Apartheid accademico?

Redazione
07/12/2010

di Lorenzo Berardi Trovare uno studente di colore o comunque non White British presso le prestigiose università di Oxford e...

Apartheid accademico?

di Lorenzo Berardi

Trovare uno studente di colore o comunque non White British presso le prestigiose università di Oxford e Cambridge resta un’impresa quasi impossibile.
Lo ha rivelato un’inchiesta condotta dal parlamentare laburista David Lammy basandosi sui dati resi pubblici dalle due istituzioni accademiche grazie al Freedom of Information Act (Foi) che dal 2005 obbliga a una politica di trasparenza chi opera nel settore pubblico e privato.
Per quanto riguarda Oxbridge, così gli inglesi chiamano l’eccellenza accademica rappresentata dalle due università rivali, si delinea un quadro allarmante di perdurante esclusione.
I dati portati alla luce da Lammy hanno trovato ampio risalto sulle colonne del Guardian di martedì 7 dicembre, dando il la a una serie di interrogativi sulla natura elitaria ed esclusiva dell’educazione di alto livello nel Regno Unito.
Si è scoperto, per esempio, che nel corso dell’ultimo anno, un solo studente nero, di origine caraibica, è stato ammesso nei 38 college che compongono la University of Oxford, mentre il totale dei ragazzi di colore rappresenta una percentuale ancora irrisoria sul totale di 10.421 undergraduate (studenti universitari) oxfordiani registrati nell’anno accademico 2009-2010.

Solo il 2,86% degli studenti di colore entra a Oxford

Un ritratto che si inserisce in un quadro a tinte fosche per il futuro delle università britanniche, con gli ultimi fuochi della protesta contro l’aumento delle tuition fees ancora accesi e un voto cruciale su questo tema previsto alla Camera dei Comuni previsto per giovedì 9 dicembre (leggi l’articolo delle rivolte degli studenti).
Se la proposta del governo dovesse passare gli atenei che vorranno portare le tasse universitarie alle 9 mila sterline annue dovranno infatti anche garantire maggiori possibilità di accesso agli studenti provenienti da minoranze etniche.
«Un ritratto sconfortante dell’esclusione sociale e razziale presente a Oxford e Cambridge», ha sottolineato il Guardian, «e che mostra come 21 college delle due università, 11 a Oxford, 10 a Cambridge, non abbiano offerto un singolo posto nell’ultimo anno accademico a studenti neri, mentre sono addirittura cinque anni che un college oxfordiano, il Merton, non ammette undergraduate di colore».
C’è dell’altro. Sono ben noti i criteri estremamente selettivi delle due università, ma salta comunque gli occhi il fatto che quella dello studente di origine caraibica ammesso a Oxford sia stata l’unica application di un ragazzo nero accettata dall’istituzione su un totale di 35 richieste d’ammissione ricevute nell’ottobre 2009.
Solo il 2,86% degli aspiranti studenti di colore, dunque, ha potuto coronare il sogno di ammirare da vicino «le guglie sognanti di Oxford», come le definì il poeta Matthew Arnold.

Gli atenei: «Solo merito, nessuna discriminazione»

