottolineato, «è che il Piano del Ministero della Salute sull’antibiotico-resistenza varato nel 2017 finora è rimasto sulla carta». La situazione è macchia di leopardo non solo a livello regionale, ma a livello delle singole Asl, che poi sono le reali responsabili dei controlli. Risultato: nonostante una legge internazionale e una nazionale che autorizzano l’uso degli antibiotici negli allevamenti solo in caso di necessità e con protocolli e controlli molto rigidi, in Italia «vengono somministrati anche agli animali sani a scopo preventivo», ha denunciato. «Bisogna coinvolgere i manager delle strutture ospedaliere, i medici, i veterinari e gli allevatori. Se esiste una legge che vieta di prescrivere antibiotici agli animali se non sono malati, è chiaro che asl e veterinari devono controllare. È una questione di salute pubblica, il meccanismo deve partire». L’obbligo della ricetta elettronica veterinaria per i farmaci per gli animali, scattato a metà aprile di quest’anno, «potrebbe essere un valido deterrente, ma», ha concluso, «non bisogna scordare che c’è un fiorente mercato d’importazione parallelo illegale di antibiotici che viaggia su internet».

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