Assange parla di libertà dal balcone sbagliato

Lanfranco Vaccari
21/08/2012

Il fondatore di Wikileaks ha chiesto asilo all'Ecuador dove i media sono manipolati. E il giornalismo cede il passo alla propaganda.

Assange parla di libertà dal balcone sbagliato

Si può discutere se Julian Assange abbia diritto allo status di rifugiato. Secondo la lettera della convenzione dell’Unhcr, il documento basilare per definire chi sia un rifugiato, quali siano i suoi diritti e quali gli obblighi legali degli Stati, no.
Può essere applicato solo a chi abbia «il ben fondato timore di essere perseguitato per ragioni di razza, religione, nazionalità, appatenenza a un particolare gruppo sociale o partito politico». Ancora più chiaramente: lo status non vale per una persona «nei confronti della quale esistano fondate ragioni per ritenere che abbia commesso un grave crimine non politico fuori dal Paese in cui cerca rifugio». Ora, la giustizia svedese cerca Assange per due accuse di violenza sessuale, un capo di imputazione che sotto qualsiasi latitudine rientra nella categoria «grave crimine non politico».
IL TENTATIVO DI TENERE I MEDIA SOTTO CONTROLLO. Si può anche discutere sull’ironia, e la tristezza, del tentativo di Assange di trovare rifugio in un Paese che non ha libertà di stampa in cima alla lista delle sue priorità. L’Ecuador del presidente Rafael Correa si sta muovendo più velocemente di chiunque altro per mettere sotto controllo i giornali e le televisioni. Tre giornalisti di El Universo rischiano la prigione per un editoriale contro il leader populista; il giornale più antico del Paese rischia di chiudere; Correa ha proposto (e vinto) un referendum per limitare il potere di indagine della stampa. Nelle parole di José Manuel Vivando, direttore di Human Rights Watch per le Americhe, «la libertà di espressione a Quito è sotto assedio».
IL RUOLO CHIAVE DELL’ASSANGE DI WIKILEAKS. Ma quello che è assolutamente necessario discutere è il senso stesso dell’operazione Wikileaks, un’organizzazione nata con lo scopo di divulgare documenti che dimostrano le inadempienze e le gravi negligenze, quando non i reati, o comunque i comportamenti “non etici” di governi e aziende multinazionali in giro per il mondo. Le sue rivelazioni si dividono grosso modo in tre categorie.
La prima è quella delle notizie rilevanti: i documenti sulle guerre in Afghanistan e in Iraq, sulla corruzione in Kenya, sul campo di prigionia di Guantanamo Bay. La seconda è quella dei pettegolezzi: gran parte dei cabli del dipartimento di Stato americano. La terza è quella che mette in pericolo persone o ne distrugge la carriera: un esempio sono i documenti, divulgati un paio d’anni fa, delle conversazioni fra esponenti di organizzazioni che si occupano di diritti umani e rappresentanti delle ambasciate americane.

La verifica imprescindibile delle fonti

Dal punto di vista giornalistico, la prima categoria è molto interessante, la seconda irrilevante e la terza censurabile. Ma anche là dove si può invocare il Primo emendamento, o comunque il principio della libertà di stampa, per gustificare la pubblicazione, non si può dimenticare che si tratta di materiale grezzo, non lavorato, non sottoposto a quei controlli incrociati che rappresentano l’essenza stessa del giornalismo investigativo. Per essere più chiari: è del tutto legittimo divulgare documenti confidenziali o classificati come segreti, lo è meno se lo si fa senza trovare conferme (durante l’inchiesta che portò alle dimissioni di Richard Nixon, Carl Bernstein e Bob Woodward non pubblicavano niente che non avesse almeno tre riscontri da fonti diverse).
IL GIORNALISMO MESSO DA PARTE PER LA PROPAGANDA. Trovare documenti, per quanto sensibili, e metterli paro paro in Rete ha poco a che fare con la libertà di stampa e molto con la giungla. È un meccanismo che l’Italia conosce bene. Da Tangentopoli in poi, gran parte delle inchieste pubblicate dai giornali italiani è stata fatta così: andando in procura e facendosi passare da qualche magistrato, da qualche cancelliere o qualche avvocato un pacco di documenti, per poi metterli direttamente in pagina. Va benissimo, a patto però di chiamare le cose con il loro nome: questo non è giornalismo ma nel migliore dei casi propaganda e nel peggiore killeraggio.
Ancora una volta è meglio essere chiari per evitare gli equivoci. Non sostengo che Julian Assange debba essere messo sotto processo o che per lui non valga il Primo emendamento. Dico un’altra cosa: Assange parte da un pregiudizio, da una posizione preconcetta (per usare le sue parole, «sconvolgere il funzionamento dei governi»); il buon giornalismo, invece, ha una posizione terza e insegue, nei limiti del possibile, quella chimera sfuggente che è l’obiettività.
IL DISPREZZO PER LE CONSEGUENZE DI UN GESTO. Assange usa metodi spregiudicati fino all’irresponsabilità, con un totale disprezzo per le possibili conseguenze sulle persone da lui esposte. Infine, Assange non usa alcun criterio giornalistico: avvicina quel che ha raccolto a quell’enorme ventilatore che è la Rete e lascia che si sparga ovunque.
Wikileaks (e la sua versione all’amatriciana inaugurata da Tangentopoli) esplora i confini estremi della libertà di stampa, rimenendo al suo interno. Credo che avrebbe fatto meglio a fermarsi prima e comunque a utilizzare il metodo giornalistico così ben descritto in Tutti gli uomini del presidente.
Perché se non è moralmente accettabile la frase apocrifa attribuita a Niccolò Machiavelli, secondo cui il fine giustifica i mezzi, è certamente vera una sua elaborazione contraria: i mezzi qualificano il fine.