L’appello dei medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo

Redazione
27/03/2020

ESCLUSIVO. Pazienti non ancora negativizzati tornati alla comunità. Personale sanitario che, pur avendo dichiarato contatti con persone infette, è costretto a lavorare rischiando di diventare a sua volta veicolo di malattia. E la mancanza di una coordinazione competente ed efficace. Le parole di chi ogni giorno e senza risparmiarsi combatte contro l'epidemia.

L’appello dei medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo

Abbiamo ricevuto l’appello da un gruppo di medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo che denunciano le gravose condizioni in cui in questo momento di emergenza Covid-19 sono costretti a operare. Per ovvie questioni di riservatezza e per non esporli a possibili spiacevoli conseguenze la firma è collettiva.

Siamo medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, impegnati ogni giorno a sostenere il lavoro contro il coronavirus. Ci associamo ai colleghi che il 23 marzo 2020 hanno pubblicato sul New England Journal of Medicine l’articolo «At the Epicenter of the Covid-19 Pandemic and Humanitarian Crises in Italy: Changing Perspectives on Preparation and Mitigation» e alle dure parole di denuncia che il virologo professor Andrea Crisanti ha rivolto alla “classe dirigente del Paese Italia” – e in particolare a chi governa la Lombardia – in un’intervista al Corriere della Sera.

Comunichiamo alla popolazione che in questo momento siamo in affanno, in particolar modo per la gestione non pianificata della epidemia in atto. Non è certo una novità, purtroppo, nella gestione dell’Asst Pg23 di Bergamo. Da più di un mese noi e i nostri infermieri lavoriamo a contatto con questa malattia, ma non siamo tutelati in modo sufficiente. Continuiamo a rilevare situazioni gestionali non controllate e ad alta criticità che rendono il nostro lavoro un ciclo futile.

Abbiamo notizia di pazienti positivi che sono stati rilasciati nella comunità senza negativizzazione del tampone e che sono giunti negli ambulatori per visita, non tutelati. La diffusione incontrollata dell’epidemia di coronavirus, all’interno della nostra struttura rende l’ospedale una fonte virale ad alta energia propagativa. La FNOMCeO aggiorna costantemente l’elenco dei medici che stanno morendo nel corso di questa epidemia. Lo stesso vale per il prezioso gruppo dei nostri infermieri. Questo genera una situazione di sospetto reciproco e di paura.

Grazie al fatto che i nostri giovani medici si sono offerti volontari per l’assistenza diretta dei malati Covid-19, i medici i più anziani, che sono a maggior a rischio di malattia, vengono protetti. Nell’ambito del nosocomio, molteplici e pericolose situazioni di aggregazione sono ancora evidenti a un osservatore attento. Sappiamo di medici e infermieri che hanno avuto contatti diretti e non protetti con familiari positivi che, nonostante abbiano denunciato il sospetto di contagio al servizio competente in sede ospedaliera, non sono stati intervistati e visitati, ma invitati a proseguire il servizio con la sola protezione della mascherina, quando disponibile. Un chirurgo vascolare, 48 anni, padre di 4 figli, versa in condizioni gravissime in rianimazione e così altri dipendenti del nostro ospedale. Le persone muoiono e i medici e gli infermieri che devono curarle divengono veicolo di malattia, si ammalano e muoiono a loro volta. Notizie analoghe ci giungono anche dall’ospedale Bolognini di Seriate.

Denunciamo, insomma, la mancanza di una coordinazione competente ed efficace, senza la quale non è possibile risolvere in tempi accettabili e con un numero di morti limitato questa violenta epidemia. Riteniamo indispensabile il monitoraggio della malattia all’interno dell’ospedale tramite tutti i mezzi possibili, senza risparmio di risorse, da subito. Comunque garantiamo che continueremo a lavorare, anche più intensamente di prima, perché questo è il nostro impegno.

I medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo

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