Francesco apre gli archivi segreti vaticani e ‘assolve’ Pio XII

04 Marzo 2019 15.33
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Finalmente la decisione è arrivata: gli archivi segreti del Vaticano relativi alla Seconda guerra mondiale e quindi a tutto il pontificato di Pio XII (fino alla morte avvenuta nel 1958), saranno aperti ai ricercatori e agli storici. Lo ha deciso papa Francesco che ha stabilito anche una data: il 2 marzo del 2020. L’annuncio è arrivato nel corso dell’udienza concessa dal pontefice al personale dell’archivio segreto vaticano. La querelle storiografica e politica sugli archivi vaticani relativi al conflitto va avanti ormai da diversi decenni, al centro delle polemiche e delle controversie c’è infatti un passaggio storico cruciale, ovvero il ruolo ricoperto dal Vaticano di fronte al dramma della Shoah. «La Chiesa», ha detto Bergoglio, «non ha paura della storia, anzi, la ama, e vorrebbe amarla di più e meglio, come la ama Dio!».

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LA SANTA SEDE E LA SHOAH TRA SILENZI, DIPLOMAZIA E VITE SALVATE

Uno dei nodi irrisolti e che probabilmente nemmeno l’apertura degli archivi potrà sciogliere fino in fondo, è quello dei cosiddetti ‘silenzi’ della Santa Sede rispetto alla tragedia che si stava consumando in Europa nei campi di concentramento e, in generale, con la persecuzione degli ebrei e dei popoli europei. Allo stesso tempo è un fatto ormai accertato che la Chiesa, attraverso le sue tante articolazioni e strutture, svolse un’opera umanitaria imponente nei confronti di tanti: prigionieri politici, militari, ebrei, partigiani, donne e uomini comuni caduti nella rete dell’occupazione nazista in diversi Paesi d’Europa, Italia compresa. Resta tuttavia sospesa una questione non da poco: il papa, il Vaticano, esitarono nel denunciare quanto stava avvenendo? Vi furono ambiguità in tal senso? Fu giusto non pronunciare mai pubblicamente una condanna dell’orrore? Si trattò di una scelta imposta dalle condizioni estreme in cui si trovava il Vaticano – circondato dalle truppe tedesche di stanza a Roma – o di una reticenza? Prevalse il timore di rappresaglie verso le organizzazioni cattoliche e il clero nei territori occupati dai tedeschi? Oppure un atteggiamento meno profetico e più diplomatico permise di mettere in salvo più persone, di ‘trattare’ con le autorità tedesche, di salvare vite? Le carte private di Pio XII, i documenti della Segreteria di Stato, quelle relative ai diversi servizi di soccorso e aiuto ai prigionieri presenti nell’archivio vaticano, potranno aiutare a mettere meglio in luce temi di tale portata, a chiarire, almeno in parte, il contesto nel quale si muoveva la diplomazia d’Oltretevere e a far emergere il pensiero del papa e di molti dei suoi più stretti collaboratori negli anni in cui ilVvecchio continente andava a fuoco.

LE «TORMENTATE DECISIONI» DI PIO XII

La figura di Pio XII, ha detto Francesco, «è stata già indagata e studiata in tanti suoi aspetti, a volte discussa e perfino criticata (si direbbe con qualche pregiudizio o esagerazione). Oggi essa è opportunamente rivalutata e anzi posta nella giusta luce per le sue poliedriche qualità: pastorali, anzitutto, ma anche teologiche, ascetiche, diplomatiche». Quindi ha espresso la sua idea di fondo rispetto a papa Pacelli e al suo pontificato, da sempre controverso: «Assumo questa decisione sentito il parere dei miei più stretti collaboratori», ha affermato Francesco, «con animo sereno e fiducioso, sicuro che la seria e obiettiva ricerca storica saprà valutare nella sua giusta luce, con appropriata critica, momenti di esaltazione di quel pontefice e, senza dubbio anche momenti di gravi difficoltà, di tormentate decisioni, di umana e cristiana prudenza, che a taluni poterono apparire reticenza, e che invece furono tentativi, umanamente anche molto combattuti, per tenere accesa, nei periodi di più fitto buio e di crudeltà, la fiammella delle iniziative umanitarie, della nascosta ma attiva diplomazia, della speranza in possibili buone aperture dei cuori». È un giudizio che tiene già conto dei problemi storiografici emersi, ma che tende a collocare in una prospettiva positiva, per quanto tormentata, l’azione di Pacelli.

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LE AMBIGUITÀ MAI CHIARITE SU FOSSE ARDEATINE E LEGGI RAZZIALI

Di certo l’apertura degli archivi costituisce un punto di svolta nella lettura di tutta un’epoca; si annunciano fra l’altro documenti relativi alla “scoperta” delle Fosse Ardeatine e a molti eventi rilevanti dell’epoca. D’altro canto già Paolo VI aveva autorizzato la pubblicazione di diversi volumi contenenti una selezione della vasta documentazione relativa alla Seconda guerra mondiale alla fine degli Anni 60, nel momento in cui cominciarono le polemiche in merito ai silenzi di Pio XII. Da parte della storiografia ebraica e non solo si chiedeva tuttavia da molti anni l’accesso all’intera documentazione; in tal senso, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI e ora con Francesco, sono stati via via aperti gli archivi delle nunziature a Monaco di Baviera e a Berlino e poi quelli relativi al pontificato di Pio XI. La documentazione relativa a quest’ultimo ha rivelato agli storici più di quanto forse non ci si attendesse contribuendo a delineare meglio il rapporto a due facce di papa Ratti col fascismo. Le ricerche hanno infatti chiarito meglio prima il livello di collaborazione istituzionale e politica con il regime, poi lo svilupparsi di progressiva contrapposizione fra la Santa Sede e Benito Mussolini apertasi in seguito all’approvazione delle leggi razziali del 1938 ma mai diventata presa di posizione pubblica (anche a causa della morte del pontefice).

I RINGRAZIAENTI DI GOLDA MEIR AL VATICANO

Da parte sua, Francesco aveva detto ancor prima di diventare papa che era necessario rendere disponibile tutta la documentazione relativa al pontificato di Pio XII e metterla a disposizione degli studiosi. Affermazione contenuta nel volume Il cielo e la terra, contenente un dialogo a tutto campo fra Bergoglio e il rabbino argentino Abraham Skorka, suo vecchio amico. Nel libro, il futuro pontefice ricorda che molti ebrei sopravvissuti andarono a ringraziare Pio XII per l‘azione svolta dalla Chiesa e che la stessa Golda Meir inviò una lettera «in cui gli riconosceva di aver salvato molti ebrei». Al contempo Bergoglio affermava: «È giusto che si aprano gli archivi e si chiarisca tutti: che si scopra se si sarebbe potuto fare qualcosa e fino a che punto. E se abbiamo sbagliato in qualcosa dovremmo dire: ‘Abbiamo sbagliato in questo’. Non dobbiamo avere paura di farlo, l’obiettivo deve essere la verità». Da parte ebraica si ricorda però il silenzio della Santa Sede di fronte alla deportazione del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943. Insomma, la ricerca storica non è terminata e l’apertura degli archivi segreti vaticani aiuterà certamente a diradare dubbi e ombre; tuttavia a rendere complessa questa vicenda apparentemente lontana è l’intrecciarsi della ricerca storica con passioni e memorie vive che, inevitabilmente, continuano a parlare al nostro presente.

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