Assange sfida Obama

Redazione
19/08/2012

Ha fatto appello direttamente al presidente Usa Barack Obama Julian Assange, parlando il 19 agosto dal balcone dell’ambasciata ecuadoriana a...

Assange sfida Obama

Ha fatto appello direttamente al presidente Usa Barack Obama Julian Assange, parlando il 19 agosto dal balcone dell’ambasciata ecuadoriana a Londra.
Rinunci alla «caccia alle streghe» perché «chi minaccia Wikileaks minaccia la libertà di espressione», ha detto il fondatore di Wikileaks esattamente due mesi dopo essersi rifugiato nella sede diplomatica di Londra del Paese sudamericano per sottrarsi all’estradizione in Svezia, dove è accusato di stupro.
CRITICHE AI GOVERNI. Camicia azzurra e cravatta rossa, quella di Assange è stata la prima apparizione pubblica da marzo, ed è arrivata nel pieno dello scontro diplomatico a tre sul suo destino in corso tra Ecuador, Gran Bretagna e Svezia. Il fondatore di Wikileaks è accusato di stupro e la Svezia ne ha chiesto l’estradizione mentre l’Ecuador gli ha concesso l’asilo politico.
In teoria Assange, che ha parlato per sei-sette minuti dal balcone dell’ambasciata dell’Ecuador di Knightsbridge, non avrebbe potuto fare dichiarazioni politiche (è una condizione dell’asilo concesso dall’Ecuador) ma le critiche rivolte a vari governi, e quello degli Stati Uniti in particolare, erano politicamente provocatorie.
GRAZIE ALL’ECUADOR. Accolto in trionfo da centinaia di sostenitori, sotto i riflettori dei media internazionali, Assange ha ringraziato l’Ecuador, «una coraggiosa nazione, che ha preso una posizione per la giustizia» e l’America Latina «per aver difeso il diritto di asilo e grazie al popolo Usa, britannico, australiano e svedese per avermi appoggiato anche se i loro governi non lo hanno fatto».
In sua difesa, prima del discorso, aveva già parlato Baltasar Garzon, l’avvocato dell’australiano, fuori dall’ambasciata ecuadoregna ha dichiarato: «Assange è grato al popolo ecuadoregno e al presidente Rafael Correa per avergli concesso l’asilo» ed «è in uno stato d’animo combattivo».
«Ai miei figli, perdonatemi, ci rivedremo presto», ha detto in toni quasi messianici, mentre tra il tifo da stadio sotto il balcone qualcuno ha evocato lo spirito di Evita Peron.
NESSUNA PAROLA SU MOLESTIE. Non una parola invece alle accuse di molestie sessuale per cui la Svezia da due anni ne ha chiesto l’estradizione per interrogarlo. Assange teme che siano il grimaldello per l’estradizione negli Usa, dove potenzialmente lo aspetta un’accusa di tradimento. Ma questo «è assolutamente impossibile’, ha detto al Financial Times il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt: «Non estradiamo in Paesi che hanno la pena di morte». Forse il barlume di una soluzione, visto che già in un portavoce di Wikileaks aveva ribadito che un impegno formale da parte di Stoccolma a non estradare Assange negli Stati Uniti sarebbe stata una «buona base per negoziare un modo per mettere fine a questa storia».
LIBERARE MANNING. Assange ha chiesto anche il rilascio di Bradley Manning, il giovane militare americano in carcere negli Stati Uniti da 815 giorni con l’accusa di essere la fonte di Wikileaks «è un eroe e deve essere liberato».
E ha commentato anche la condanna di Pussy Riot, a Mosca: «C’è unità nell’oppressione. Ci deve essere determinazione e unità nella risposta».