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La medicina spaziale studia l'ibernazione per andare su Marte

La medicina spaziale studia l’ibernazione per andare su Marte

Si punta a ottenere una specie di sonno profondo, perché un equipaggio che dorme non mangia, non produce rifiuti ed evita conflitti causati dallo stare insieme in ambienti confinati.

21 Giugno 2019 16.53

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Come nel film cult Odissea nello spazio sarà probabilmente l’ibernazione, e in particolare il sonno profondo, la soluzione più pratica per far viaggiare gli astronauti nelle missioni spaziali di lunga durata, a partire da quelle destinate a portare l’uomo su Marte. Come riuscire a ottenerla è una delle principali sfide future della medicina spaziale, insieme alle ricerche per contrastare gli effetti sulla salute dei viaggi interstellari, che sono simili a quelli dell’invecchiamento.

I VANTAGGI DELL’IBERNAZIONE

Debora Angeloni, docente di Biologia molecolare alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dove è anche responsabile scientifica del primo corso di Biologia spaziale mai organizzato in Italia, spiega: «Ai congressi sentiamo spesso gli esperti di medicina spaziale parlare di ibernazione. È una cosa che esiste in natura, negli animali che d’inverno vanno nel torpore profondo e rallentano il metabolismo. Per l’uomo si tratterà di cercare di ottenere una sorta di sonno profondo, perché un equipaggio che dorme non mangia, non produce rifiuti e non si creano conflitti causati dallo stare insieme in ambienti confinati». Il sonno profondo sarebbe una soluzione molto pratica, ma gli studi sono ancora in fase iniziale.

LA RISPOSTA DELLE CELLULE ALLE CONDIZIONI DEL VOLO SPAZIALE

Non mancano tante altre sfide da affrontare. Bisogna ad esempio capire come proteggere gli astronauti dagli effetti della microgravità sulla massa ossea e muscolare, sulla colonna vertebrale e sulla circolazione. A tale scopo Angeloni ha ideato un esperimento che ha portato cinque milioni di cellule umane che rivestono i vasi sanguigni sulla Stazione Spaziale Internazionale, per studiarne la risposta alle condizioni del volo spaziale. Si è scoperto che nello spazio queste cellule cambiano forma e di conseguenza sono meno performanti.

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