Asia, scudo antimissile: scontro Usa e Cina

Redazione
23/08/2012

Il presidente Usa Barack Obama lo ha detto più volte. Dopo Iraq e Afghanistan, ora per gli Usa la priorità...

Il presidente Usa Barack Obama lo ha detto più volte.
Dopo Iraq e Afghanistan, ora per gli Usa la priorità strategica
è l’Asia.
E il Pentagono è passato dalle parole ai fatti: con un progetto
di grande espansione della difesa antimissile nella regione.
Che ha irritato però la Cina, sempre più attenta a non veder
limitata la sua capacità di deterrenza militare
nell’area.
Ufficialmente si tratta di dispositivi pensati per contenere le
minacce dalla Corea del Nord ma che potrebbero anche essere
utilizzati per contrastare la forza militare cinese.
LOTTA NEL MARE CINESE. E in Cina (esattamente
come accade in Russia per lo scudo europeo) la cosa non è stata
certo vista di buon occhio. Anche perché coinvolge direttamente
Tokyo, con cui Pechino ha in corso un contenzioso riguardo la sovranità su alcune isole nel Mar
Cinese Orientale
amministrate dal Giappone e rivendicate
dalla Cina.
Una disputa su cui si innesta in questi giorni anche
un’esercitazione militare congiunta di Giappone e Stati
Uniti, incentrata, guarda caso, sulla simulazione
dell’attacco a un’isola.

L’obiettivo di Washington: coprire vaste aree dell’Asia

Secondo quanto ha riferito il Wall Street Journal,
giovedì 23 agosto, il programma di espansione dello scudo
antimissile fa parte di un sistema di difesa in grado di coprire
vaste aree dell’Asia, con un impianto radar denominato X-Band
da installare nel Sud del Giappone, e forse un secondo nel
Sud-Est asiatico, magari nelle Filippine, da coordinare con navi
munite di missili anti-missile e con intercettori basati a
terra.
Alcuni esperti hanno affermato che potrebbe arrivare a coprire
pure Taiwan.
Il ministero degli Esteri cinese non ha ancora commentato
direttamente, ma in un comunicato ha espresso la speranza che gli
Usa «gestiscano la cosa senza causare preoccupazioni per il
mantenimento dell’equilibrio e della stabilità
regionale». 
LA STAMPA DI PECHINO NON CI STA. Diversi invece
sulla stampa cinese i commenti sulle manovre militari. Come per
esempio quello del China Daily, secondo cui è un passo
che «aumenta la tensione nella regione e mostra i veri colori
degli Stati Uniti, nonostante la loro cosiddetta neutralità
sulla questione» dell’arcipelago Diayou, al centro
della disputa e che i giapponesi chiamano Senkakus.
Tokyo si è per parte sua rifiutata di commentare le informazioni
sia sullo scudo antimissile sia sulle manovre, probabilmente per
non alimentare il clima di tensione che la contrappone non solo a
Pechino ma anche a Seul: ancora una volta sulla sovranità di
alcune isolette, note come Takeshima in giapponese e Dokdo in
coreano. 

Cura dimagrante per il Pentagono di 450 miliardi di dollari

Una circostanza che, come ha scritto giorni fa il New York
Times
, preoccupa diversi analisti negli Usa, poiché
Washington vorrebbe che Giappone e Corea del Sud si impegnassero
di più – fianco a fianco – nel contenimento delle aspirazioni
della Cina, che a ha sollevato contenziosi territoriali anche con
Vietnam, Filippine a altri Paesi della regione su circa di 40
isole. 
In questo quadro, già quando a gennaio ha annunciato una cura
dimagrante da 450 miliardi di dollari per il Pentagono, Obama ha
sottolineato che la presenza militare Usa in Asia sarebbe
aumentata: perché si tratta di «una regione
critica». 
IL PERICOLO DELLA COREA DEL NORD. Parole a cui
aveva risposto l’agenzia ufficiale Nuova Cina,
avvertendo che «se gli Usa sosterranno il militarismo nella
regione, saranno come un elefante in un negozio di porcellane e
metteranno a rischio la pace invece di rafforzarla». 
Un’affermazione echeggiata in certo modo anche da un esperto
di difesa missilistica di un organismo consultivo del Congresso
Usa, Steven Hildreth, secondo il quale «il focus della nostra
retorica è la Corea del Nord. Ma la realtà è che a lungo
termine guardiamo all’elefante nella stanza: cioè alla
Cina».