Né sorprende più di tanto che, sempre stando ai dati resi pubblici, negli ultimi cinque anni il numero degli studenti ammessi a Oxford provenienti dal quartiere londinese upper class di Richmond-upon-Thames (185 mila residenti) sia equivalente al numero di nuovi oxfordiani dell’intera Scozia (5 milioni 135 mila abitanti). Questione di vicinanza geografica, ma non solo.
Il meccanismo britannico prevede che siano i risultati degli A-levels, una sorta di esami di maturità d’eccellenza, a determinare chi possa permettersi di richiedere e magari ricevere la chiamata dalle migliori università del Regno Unito.
Nel 2009 sono stati circa 29 mila gli studenti bianchi a ottenere almeno 3A (punteggio minimo per tentare l’avventura a Oxbridge) e solo 452 i neri. Una sproporzione evidente e che, secondo una portavoce dell’Università di Oxford, non è l’unico motivo per cui nei college sulle rive del Tamigi manchino studenti di colore.
«Il 44% dei neri che vorrebbero studiare qui, opta per gli stessi tre corsi il cui accesso è più difficile visto l’elevato numero di richieste: management, medicina e matematica. Solo il 17% dei bianchi fa altrettanto. Questo spiega le basse probabilità di successo degli studenti di colore».
Sulla stessa lunghezza d’onda è un portavoce dell’ateneo di Cambridge, che respinge le accuse di razzismo accademico: «Il 15% degli studenti ammessi qui lo sorso anno provenivano da gruppi etnici di minoranza, mentre l’1,5% dei nostri undergraduate ha la pelle nera, a fronte dell’1,2% di ragazzi di colore sul totale di chi ottiene 3A negli A-levels. I nostri college accolgono i migliori e i più brillanti, senza discriminare per razza». 

Corpo docente, minoranze etniche inesistenti

Tuttavia, l’anomalia di Oxbridge non riguarda soltanto gli studenti, ma anche il personale docente e di laboratorio.
Sempre secondo i dati resi noti da Lammy, infatti, su un totale di 1.500 dipendenti dell’Università di Cambridge, nessuno rientra nelle categorie Black or Black British Caribbean, Black or Black British African o other Black background così come indicate sui moduli di assunzione che ogni datore di lavoro deve consegnare per legge nel Regno Unito.
Un questionario che comprende 13 possibili gruppi etnici, arrivando persino a distinguere fra White British e White Irish, ma nel quale è possibile scegliere di non specificare le proprie origini. E anche se i dati presentati da Lammy non lo dicono, si può ipotizzare che non tutti i dipendenti dell’università di Cambridge abbiano scelto di rendere noto il colore della propria pelle.
Fra quelli che lo hanno fatto, però, non c’è alcun nero e anche le altre minoranze etniche a Cambridge appaiono poco rappresentate visto che appena 34 dipendenti della celebre università sono di origine asiatica.

Tra le mura gloriose, corsi e ricorsi storici

Eppure anche fra Oxford e Cambridge non mancano le operazioni di facciata per dipingere una realtà multietnica.
Come ha ricordato Matthew Benjamin laureatosi in geografia presso il Jesus College di Oxford. «Ero consapevole di essere l’unico studente nero del mio anno anche se nessuno me lo ha mai fatto pesare. Ciò nonostante, quando sono arrivato, hanno scelto me, uno studente asiatico e uno tailandese fra i volti che sarebbero apparsi in un depliant del college. Peccato che noi tre fossimo gli unici studenti provenienti da minoranze etniche dell’intero primo anno».
Qualcuno, come Matthew, ce la fa. Basta ricordare una narratrice di successo di origini nero-caraibiche come Zadie Smith che venne ammessa a studiare letteratura inglese al King’s College di Cambridge negli anni ’90, ma per un motivo o per l’altro continua a trattarsi di eccezioni.
E la provocazione ideata da un altro grande scrittore britannico come Evelyn Waugh nel lontano 1932 continua a essere attualissima. Nel suo libro dal titolo politicamente scorretto di Black Mischief (Misfatto Nero), Waugh raccontava le vicende dell’imperatore nero di Azania un immaginario Stato africano da operetta.
Un despota laureatosi in arte a Oxford come lui stesso non mancava di evidenziare con orgoglio nel tragicomico editto che apre il romanzo: «Noi, Seth, imperatore di Azania, Capo dei Capi dei Sakuyu, Signore dei Wanda e tiranno dei Mari, laureato all’Università di Oxford, in questo nostro 24esimo anno di età, demandato dalla Sapienza di Dio Onnipotente e dalla voce unanime del nostro popolo al trono dei nostri antenati, qui proclamiamo».