Appesi a Bossi e Casini

Marianna Venturini
14/12/2010

Ora il futuro di Berlusconi dipende dal suo ex alleato.

Neppure lo sforzo delle tre deputate incinte per dare la spallata al governo. La Camera ha respinto le due mozioni di sfiducia con 314 no e 311 sì. (Leggi il racconto della giornata)
Colpa, o merito, dei  tre deputati del Movimento di responsabilità nazionale, Massimo Calearo, Bruno Cesario e Domenico Scilipoti. Ma anche del non voto di Silvano Moffa (Fli), che si è astenuto, e di Antonio Gaglione, assente dall’Aula. Determinanti anche i voti di Catia Polidori e di Maria Grazia Siliquini, deputate di Fli che alla fine hanno deciso di non seguire le indicazioni di voto del capogruppo Italo Bocchino.
Nel pomeriggio il premier è salito al Quirinale per chiedere un rimpasto di governo al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per sistemare gli 11 posti vacanti nell’esecutivo tra ministeri, viceministeri e sottosegretariati, nell’ottica di un allargamento auspicato anche dalla Lega.
I finiani usciti dall’esecutivo, infatti, non sono stati sostituiti, così come non è stato sostituito Giuseppe Vegas, che ha lasciato il posto di sottosegretario all’Economia dopo la nomina a presidente della Consob. E proprio Calearo, protagonista delle ultime cronache per il suo tatticismo, può essere papabile per qualche ruolo di peso. E nel tardo pomeriggio alla presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa, il premier ha detto di non escludere una crisi pilotata per venire incontro alle richieste dell’Udc e consentire in questo modo l’allargamento della maggioranza.
L’ipotesi di elezioni anticipate, comunque, non è scomparsa dall’orizzonte. I berlusconiani duri e puri vorrebbero che il premier salisse al Quirinale e si dimettesse per chiedere il voto, ma è uno scenario puù remoto.
In quel caso, comunque, il presidente della Repubblica non avrebbe alternative e darebbe un incarico esplorativo alla seconda carica dello Stato, il presidente del Senato, Renato Schifani, che dovrebbe riferire i possibili scenari. (Leggi i pareri di tre politologi)

Gli occhi di tutti sono puntati sull’Udc

Un ruolo determinante lo gioca l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Lo stesso leader centrista, per quanto abbia dimostrato in tutti i modi e in ogni occasione ufficiale l’opposizione del suo partito, ha mantenuto con Berlusconi un ottimo rapporto e non stupirebbe vederlo protagonista del rimpasto. Casini ha ancora parecchie carte da giocare, sebbene abbia cercato un’alleanza forte con un possibile terzo polo composto, oltre che dall’Udc, da Fli e dall’Api di Francesco Rutelli. (leggi l’articolo). Anche se nel tardo pomeriggio del 14 dicembre, durante una conferenza stampa il leader dell’Udc ha dichiarato: «Se Berlusconi sarà in grado di governare si è lasciata aperta solo una strada: costringere irresponsabilmente il Paese alle elezioni. Sia chiaro che in quel caso siamo pronti a presentare agli italiani una proposta di governo alternativa al Pd e al Pdl». In pratica chiude al governo e lancia il Terzo polo. Almeno per ora.
Si allontana dunque l’ipotesi di un allargamento della maggioranza ai centristi per portare a termine le riforme, tema caro anche alla Lega Nord, intenzionata a concludere la partita del federalismo.
Al termine del voto, però, il Senatùr è tornato a chiedere a gran voce le urne: «Per quello che si vede in aula e per il casino che c’é l’unica igiene è il voto. La gente che vede questa roba in tivù si allontana dalla politica, capisce che non si può continuare». Sulla stessa lunghezza d’onda è anche il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Per lui il voto della Camera è la vittoria «del primo tempo», per questo sarebbe «meglio andare al voto perché tutto bisogna fare tranne che replicare la pessima esperienza del governo Prodi».

Fini è il vero sconfitto della giornata

Sconfitta politica, invece, per Gianfranco Fini. (leggi l’articolo) Il presidente della Camera e i suoi sono adesso del tutto fuori dal governo e dalla maggioranza. E per loro è escluso un ruolo nello scenario che si va delineando. Il deputato di Fli, Benedetto Della Vedova era stato chiaro a 24 ore dal voto:  «Il gruppo è compatto. In gioco c’è il progetto di Futuro e Libertà». Invece il gruppo si è sfaldato al primo soffio di vento e con esso il progetto politico del presidente della Camera, intenzionato a lanciare una destra moderna ed europea senza Berlusconi.
Le dimissioni di Fini dalla presidenza della Camera sono uno degli scenari plausibili. Faccia tetra e sguardo sfuggente, il cofondatore del Pdl è stato seduto sullo scranno più alto di Montecitorio tutto il giorno, senza mai guardare Berlusconi. È soprattutto lui lo sconfitto della giornata. (leggi l’articolo)
Il 12 dicembre Fini aveva detto che, a prescindere dall’esito della giornata, Fli non sarebbe più stata «un movimento di maggioranza, seppur critico, con il governo ma a tutti gli effetti un movimento di opposizione, anche se di centrodestra».
Lo scorso 29 settembre Berlusconi aveva ottenuto un’altra fiducia alla Camera con 342 voti a favore, 275 contrari e 3 astenuti. In quel caso i voti dei finiani erano stati determinanti. La situazione del 14 dicembre è molto diversa, ma gli antagonismi sono ancora duri da abbattere.