Arabia Saudita e Iran complici del disastro in Yemen

27 Novembre 2018 13.51
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La coerenza non è il tratto distintivo delle maggiori potenze regionali del Medio Oriente come del resto non lo è di quasi tutte le potenze internazionali che hanno fatto e stanno facendo di quest’area geografica la palestra delle loro ambizioni e dei loro interessi. Ed è questa palestra che determina la bussola delle rispettive linee di condotta. Vi sono diversi casi che potrebbero essere citati in proposito, ma fermiamoci a considerare la posizione dell’Arabia Saudita e dell’Iran nei riguardi della crisi yemenita. Riad, che fin dal 2011 in Siria si era posta a fianco delle forze di opposizione al presidente Bashar al Assad (legittimamente eletto) in quanto reo della repressione contro chi reclamava giustizia e libertà, quando è stata la volta dello Yemen ha deciso di armare una coalizione di Paesi arabi (tra i quali Emirati, Egitto, Kuwait, Giordania e Marocco) per rispondere alla richiesta di aiuto del legittimo presidente Mansour Hadi a fronte del colpo di stato militare – in buona parte riuscito – portato avanti dagli Houthi. Teheran, che sempre dal 2011 si era fortemente schierata anche militarmente a fianco del regime di Bashar al Assad, che certo non merita la corona d’alloro della pace, per difenderlo dall’attacco del «terrorismo», quando in realtà i terroristi sono arrivati dopo, si è posta invece dalla parte degli Houthi golpisti tacciando di “aggressione” la coalizione militare a guida saudita.

ARABIA SAUDITA E IRAN CONTRADDITORI CON SIRIA E YEMEN

In Yemen l'Arabia Saudita puntava a liberare il territorio occupato dagli Houthi e a «ristabilire la legalità» sotto l’egida della Risoluzione 2216 delle Nazioni Unite anche al costo, in parte inevitabile data la natura asimmetrica della guerra in corso, di veri e propri massacri di civili. L'Iran stigmatizzava il «governo fantoccio» di Hadi sostenendo gli Houthi che, al di là degli aspetti di legalità, non sono certo esenti da pratiche inaccettabili, dall’impiego dei bambini soldato alla repressione di quanti sono considerati schierati col governo legittimo, etc.. Arabia Saudita e Iran, in definitiva, sono complici della tragedia umana e materiale che ha investitolo il territorio yemenita e che di fatto sta fornendo brodo di coltura al secessionismo da un lato e, assai peggio, alle forze del terrorismo, di al Qaeda principalmente, ma anche dei residui iracheno-siriani dell’Isis, dall'altro. Entrambi i Paesi, quindi, sono stati pronti a sostenere un braccio di ferro che nell’ottica saudita vede Teheran puntare a tenere Riad sotto la minaccia di un vicino/nemico instabile e in grado di condizionare il traffico del mar Rosso, per di più in combinazione con la potenziale tenaglia dello stretto di Hormuz a Est e dell’asse Iran-IraqLibano a Nord. Dal lato opposto, Teheran guarda a Riad come il pilastro arabo che assieme a quello israeliano sostiene l’aggressione del grande Satana americano.

IL RUOLO INUTILE DI RIAD E TEHERAN NEI NEGOZIATI

È su questo sfondo e in questa logica che le due potenze sono in definitiva complici, tornando al caso yemenita, delle difficoltà frapposte ai diversi tentativi svolti nel tempo per arrivare a un cessate il fuoco e all’avvio di un negoziato suscettibile di aprire la strada a una soluzione politica della crisi. Nessuna delle due è disposta a cedere sull’asse portante della crisi; tanto meno l’Iran, orgogliosamente indurita dalla pressione delle sanzioni. L’emotività suscitata nell’opinione pubblica mondiale dagli inquietanti dati della catastrofe umanitaria in cui versa lo Yemen, impietosamente rispecchiati nell’immagine della piccola Amal, morta per fame, ma che ha però contribuito a dare uno scossone psicologico, favorito in qualche modo dalle reazioni dell’opinione pubblica al raccapricciante scandalo Khashoggi. Da qui una robusta sollecitazione anglo-americana a fermare la guerra e a riprendere la strada del negoziato pur dopo il fallimento dell’ultimo tentativo portato avanti a settembre dall’Inviato speciale dell’Onu Martin Grifftiths e abortito prima di cominciare per il mancato arrivo al tavolo del dialogo della delegazione degli Houthi. Da qui la rimessa in moto di un’ennesima prova di cessate il fuoco in vista di un auspicabile confronto politico da parte dello stesso Griffiths.

LA RISOLUZIONE 2216 NON GARANTISCE UN ACCORDO

Il nodo gordiano è costituito dal porto di Hodeida – che le forze lealiste vogliono liberare dal controllo Houthi – che costituisce l’imbuto della gran parte del flusso di entrata e uscita dei beni dello Yemen, ivi comprese le armi, ivi compresi gli aiuti alimentari e di emergenza. Griffiths intende tagliarlo ponendolo in qualche modo nelle mani delle Nazioni Unite e mettendo sul tavolo proposte di compromesso che rispecchino una sorta di somma algebrica delle richieste delle due parti in causa. Su Hodeida è comprensibile che i lealisti si chiedano se non sarebbe più ragionevole e legittimo imporre agli Houthi la consegna del porto alle legittime autorità del Paese, tanto che le loro forze armate stanno guadagnando terreno, sull’area del porto e altrove, seppure a un elevato costo umano. Con ciò riaprendo una via “garantita” ai rifornimenti dei soli generi alimentari e di emergenza. Per contrasto appare ormai evidente che un negoziato imperniato solo sulla Risoluzione 2216 non sarebbe sufficiente a garantire agli Houthi quegli spazi di partecipazione al governo complessivo che sono all’origine degli attacchi militari al potere centrale di questi ultimi vent’anni. Ma quale sia il grado e lo spessore di questa partecipazione su cui convenire – da parte iraniana si parla di un governo inclusivo di unità nazionale – è difficile dire, così come è difficile dire per quanto tempo gli anglo-americani vorranno proseguire nella loro pressione a favore di un vero cessate il fuoco in assenza di una incontrovertibile disponibilità Houthi a cedere il controllo della zona del porto e a liberarne l’accesso dalle mine che la infestano.

TUTTO APPESO AI COLLOQUI DI PACE IN SVEZIA

Certo è che Griffiths prosegue a testa bassa nel suo tentativo, forte anche del sostegno di organizzazioni internazionali quali Oxfam America, Care Us, Save the Children, Irc e il Consiglio rifugiati norvegese. Dopo aver visitato Hodeida e incontrato a Sana'a il capo dell’Alto comitato rivoluzionario houthi, Mohammed Ali al-Houthi, è stata la volta del governo yemenita a Riad. Dalle risposte ricevute sembra sussistano le premesse per ricercare una sintesi utile, sempre che l’una o l’altra parte non introducano richieste innovative dell’ultima ora; ma Griffiths non ha nascosto la presenza di ostacoli seri che potrebbero continuare a privilegiare gli interessi di questa guerra per procura rispetto al disastro della catastrofe umanitaria già in atto in questo disgraziato Paese. Se ne saprà di più nei prossimi giorni in Svezia dove dovrebbero iniziare i colloqui di pace.

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