Assedio a Mubarak

Redazione
25/01/2011

di Barbara Ciolli e Giuliano Di Caro  Sassi, fumogeni, una ventina di arrestati, un poliziotto morto calpestato dalla folla e...

di Barbara Ciolli e Giuliano Di Caro 

Sassi, fumogeni, una ventina di arrestati, un poliziotto morto calpestato dalla folla e almeno cinque feriti, negli scontri tra polizia e dimostranti al Cairo, che nella ‘giornata della collera’ hanno tentato di assaltare il parlamento e inveito contro il presidente Mubarak (guarda la photogallery dei tumulti in Egitto). Secondo le ultime notizie apparse sulla rivista araba Akhbar al-Arab (smentita da fonti ufficiali), il figlio del presidente egiziano Hosni Mubarak, Gamal, considerato il candidato alla successione al potere ormai trentennale del padre (leggi l’approfondimento sui dittatori del Nord Africa), sarebbe fuggito a Londra con la moglie e la figlia a bordo di jet privato, carico di valige.
Nella capitale egiziana, in 25 mila hanno aderito alle manifestazioni di protesta indette dalle forze dell’opposizione e da attivisti della società civile. «Mubarak vattene» e «pane e libertà», gridavano tra le sirene delle ambulanze le migliaia di persone radunate nella piazza centrale di Taharir, di fronte ai palazzi del potere, accanto al museo egizio, chiedendo riforme politiche e sociali.
«Fuori, fuori!», scandivano gli altri cortei con circa 2 mila cittadini, tra cui molti studenti, che sfilavano lungo il grande viale Mohandesim, intitolato alla Lega Araba.
SASSAIOLA CONTRO LA POLIZIA. Per tutta la mattina è stato un crescendo di tensione, finché un gruppo di manifestanti non ha innescato una sassaiola. La polizia, schierata in assetto antisommossa, ha risposto sparando lacrimogeni e azionando gli idranti. Le forze dell’ordine hanno presidiato con un massiccio schieramento di uomini e mezzi i quartieri della capitale, bloccando strade intere: una ventina di camion blindati, solo nel piazzale dell’università.

Il rischio effetto domino nei Sinai e al confine con Gaza

Analogo stato d’allerta ad Alessandria, dove sono in corso altri cortei. Alla protesta hanno per la prima volta aderito anche alcuni gruppi di beduini della penisola del Sinai, che hanno preso posizione contro il governo egiziano. Fonti del governatorato del Sinai del Nord hanno annunciato che altri manifestanti scenderanno in strada vicino all’aeroporto di al-Gorah, dove sono di stanza forze di pace multinazionali. Intanto è giunta la notizia che due manifestanti sono morti a Suez. 
Mentre i rappresentanti di una tribù del villaggio di al-Mahdiya, a sud del valico di Rafah tra Egitto e Striscia di Gaza, hanno annunciato una marcia per le strade di Rafah e di Sheikh Zowayyed, dove le forze dell’ordine sono già state schierate a tappeto, in particolare vicino alle sedi universitarie.
L’ONDA LUNGA DELLA RETE. Il tam tam per una nuova ‘rivoluzione dei gelsomini’ (leggi l’articolo sul possibile effetto domino della Tunisia) è corso lungo la rete, che grazie a Twitter e ai social network ha reclutato migliaia di sostenitori. Proprio sulla sua pagina Facebook, il premio Nobel per la pace ed ex direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) Mohamed El Baradei, a capo dell’opposizione egiziana, ha espresso il suo sostegno alle «manifestazioni odierne contro la repressione», denunciando «la minaccia di usare la forza da parte di un regime che trema davanti al suo popolo» (leggi l’intervista a Zenobia, attivista egiziana).
IL ‘CODICE PER IL MANIFESTANTE’. Una ricercatrice italiana residente al Cairo ha seguito da vicino la protesta e ha raccontato a Lettera43.it che la manifestazione è stata ispirata e organizzata grazie alla rete da due movimenti: quello del 6 aprile, sciopero dei lavoratori tessili nel 2008 memorabile per gli abitanti della capitale, e un secondo che prende il nome da Khaled Sayid, picchiato a morte dalla polizia di Mubarak. 
«Nei giorni precedenti alla protesta è stato distribuito agli attivisti dei movimenti un mini codice di comportamento: lasciare le prime file ai più esperti, protestare pacificamente e non provocare la polizia. D’altronde è un gioco di ruoli, tenere sotto controllo le provocazioni significa ridurre al minimo la reazione delle forze dell’ordine. Diversamente dalla Tunisia, qui i poliziotti difficilmente si uniranno alla protesta a fianco della gente». Buonsenso dunque nell’organizzare queste manifestazioni diffuse e partite dal basso, non su ispirazione dei partiti politici nè della fratellanza islamica, che anzi si sono limitati a studiare la situazione. 
Su siti internet e blog si sono anche rincorse le voci di centinaia di arresti nel Paese, 600 secondo il quotidiano on line al-Wafd, contro gli attivisti politici, considerati i fomentatori delle principali manifestazioni cittadine. Un blogger ha parlato di otto attiviste arrestate, tra cui anche una giornalista di Islam online.
LINEA DURA DEL GOVERNO. Al rischio di implosione, il governo ha risposto mostrando il pugno duro, dichiarando di non farsi intimidire da una «folla di incoscienti». In un’intervista uscita la mattina del 25 gennaio sul quotidiano Al Ahram, il ministro dell’Interno egiziano Habib El Adly ha affermato di non «tollerare alcuna minaccia ai beni e alla sicurezza del Paese. Questi giovani incoscienti non hanno alcuna influenza e i servizi di sicurezza sono capaci di dissuadere qualsiasi azione illegale».
APPELLO DEGLI USA ALLA CALMA. Anche il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha rivolto un «appello a tutte le parti in Egitto» affinché si adoperino per mettere fine alle proteste e agli scontri. «Il governo egiziano è stabile», hanno rimarcato gli Usa nel tentativo di arrestare l’escalation, «nonostante le manifestazioni di piazza organizzate per chiedere le dimissioni del presidente».

