«Bipolare» a chi? L’uso scorretto di termini psichiatrici

Ranieri Salvadorini
07/03/2018

Dare dello «schizofrenico», «psicotico», «disturbato», «disagiato psichico» ad avversari politici è sleale e fa parte di una deriva culturale. L'appello di un gruppo di professionisti del settore.

«Bipolare» a chi? L’uso scorretto di termini psichiatrici

Psicologi, psichiatri e psicoterapeuti hanno lanciato un appello per denunciare l’uso scorretto che colleghi “in vista” fanno nel discorso pubblico delle «categorie psicologiche e psicodiagnostiche allo scopo di designare soggetti identificati come avversari politici»: al momento le sottoscrizioni sono oltre 100 e stanno aderendo anche da altre professioni. In pratica strumentalizzano la loro “cassetta degli attrezzi” a fini politici, mettendo così a repentaglio l’etica e la deontologia di centinaia di professionisti. E, ancor più importante, esponendo i pazienti alla sofferenza, perché la “parola che cura” così si fa insulto.

DIAGNOSI PER SCREDITARE. I promotori dell’appello cominciano da una constatazione di fatto: «In modo sempre più aspro nel dibattito politico vengono spese categorie diagnostiche per irridere all’avversario, e costrutti psicoanalitici per dare autorevolezza a opinioni politiche legittime, ma personali». E segnalano che tra i terapeuti che abusano della propria "strumentazione" ci sono nomi «anche popolari verso presso il grande pubblico». Una vecchia diatriba, quella sulle “diagnosi a distanza”, che ora sembra essere arrivata al suo punto più basso. Perché?

FUNZIONE SOCIALE TRADITA. Il terapeuta ha una responsabilità sociale. Che in questo contesto viene tradito e pervertito. Come avviene l’abuso? «Ogni professionista che si occupi dei sistemi umani e sociali», riferiscono i promotori a Lettera43.it, «ha il preciso dovere di rispondere alla funzione sociale e politica inerente la propria professione e le proprie conoscenze». E subito viene precisato: «Ma un conto è utilizzare quelle conoscenze per comprendere i fenomeni e tutt’altro è usarle per dare vigore e autorevolezza alla propria posizione personale e per schierarsi apertamente per una parte».

Si sta verificando una pericolosa deriva sull’utilizzo di un lessico scientifico, diagnostico come insulto o critica personale e politica

Poiché i professionisti della psiche ritengono importantissima la funzione intellettuale delle professioni riguardo la salute mentale e pubblica, sottolineano che sia «una pericolosa deriva l’utilizzo di un lessico scientifico, diagnostico, che in genere usiamo per aiutare chi non sta bene, al posto di un insulto o di una critica personale o politica». E aggiungono: «Su tale tema si è già espressa, senza alcuna esitazione e dubbio, l’Apa, l’Associazione americana di psichiatria, dichiarandosi contraria per motivi di riservatezza e rigore professionale a petizioni pubbliche diagnostiche, mostrando la nostra stessa posizione e sensibilità».

"PAROLE DI CURA" TRAVIATE. «Bipolare», così come «schizofrenico», «psicotico», «disturbato», «disagiato psichico», non è semplice descrizione: è un dato sensibile ricavato da una lunga valutazione clinica che non dovrebbe essere divulgato. Fuori da questo contesto è un insulto, uno stigma, «specie se usato come argomento politico e discriminatorio».

UNA PROFESSIONE OFFESA. Se a usare queste espressioni fossimo noi, comuni cittadini, non sarebbe bello, ma «chi lo fa, se fosse iscritto al nostro Ordine degli psicologi, dovrebbe rispondere della violazione di vari articoli del nostro Codice deontologico». L’utilizzo di queste parole contro l’avversario le prende e porta via dal contesto della cura e le "cala" nell’agone elettorale». E così ne stravolge lo scopo, «utilizzandole per colpire, offendere, disprezzare l’altro». I promotori chiosano: «Offende noi e la nostra professione».

C'è preoccupazione per quello che un paziente possa percepire quando la diagnosi della sua sofferenza psichica viene usata come elemento denigratorio

Questo modo di procedere non solo scredita il lavoro di centinaia di professionisti «che in genere non utilizzano categorie nosografiche per esprimere disprezzo e soprattutto non per screditare avversari politici, ma sopratutto», proseguono gli estensori dell’appello, «siamo preoccupati per quello che un paziente che è stato identificato in una certa etichetta diagnostica possa percepire quando la diagnosi della sua sofferenza psichica viene usata come elemento denigratorio».

ARMI IMPROPRIE E SLEALI. Chiudono l’appello i professionisti: «È sleale utilizzare fuori contesto le nostre categorie e i nostri strumenti come armi improprie perché sono armi che noi possediamo e l’altro no». In sostanza «non è un confronto alla pari».

Lo studio dei rapporti fra leadership e psicopatologia è una cosa seria, ma non ha niente a che fare col dare del “bipolare” a un avversario

Riferiscono gli estensori del documento che una delle obiezioni più frequenti è stata: «Non sarebbe stato meglio se uno psichiatra o uno psicologo avesse messo in guardia la popolazione alla vigilia dell’ascesa di Hitler?». È un argomento anche ragionevole, ma che non c’entra niente con quello che sta accadendo. Spiegano infatti: «Se nel 1933 quello psicologo avesse denunciato la follia di Hitler da un palco di partito, si sarebbe screditato da solo». E aggiungono: «Lo studio dei rapporti fra leadership e psicopatologia è una cosa seria, ma non ha niente a che fare col dare del “bipolare” a un avversario, senza nemmeno conoscerlo».

ABUSO DEL POTERE PSICOTERAPEUTICO. È una vecchia diatriba quella delle “diagnosi a distanza”, è la storia di un abuso del potere psicoterapeutico come dispositivo di controllo, in cui ciascuno ha il “suo” nemico. Per questo, stavolta, i professionisti hanno fatto “fronte” e accantonato, oltre l’orientamento teorico, quello politico. Per evitare che il documento scadesse in un elenco di accuse e contro-accuse ad personam, la scelta è stata quella di non fare nomi. Perché la lista, purtroppo, sarebbe lunga.

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