Apple addenta Facebook?

Redazione
21/12/2010

di Giuliano Di Caro Niente al mondo unisce come un nemico comune. Lo schema è semplice da disegnare: Apple e...

Apple addenta Facebook?

di Giuliano Di Caro

Niente al mondo unisce come un nemico comune. Lo schema è semplice da disegnare: Apple e Facebook non competono tra loro. Se l’azienda della Mela volesse provare a fare le scarpe al social network sul terreno del colosso di Zuckerberg, verrebbe comunque battuta.
Facebook, dal canto suo, è in competizione diretta con Google sui variegati fronti della comunicazione digitale. Proprio come la Apple.

La cena tra i padroni del web

Due indizi fanno una prova. Tre scatenano illazioni circostanziate da non sottovalutare. Il terzo è una cena, il 18 dicembre, tra Mark Zuckerberg e Steve Jobs, timoniere di Apple. In teoria i due numeri uno dell’era digitale si sono trovati per discutere alcuni dettagli delle rispettive strategie. In realtà, azzardano alcuni, tra cui la banca d’investimenti londinese Saxo Bank, in pentola bolle ben altro che un semplice scambio di punti di vista.
CONNESSIONE TOTALE. Immaginatevi un mondo in cui Facebook, colosso valutato tra i 25 e i 30 miliardi di dollari, sia di proprietà della Apple. Una società internazionale in cui i 500 milioni di user di Facebook, 1/12 della popolazione mondiale, aborigeni inclusi, ottengono automaticamente uno user id per l’Apple Store, e la chat di facebook viene integrata nel programma Face Time della mela per la videocomunicazione, montato su iPhone 4 e sugli iPad di nuova generazione. Il risultato? Un impero delle comunicazioni digitali senza precedenti.
51 MILIARDI IN CASSA. Si dà il caso che Steve Jobs abbia un tesoretto in contanti per il 2011 di 51 miliardi di dollari, frutto delle vendite di iPad, iTouch e iPod nano di nuova generazione. Abbastanza per comprare la creatura di Zuckerberg e porre le basi tecnologiche di un esperanto digitale globale. Saranno pure rumours. Ma la logica strategica e di business non fa una piega. 

Apple e la polemica sulla phonelantrophy

Qualche piega invece la fa eccome il sistema delle applicazioni Apple. A ridosso delle festività natalizie, New York Times e Huffington Post hanno scatenato una polemica sulla phonelantrophy, termine che unisce telefono e filantropia. 
Già perché al momento, come fanno notare le due testate intercettando il malcontento delle organizzazioni di beneficenza statunitensi, non esiste una app che permetta con un semplice clic di donare soldi al settore delle charity. Laddove un clic è tutto quello che serve per acquistare qualunque altra applicazione, dai videogiochi ai software di navigazione satellitare. 
«BOICOTTIAMO L’IPHONE ANTISOLIDALE». Beth Kanter, attivista della galassia no profit e autrice del volume The Network Nonprofit, ha lanciato una campagna di boicottaggio, rivolgendo l’invito ai suoi 367 mila lettori su Twitter di dare via il proprio iPhone e comprare al suo posto un telefono che supporta Windows 7 o Google Android, piattaforme sulle quali le donazioni di beneficenza sono semplici e veloci. Non è una svista, quella dell’azienda di Jobs, bensì una scelta precisa, voluta quanto impopolare. La Apple non fornisce spiegazioni rispetto alla sua avversione per le charity app, si limita a consentire alle applicazioni di rimandare a link esterni di website no profit. 
APPLE, 30% SU OGNI TRANSAZIONE. I motivi sono due. Da un lato Apple non vuole essere trascinata in un business che non conosce, e che imporrebbe all’azienda la verifica sull’utilizzo dei fondi donati grazie alla propria piattaforma. Dall’altro, non intende rinunciare alla percentuale di guadagno che ha su ogni applicazione o transazione monetaria sulle app della Mela, il 30%. Una cifra che sarebbe indecorosa da trattenere in caso di donazioni di beneficenza. Se impero planetario sarà, certamente non verrà fuori solidale.