Elena Paparelli

Perché l'Italia arranca su diritti umani e sviluppo sostenibile

Perché l’Italia arranca su diritti umani e sviluppo sostenibile

10 Dicembre 2018 11.09
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Il 10 dicembre si celebra la Giornata mondiale dei diritti umani per ricordare l’importanza della Dichiarazione universale, approvata nel 1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni unite, e basata sul «riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili» che «costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Eppure i diritti umani – come quelli al cibo, al lavoro, all’assistenza sanitaria – oggi risultano sempre di più messi alla prova, in uno scenario nazionale e internazionale in cui si registrano crescenti disuguaglianze nelle condizioni di vita.

CONDIZIONE ECONOMICA E OCCUPAZIONALE IN PEGGIORAMENTO

Secondo il Rapporto 2018 dell’Asvis (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile), una rete di organizzazioni della società civile nata per diffondere la cultura della sostenibilità e la conoscenza dell’Agenda 2030, nel nostro Paese a peggiorare sono proprio povertà, disuguaglianza, condizione economica e occupazionale, assieme a condizioni delle città ed ecosistema terrestre.

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IN RITARDO SUGLI OBIETTIVI STABILITI NEL 2015

A oltre tre anni dalla firma dell’Agenda 2030, “programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità”, sottoscritto a settembre 2015 dai governi di 193 Paesi membri dell’Onu, il traguardo rispetto a obiettivi comuni e centrali per lo sviluppo come la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico, sembra ancora molto lontano. Lettera43.it ha chiesto a Enrico Giovannini, portavoce dell’Asvis, economista, statistico ed ex ministro del Lavoro e delle Politiche sociali del governo Letta, di provare a stilare un primo bilancio.

DOMANDA. Il Consiglio europeo aveva indicato la necessità di individuare, entro la seconda metà del 2018, le lacune per le quali l’Ue deve fare di più entro il 2030. Ora siamo a fine anno: quali sono state indicate?
RISPOSTA.
Non esito a registrare una situazione estremamente negativa per l’Italia, mentre è necessario sospendere ancora per qualche settimana il giudizio sull’Ue. Il nostro Paese ha fatto poco o nulla per attuare gli impegni assunti, compresi quelli sul clima. La Strategia nazionale di sviluppo sostenibile, adottata a dicembre 2017, non ha avuto alcun impatto diretto sul disegno delle politiche, comprese quelle dell’attuale governo.

Come si sono comportati gli ultimi esecutivi?
La direttiva firmata da Gentiloni a marzo del 2018, che istituisce a Palazzo Chigi la commissione per il coordinamento delle politiche per l’Agenda 2030, è ancora ignorata, nonostante la rassicurazione sulla sua imminente attuazione ricevuta dal presidente Conte durante un nostro incontro il 7 ottobre 2018.

Nella legge di Bilancio non c’è traccia di una decisa scelta a favore dello sviluppo sostenibile e dell’economia circolare: quelle parole non compaiono proprio nel testo

E la legge di Bilancio?
Lì non c’è traccia di una decisa scelta a favore dello sviluppo sostenibile e dell’economia circolare: quelle parole non compaiono proprio nel testo. La maggioranza ha bocciato la proposta di trasformare il Cipe (Comitato Interministeriale per la programmazione economica, ndr) in Comitato per lo sviluppo sostenibile, sui cui il Movimento 5 stelle, insieme a molte altre forze politiche, si era impegnato firmando l’Appello proposto dall’Asvis durante la campagna elettorale.

Quali sono le scadenze?
Entro dicembre l’Italia deve presentare all’Ue il piano integrato energia-clima, di cui ancora non si sa nulla, senza parlare della posizione negativa espressa dal governo sul Migration compact.

A livello comunitario si attende intanto il “Reflection paper” su come incorporare l’Agenda 2030 nelle politiche europee.
Sembra che la presentazione sia slittata da dicembre a gennaio 2019 a causa delle forti discussioni interne alla Commissione. Su questo, dunque, bisogna sospendere il giudizio.

Cosa sta facendo l'Europa?
Ha preso importanti e positive decisioni negli ultimi mesi, dalla promozione della finanza sostenibile al pacchetto per l’economia circolare, dal bando della plastica monouso all’accordo su un forte taglio delle emissioni.

La Commissione ha promosso l’attività della piattaforma multistakeholder sugli Sdgs, cioè sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile, con l’obiettivo di supportare la Commissione stessa e le altre istituzioni per l’implementazione dell’Agenda 2030 in Europa. Che risultati sta portando?
Il Rapporto della Piattaforma in vista della preparazione del “Reflection paper” è importante e ambizioso. Non a caso ci sono state molte discussioni e tentativi di sminuirne le proposte da parte dei rappresentanti di alcune associazioni delle imprese, preoccupate del possibile impatto della trasformazione verso un’economia sostenibile.

