Marco Lupis

Apple e i rischi di una rappresaglia cinese contro gli Usa

Apple e i rischi di una rappresaglia cinese contro gli Usa

Tagliare i fondi pubblici a Foxconn, tra i principali fornitori di Cupertino. E bandire l'export di terre rare verso gli Usa. Così Xi Jinping potrebbe mettere in ginocchio l'industria tecnologica americana. 

22 Maggio 2019 09.15

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Zhengzhou è una cittadina della Cina centrosettentrionale che dista quasi 700 km da Pechino e 1.000 da Shanghai. È la capitale della provincia dello Henan e malgrado i suoi attuali 5 milioni di abitanti, la maggiore attrattiva turistica è il famoso tempio dei monaci di Shaolin, considerati gli “inventori” delle arti marziali cinesi che si trova nelle immediate vicinanze.

BENVENUTI A ZHEGZHOU, L'IPHONE CITY

Da qualche anno la città è ben nota in patria e nel mondo per motivi molto meno “marziali” e grazie al soprannome che si è conquistata: iPhone City. Qui infatti ha sede il colosso taiwanese Foxconn – il maggiore fornitore e cliente di Apple – che dispone di una catena industriale dotata di 94 linee di produzione, dove quasi 400 mila operai assemblano circa 350 smartphone al minuto, arrivando a produrre mezzo milione di Iphone al giorno. Ma Foxconn non è tutta farina del sacco degli imprenditori di Taiwan, perché senza il massiccio supporto del governo cinese, che finora l’ha finanziata con oltre 1 miliardo e mezzo di dollari, senza gli altrettanto rilevanti investimenti in logistica e infrastrutture (la città è ormai collegata a Pechino da autostrade veloci e da un treno ad altissima velocità) e soprattutto senza la creazione di una apposita zona a economia speciale, il miracolo economico di Zhengzhou e di Foxconn non si sarebbe mai realizzato.

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E probabilmente nemmeno quello del colosso americano di Cupertino, tra i primi produttori mondiali di smartphone (con la cinese Huawei), che grazie ai bassi costi di produzione e nello stesso tempo grazie all’alta qualità tecnologica della produzione garantita dal fornitore cinese, ha potuto finora registrare profitti da favola e mantenere la posizione sul mercato mondiale.

I DANNI COLLATERALI DELLA STRETTA USA

Ma tutto questo rischia di venire seriamente compromesso da, per usare un gergo militare, «danni collaterali» che potrebbero trasformare Apple e Foxconn in «vittime di fuoco amico». La rappresaglia più pesante da parte della Cina al recente provvedimento Usa di messa la bando della concorrente Huawei e di oltre 70 aziende tecnologiche del Dragone infatti, potrebbe cominciare proprio da qui: chiudendo i rubinetti dei finanziamenti pubblici. Se infatti Apple perdesse Foxconn come suo principale fornitore rischierebbe un calo di fatturato senza precedenti. Senza contare che il bando potrebbe di fatto impedire ad Apple di continuare a lavorare con aziende fornitrici cinesi senza violare la legge americana. Sarebbe molto complicato, e richiederebbe molto tempo, per il gigante di Cupertino, trovare un altro fornitore da sostituire a Foxconn, dotato della stessa alta tecnologia produttiva.

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LE CAMPAGNE DI BOICOTTAGGIO CONTRO APPLE

E non solo. Perché per l’azienda della Mela i mal di testa non finiscono qui. In agguato c’è anche il problema del mercato interno cinese, che per Apple e i suoi iPhone rappresenta una fetta molto consistente del fatturato. E che ha già cominciato a calare, grazie al movimento “boicottiamo Apple”, già attivo da qualche tempo in Cina e che, dopo l’ultimo exploit trumpiano, ha ripreso vigore e forza. Le piattaforme social cinesi – Wechat, Weibo e Renren (corrispondenti più o meno ai nostri Facebook, Instagram e Twitter) – sono piene di post di utenti che dichiarano pubblicamente di voler sostituire il loro iPhone con un modello Huawei e che incitano apertamente al boicottaggio.

IL PARZIALE PASSO INDIETRO DI TRUMP

Insomma, per Apple la decisione di Trump rischia di trasformarsi in un dolorosissimo boomerang. E probabilmente è proprio questo uno dei motivi, forse il principale, del parziale passo indietro degli Usa, che hanno deciso di rimandare nel tempo l’applicazione del bando. Curiosamente adottando quella che è una tipica strategia cinese: rimandare, prendere tempo, per poter poi ritornare sui propri passi senza perdere (del tutto) la faccia. Da parte loro i cinesi non sembrano disposti ad arretrare di un millimetro di fronte a quello che considerano l’ennesimo atto della guerra commerciale in corso con gli Usa. E lo affrontano proprio come si affronterebbe un vero conflitto: chiamando il popolo all’unità, alla coesione. E all’eroismo. Richiamandosi apertamente a uno degli avvenimenti più noti – e anche più controversi – della storia cinese: la Lunga Marcia voluta da Mao Tse Tung.

LA MINACCIA DI UN BANDO SULL'EXPORT DI TERRE RARE

Il presidente Xi Jinping, infatti, nei giorni scorsi ha intrapreso un viaggio che lo ha portato prima di tutto nella provincia dello Jangxi, per visitare non a caso i maggiori produttori di terre rare, che hanno sede nella capitale della prefettura, Guanzhou. Si tratta di quei minerali rarissimi dei quali dipende l’industria tecnologica e di cui la Cina è tra i maggiori produttori: il 90% di terre rare sono infatti estratte nell'ex Celeste Impero, e di queste l'80% è destinato all'esportazione. Ma c'è di più: secondo voci ancora non confermate Xi Jinping sarebbe addirittura pronto a firmare un decreto per bloccarne l'export negli Usa. La firma del bando è stata definita dagli analisti cinesi letteralmente «una bomba atomica» sganciata su Trump e tutta l’industria tecnologica americana Usa.

LA LUNGA MARCIA DI XI JINPING

Accompagnato dal potentissimo vice-premier Liu He, Xi ha fatto prima di tutto tappa nella piccola contea di Yudu, proprio dove 85 anni fa partì la Lunga Marcia, per raccogliersi di fronte al monumento che la ricorda. Un gesto che i media e gli analisti cinesi hanno interpretato unanimamente come un messaggio forte, una vera e propria “chiamata alle armi” del popolo cinese. Per vincere la guerra commerciale contro il nemico, si comincia dalla battaglia dei microchip. Trump e i suoi “generali” sono avvisati.

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