Ascesa e caduta di Calisto

Redazione
09/12/2010

di Mario Perla  Per il crack da 14 miliardi di euro di Parmalat (guarda il video),  il 9 dicembre Calisto Tanzi,...

Ascesa e caduta di Calisto

di Mario Perla 

Per il crack da 14 miliardi di euro di Parmalat (guarda il video),  il 9 dicembre Calisto Tanzi, classe 1938 è stato condannato dal Tribunale di Parma  a 18 anni di reclusione, anche se il pm aveva chiesto per lui 20 anni. Sono stati condannati anche altri ex dirigenti della società. Fausto Tonna è stato infatti condannato a 14 anni, mentre 10 anni e mezzo sono stati stabiliti per il fratello di Calisto, Giovanni Tanzi.Doveroso precisare che per limiti di età l’ex imprenditore del latte non farà nemmeno un giorno di carcere (leggi qui).

Condannati anche gli altri dirigenti a giudizio: Luciano Siligardi, ex membro del cda, a 6 anni; Domenico Barili, a 8 anni; Paolo Sciumè a 5 anni e 4 mesi; Camillo Florini a 5 anni; Giovanni Bonici, ex presidente di Parmalat Venezuela, a 5 anni. Davide Fratta a 4 anni; Rosario Lucio Calogero a 5 anni e 4 mesi; Mario Mutti a 5 anni e 4 mesi; Enrico Barachini a 4 anni; Giuliano Panizzi a 4 anni; Sergio Erede a 1 anno e 6 mesi.
Rimane un po’ di delusione per i circa 35 mila risparmiatori che, quasi sicuramente, dalle provvisionali disposte dal tribunale non vedranno l’ombra di un quattrino. I beni confiscati agli imputati riusciranno a coprire solo una piccola parte dei due miliardi che dovranno risarcire alla nuova Parmalat guidata da Enrico Bondi. Il risarcimento del 5% del valore nominale delle obbligazioni (più o meno 30 dei circa 600 milioni di crediti) ha un valore quasi del tutto platonico.
I risparmiatori non si erano fatti illusioni e infatti ad assistere alla lettura della sentenza che è arrivata dopo cinque ore di camera di consiglio durante la quale il collegio ha tracciato il bilancio delle 81 udienze ce n’erano pochissimi. «Siamo delusi – ha detto qualcuno – siamo riusciti ad ottenere di più dagli accordi con le banche». A titolo di transazione, i risparmiatori hanno avuto indietro dagli istituti di credito circa un centinaio di milioni. E questo, al bilancio conclusivo, dovrebbe essere tutto.
L’ex imprenditore ha mosso i primi passi nel mondo del business nella natia Collecchio, provincia di Parma, dopo il diploma da ragioniere. La morte del titolare dell’azienda dove lavorava lo costrinse a occuparsi della piccola azienda, specializzata in salumi e conserve. Ma il suo “karma” era il latte. Così nel 1961 fondò la Parmalat. L’azienda operava inizialmente nel settore del latte fresco, ma il vero salto di qualità arrivò, grazie alla politica, negli anni ’70 con quello a lunga conservazione.

L’asse di ferro con De Mita

Si innamorò di Ciriaco De Mita, democristiano emergente dell’Irpinia, futuro segretario della Dc (1982) e presidente del Consiglio (1989). Guardacaso Parmalat costruì a Nusco, città natale di De Mita, il suo secondo stabilimento italiano.
Sotto l’esecutivo De Mita arrivò anche  la sospirata legge sulla commercializzazione del latte a lunga conservazione, un prodotto della scuderia Parmalat fino ad allora senza un grande futuro. Tutto gratis? Non proprio, Tanzi voleva un latte “bipartisan” e si adoperò per finanziare, con i soldi dell’azienda, una lunga lista di politici di centrodestra e di centrosinistra.

Prima il calcio poi la tv

Per migliorare la propria visibilità acquistò il Parma Calcio, che avrebbe portato in alto in Italia e in Europa. Poi le due grandi sfide del 1987, quella a Silvio Berlusconi nella tv e la quotazione in borsa della Parmalat. Dopo aver acquisito una serie di emittenti locali, le raggruppò nel network Odeon Tv da contrapporre alla Fininvest di Berlusconi, amico di Bettino Craxi, nemico giurato di De Mita.
In meno di due anni Odeon accumulò un rosso di oltre 150 miliardi di lire che si sommarono ai 100 miliardi di debiti della Parmalat. Tanzi gettò la spugna a cedette il network alla Sasea di Florio Fiorini. Fu il passo necessario ma non ancora decisivo verso la quotazione di Parmalat. Per sbarcare a Piazza affari, infatti, occorrevano i conti in ordine. La società fece ricorso a un nuovo prestito bancario di circa 120 miliardi che annullò il passivo con altro debito. La Consob non vide nulla e l’azienda entrò trionfalmente in Borsa.

Lo sbarco in piazza Affari

Le azioni Parmalat finirono nella tasche di tanti piccoli investitori convinti di essere soci di una impresa sana. Poco dopo arrivarono gli acquisti a prezzi  d’affezione della Eurolat dalla Cirio e della Ciappazzi dal gruppo Ciarrapico. Aziende decotte ma comprate per compiacere banchieri desiderosi di rientrare da esposizioni imbarazzanti.
La fotocopia di quanto era accaduto negli anni 80 con l’acquisto dello Yogurt Margherita e delle rete del turismo, poi raccolta sotto il marchio Parmatour. Uno shopping tutto finanziato a debito. Parmalat, cronicamente in rosso, rimborsò le banche emettendo obbligazioni per 8 miliardi di euro che finirono nelle tasche di ignari risparmiatori. Alla fine tra azionisti e obbligazionisti, la platea dei gabbati toccherà quota 140 mila.

I famigerati bond

Il giocattolo si ruppe nell’estate del 2003, quando fu annunciata l’intenzione di emettere nuove obbligazioni. Un fatto curioso per una società che dichiara 3,9 miliardi di euro in conto anticipazione fatture presso la Bank of America e 600 milioni di euro depositati nel fondo Epicurum. Si trattava, si scoprirà poi, di informazioni false.
Il 15 dicembre esplose lo scandalo. Il “dream team” di Collecchio, cioè il presidente Tanzi e il direttore finanziario Fausto Tonna, si dimisero dal Cda. Sotto la guida di Enrico Bondi, prima commissario poi amministratore delegato di Parmalat, iniziò la lunga strada del risanamento che in pochi anni ha portato la società da un rosso di 14 miliardi a una liquidità di 1,5.