Assange libero. Anzi no.

Francesca Rolando
14/12/2010

Sì alla cauzione, ma resta in cella.

Assange libero. Anzi no.

Julian Assange è teoricamente libero. Solo teoricamente. Perché dopo una vittoria incassata in tribunale, ottenendo dalla magistratura britannica la libertà su cauzione, il fondatore di WikiLeaks è stato riportato in cella perché la Svezia ha presentato appello. Una nuova udienza sul ricorso svedese è stata fissata entro 48 ore presso la High Court of Justice. Nel frattempo Assange resterà in prigione.
Il giudice aveva accettato una cauzione di 240 mila sterline, ma aveva imposto al fondatore di Wikileaks severe condizioni: avrebbe dovuto presentarsi ogni giorno alle 18 alla polizia e gli sarebbe stato vietato di uscire di casa. Doveva risiedere nella casa di campagna di Vaughan Smith, il fondatore del Frontline Club, il club dei giornalisti dove l’australiano ha risieduto prima dell’arresto. Inoltre, gli era stato importo di portare un braccialetto elettronico.Tra le altre condizioni c’era anche il ritiro del passaporto.
La cauzione è stata garantita da fideiussioni di sostenitori, tra cui i registi Michael Moore e Ken Loach che era presente in aula all’udienza del 14 dicembre (leggi l’intervista di Lettera43.it a Ken Loach). Lo stesso Michael Moore, come ha ammesso in un post a sua firma sul Daily Beast, avrebbe pagato di tasca sua 20 mila dollari.
In un’aula gremita il giudice di Westminster aveva accolto la richiesta dei difensori del fondatore di Wikileaks, mentre il procuratore si era opposto. Fuori dal tribunale erano appostati centinaia di giornalisti e fotografi di tutto il mondo in attesa del furgone della polizia con a bordo l’hacker australiano.

La Svezia ha presentato appello

I sostenitori dell’hacker rockstar, almeno così è stato definito dal magazine Rolling Stone (leggi la notizia dell’investitura di Assange), mostravano cartelloni con le scritte “Svezia, marionetta degli Usa” e “denunciare reati non è reato” (guarda la photogallery Tutti pazzi per Mr. Wiki).
La Svezia (leggi) ha accusato Assange di stupro nei confronti di due donne. Mentre era in corso l’udienza in tribunale, il ministro dell’Interno britannico, Theresa May, parlando a una commissione della Camera dei Comuni ha reso noto di non aver ricevuto dagli Usa nessuna richiesta di estradizione di Assange (leggi l’approfondimento di Lettera43.it sugli estremi dell’estradizione).
La Svezia ha però deciso di presentare appello contro la decisione di rilasciare Assange. Lo hanno comunicato i rappresentati della procura britannica, a nome delle autorità svedesi, alla Corte di Westminster. Inizialmente i legali del giornalista hacker avevano escluso che la Svezia avrebbe fatto appello, una notizia rilanciata dai principali media britannici. Una nuova udienza è prevista entro le prossime 48 ore. Nel frattempo, l’australiano resta in cella.

Opinione pubblica divisa: dal Time al Washington Post

«Vogliono trasformare questo processo in uno spettacolo», ha detto l’avvocato dell’australiano Mark Stephens secondo cui
«non è sorprendente, vista la storia delle persecuzioni contro Assange».
I lettori del settimanale americano Time avevano eletto il fondatore di Wikileaks “persona dell’anno” con oltre 382 mila voti assegnati online. Ma un altro sondaggio realizzato per il Washington Post, un giornale vicino ai repubblicani, ha rivelato che il 59% degli americani crede che Assange debba essere incriminato e arrestato dagli Stati Uniti.
Netta la differenza di voto secondo l’età al sondaggio: il 30% degli intervistati tra i 18 e i 29 anni, una percentuale doppia di quelli con più di 50 anni, ha ritenuto che le pubblicazioni di Wikileaks siano state utili per l’interesse pubblico, e per il 46% Assange non deve essere considerato un criminale.

L’Islanda scende in campo in difesa di Assange

Intanto, dopo i cyber attacchi delle settimane scorse, anche a livello formale qualcosa inizia a muoversi a favore di Assange e Wikileaks. L’Islanda ha annunciato che potrebbe ritirare a Visa e Mastercard le licenze per operare sul proprio territorio se non saranno in grado di dimostrare di avere le basi legali per aver deciso di bloccare le donazioni al sito.
I dirigenti delle due società, stando a quanto riferito dagli organi di stampa locali, sono stati convocati alcuni giorni fa dal comitato generale del Parlamento. In entrambi i casi, hanno raccontato agli islandesi che la scelta di bloccare i fondi è «stata presa da fonti straniere».
E nel Paese, dove Julian Assange fondò la prima associazione legata a Wikileaks, la Sunshine Press, è nato il 14 dicembre Union of Interested Parties in Open Administration, una versione “indigena” Wikileaks. Il sito ha pubblicato alcuni documenti segreti sul crac della banca online Icesave, al centro di un serrato confronto tra Islanda, Gran Bretagna e Olanda sul rimborso dei risparmiatori.