L’ombra dell’Arabia Saudita sulla repressione in Sudan

Barbara Ciolli

L’ombra dell’Arabia Saudita sulla repressione in Sudan

I capi militari a Gedda prima del massacro. Miliardi dalle monarchie del Golfo anche verso Khartoum. Per una controrivoluzione come in Egitto e in Libia. Pure gli Usa temono un altro Yemen.

07 Giugno 2019 07.00
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Tutto è possibile – nel bene come nel male – se anche un falco come John Bolton, consigliere nazionale alla Sicurezza della Casa Bianca, sconfessa la repressione dei militari in Sudan delle manifestazioni pacifiche della popolazione che continuava a credere nel processo democratico e in un cambiamento dal basso. Ai 108 morti denunciati dalla Commissione centrale dei medici sudanesi, vicina ai dimostranti, dopo l’assalto dei paramilitari del 3 giugno ai sit-in di Khartoum è seguita la telefonata a Riad resa nota dal Dipartimento di Stato Usa agli Affari politici. Il sottosegretario di Stato David Hale, in un gesto inconsueto verso gli alleati sauditi ancor più del tweet di condanna di Bolton sui misfatti di Khartoum, ha chiamato il vice ministro alla Difesa del regno Khaled bin Salman – cioè il vice del fratello erede al trono Mohammed bin Salman (MbS) – per chiedergli di fermare le violenze in Sudan.

IL MASSACRO DI FINE RAMADAN

Una quarantina di corpi è riemersa dal Nilo, alle porte della capitale a un paio di giorni dalla strage dei militari nella prima giornata dell’Eid al Fitr, la grande festa dei musulmani di fine ramadan. Una linea rossa, anche per gli Stati Uniti che non a caso hanno alzato la voce verso i loro più stretti sodali in Medio Oriente – più che mai nell’era di Trump e di MbS – a protezione dello Stato di Israele. Dalla caduta, ad aprile, del presidente Omar al Bashir dopo 30 anni di dittatura, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi allineati hanno messo gli occhi sui militari di Khartoum. A parole appoggiando caldamente le manifestazioni popolari per le elezioni e il pressing per un governo democratico. In realtà per sganciare il Sudan dal gioco di sponda alternato con l’Iran. L’endorsement è sfociato in 3 miliardi di dollari di MbS e dell’amico erede al trono degli Emirati Mohammed bin Zayed (MbZ) all’esercito che, durante le proteste, aveva estromesso Bashir.

Sudan Arabia Saudita massacro Khartoum proteste MbS
Le manifestazioni in Sudan, prima del 3 giugno 2019. GETTY.

Nelle Primavere arabe l’Arabia Saudita e gli Emirati non sono mai stati sponsor del cambiamento, ma della controrivoluzione

I MILIARDI DEI SAUDITI AL SUDAN

Riad ha subito staccato un assegno da 250 milioni verso la Banca centrale del Sudan. Ma poi i militari non sono stati più dalla parte della popolazione, né della democrazia. Un copione prevedibile, perché nei Paesi delle Primavere arabe l’Arabia Saudita e gli Emirati non sono mai stati sponsor del cambiamento, ma della controrivoluzione e degli autocrati. Anche in Siria, complice la triangolazione della Russia, è andata a finire così. Nel Nord Africa la politica dei sauditi è stata invece da subito lineare: fermare le rivolte in Egitto di piazza Tahrir, sfociate nella vittoria elettorale della Fratellanza musulmana, finanziando con miliardi di petrodollari il golpe del generale Abdel Fattah al Sisi contro il presidente islamista, poi deposto, Mohammed Morsi. Era l’estate 2013, anche al Cairo ci furono centinaia, forse migliaia, di morti: da allora altri miliardi di dollari sono affluiti nelle casse del Cairo dai sauditi. Una decina per i progetti faraonici di al Sisi, altri per dichiarati «scopi antiterroristici».

IL DEBITO DI AL SISI CON RIAD

Non senza lo scotto delle critiche popolari, per sdebitarsi l’Egitto ha ceduto nel 2017 all’Arabia Saudita la sovranità delle isole strategiche di Tiran e Sanafir, tra i due Stati nel Mar Rosso. L’Egitto e gli Emirati Arabi sostengono anche da anni, su mandato di Riad, la campagna militare in Libia del generale Khalifa Haftar contro il governo di Tripoli nell’orbita della Fratellanza musulmana e di opposizione prima al colonnello Gheddafi, poi all’autoritarismo di Haftar. In Libia questa primavera il generale, amico e poi nemico di Haftar, ha sferrato uno sfortunato attacco alla capitale, dopo aver riconquistato praticamente tutta la Libia grazie agli armamenti e al sostegno finanziario e logistico dell’Arabia Saudita, degli Emirati e dell’Egitto, alla fine anche della Russia e della Francia. Proprio alla vigilia dell’offensiva su Tripoli, respinta più volte dalle milizie islamiste, Haftar era volato a Riad a incontrare il principe MbS.

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Il vice presidente del Consiglio provvisorio del Sudam, e capo milizia, Hamadan Dagolo. GETTY.

I PETRODOLLARI DI MBS A HAFTAR

Anche al generale libico Arabia Saudita ed Emirati hanno appena garantito 200 milioni di dollari. E con lena Haftar – come i militari del Sudan – ha rifiutato una tregua durante il ramadan, a suo dire il «mese del jihad», e sta bombardando l’aeroporto di Tripoli. Nella sua battaglia per il laicismo, Haftar non si fa scrupolo di usare mercenari salafiti indottrinati dalle petromonarchie del Golfo. Mentre l’Egitto di al Sisi continua a partecipare ai raid della coalizione saudita in Yemen, al contrario di altri Stati arabi economicamente meno legati a Riad che ne hanno preso le distanze. Il Sudan è tra i Paese con più mercenari in Yemen per i sauditi. Il 24 maggio, pochi giorni prima del massacro a Khartoum, il vice presidente del Consiglio provvisorio sudanese Hamadan Dagolo, capo delle milizie di supporto rapido (Rfs) e colui che deciderebbe dopo Bashir, era a Gedda a giurare fedeltà ai sauditi. Anche gli Stati Uniti temono un bagno di sangue in Sudan simile alla carneficina innescata da MbS in Yemen.

LA COMPETIZIONE CON IL QATAR

Dietro l’iperattivismo dei sauditi anche nel Corno d’Africa si cela una fortissima competizione con il Qatar, dal giugno 2016 strozzato dal blocco aereo e navale dalla coalizione di Riad. Il piccolo e ricchissimo emirato di Doha paga per aver foraggiato con la Turchia la Fratellanza musulmana nelle Primavere arabe, avvicinandosi poi provocatoriamente all’Iran. Ma il braccio di ferro tra rivoluzione e controrivoluzione è anche e soprattutto una questione economica: tra il 2000 e il 2017, secondo uno studio del Clingendael Institute, Arabia Saudita ed Emirati hanno investito 13 miliardi di dollari tra il Sudan, la Somalia, l’Eritrea e l’Etiopia, anche per accaparrarsi il controllo di porti, di altre infrastrutture e della security. Gli accordi di pace tra Eritrea ed Etiopia sono stati firmati nel 2018 a Gedda, ma difficilmente MbS passerà alla storia come un pacificatore. A ottobre è esploso il caso inquietante dell’omicidio Khashoggi, in Sudan i dimostranti raccontano di essere stati aggrediti dai paramilitari ex janjaweed, i miliziani islamici responsabili delle peggiori efferatezze in Darfur.

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