Proteste di massa in Tunisia, in 1.000 nella capitale

Tensioni anche in Tunisia, dove per tutta la giornata del 25 gennaio sono proseguite le proteste di migliaia di cittadini contro il governo di transizione, ritenuto troppo vicino al vecchio regime (leggi l’articolo sulla caduta di Ben Ali e sulla fine della censura).
Sull’onda dell’appello a dimostrare, lanciato su Facebook, il cuore della contestazione si è concentrato davanti alla sede del governo, dove si sono radunate circa 1.000 persone, che chiedevano le dimissioni del premier ad interim Mohammed Ghannouchi.
Molti manifestanti hanno trascorso la notte precedente all’addiaccio, sfidando il coprifuoco, sulla grande spianata davanti alla Casbah, vicino all’ufficio del primo ministro. Lungo la centrale Avenue Bourghiba, teatro delle manifestazioni delle scorse settimane, sono sfilati diversi cortei spontanei.
Nel Paese c’é grande attesa per l’annuncio di un rimpasto di governo, per il quale sono in corso in corso trattative. Secondo indiscrezioni di membri dell’esecutivo, alcuni ministri saranno sostituiti: si è escluso tuttavia che l’opposizione lasci i dicasteri dell’esecutivo. Pronti a scendere in piazza anche i sostenitori del premier, che appoggia il processo di transizione per arrivare alle elezioni.
RISARCIMENTI ALLE VITTIME. Il 24 gennaio, il governo ha annunciato di stanziare 500 milioni di dinari (circa 260 milioni di euro) in risarcimento ai familiari dei cittadini uccisi nei moti popolari che hanno portato alla caduta del presidente Zine El Abidine Ben Ali.
Parte della somma sarà anche impiegata per aiuti ‘urgenti ed immediati’ a favore degli artigiani e commercianti che hanno subito danni alle loro attività, durante la rivolta.
L’esecutivo ha anche promesso misure in aiuto ai giovani disoccupati, offrendo loro la possibilità di un lavoro volontario part-time in cambio di un salario mensile di 150 dinari (circa 78 euro), fino a quando non avranno un impiego fisso.

GUARDA LA DIRETTA WEB DA IL CAIRO

Webcam da centro città al Cairo, dove i manifestanti continuano a scandire slogan antigovernativi.