In Europa in cui muore ogni anno mezzo milione di persone per malattie legate all’inquinamento e in cui abbiamo 120 milioni di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale

Cosa dice il rapporto?
Evidenzia correttamente sia i problemi sia le opportunità per il continente europeo, anche sul piano economico, derivanti dalla transizione allo sviluppo sostenibile. D’altra parte, abbiamo sotto gli occhi i rischi per la sostenibilità sociale e politica di una economia che cresce troppo poco per generare occupazione di qualità e ben remunerata, di una società in cui le disuguaglianze crescono, di un’Europa in cui muore ogni anno mezzo milione di persone per malattie legate all’inquinamento e in cui abbiamo 120 milioni di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale.

La maggiore novità del 2017 è stato l’accordo trovato tra le istituzioni europee sul cosiddetto “Pilastro europeo dei diritti sociali”. Qual è la valutazione che oggi si può dare di questo accordo?
Un’ottima dichiarazione con un impatto molto limitato in quanto gran parte delle politiche necessarie per attuarlo sono competenza degli Stati membri, non dell’Unione. Proprio questo è uno degli argomenti che andrebbe messo al centro della prossima campagna elettorale europea, cioè la divisione ottimale dei compiti tra Unione e Paesi in un mondo a rischio di insostenibilità economiche, sociali e ambientali.

Cosa sta accadendo su scala nazionale?
Si è sempre meno capaci di gestire problemi complessi e globali, i movimenti “sovranisti” sembrano guadagnare consenso anche se le loro risposte sono assolutamente inadatte a gestire tale complessità. D’altra parte, le forze progressiste stentano a proporre soluzioni concrete in grado di convincere i cittadini.

Cosa si può fare in questo senso?
Un tentativo in questa direzione è stato compiuto dal Rapporto “Uguaglianza sostenibile”, appena pubblicato, redatto dalla Commissione indipendente di cui ho fatto parte, costituita dal gruppo socialista e democratico del Parlamento europeo. Il Rapporto contiene numerose proposte per politiche economiche, sociali, ambientali e di riforma della governance dell’Unione, compreso il Semestre europeo.

Nel Rapporto 2018 dell’Asvis si parla di difficile transizione italiana verso una legislatura per lo sviluppo sostenibile.
Una parte del Paese ha capito che il futuro è fatto di innovazione di prodotto e di processo nella direzione dello sviluppo sostenibile. Non a caso le imprese della green economy vanno meglio di altre. I giovani hanno compreso che il modello di consumo va cambiato e che l’ambiente non può essere qualcosa di cui ci si preoccupa solo in occasione dei disastri naturali. Molti amministratori locali stanno prendendo seriamente il tema della rigenerazione urbana e i nuovi modelli di funzionamento delle città, dalla mobilità sostenibile, all’integrazione sociale.

A livello di politica nazionale, molti media e molti opinion leader sostengono ricette obsolete, incapaci di offrire soluzioni convincenti di medio e lungo termine

Cosa manca ancora?
Non c’è dubbio che la politica nazionale, molti media e molti opinion leader sostengano ricette obsolete, incapaci di offrire soluzioni convincenti di medio e lungo termine. Non a caso anche in alcuni Paesi europei cominciano a emergere forze politiche che fanno dello sviluppo sostenibile non solo una bandiera, ma anche il principio da cui far discendere politiche concrete.

Mentre si discute di sviluppo sostenibile, l’indigenza è in aumento. Il Rapporto Sdgs 2018 indica che in Italia la popolazione a rischio di povertà e di esclusione sociale è pari al 30%, percentuale in aumento. Nel 2017 sono state il 6,9% le famiglie in condizioni di povertà assoluta, per un totale di 5 milioni e 58 mila persone, il livello più alto dal 2005.
Un risultato così disastroso è frutto di due cause: la crisi e l’assenza di politiche disegnate per affrontare seriamente la povertà, al di là degli ammortizzatori sociali classici, come la cassa integrazione, sviluppati per crisi intense ma brevi. Non a caso, quando ero ministro, nel 2013, avevamo sviluppato il Sostegno per l’Inclusione attiva (Sia), cioè un reddito minimo per chi era in povertà assoluta, condizionato alla “riattivazione” delle persone.

Ora cosa è rimasto?
Con quattro anni di ritardo, quell’idea è diventata il Reddito di Inclusione (Rei), cui sono state assegnate risorse troppo contenute. E quindi, nonostante la ripresa economica degli ultimi tre anni, la povertà è aumentata, così come sono cresciute le disuguaglianze. Ma nel 2013 la politica era convinta che mettendo in tasca delle persone un po’ di soldi l’economia sarebbe ripartita e tutti i problemi sarebbero stati risolti: è stato un gravissimo errore, che oggi vedo ripetere.

Il reddito di inclusione (Rei) è stata la prima misura universalistica di lotta all’indigenza in Italia. E ora si punta sul reddito di cittadinanza grillino. Cosa ne pensa?
Il Rei si basa sul Sia e punta alla presa in carico dell’intera famiglia povera, non solo a offrire un lavoro. Ed è così che bisogna fare, soprattutto ricordando che 1,3 milioni di poveri assoluti sono minori, a rischio di abbandono scolastico, di assenza di cure mediche. La povertà è molto più dell’assenza di reddito e per contrastarla occorre un insieme integrato di supporto monetario e di servizi.

Ma le cose potrebbero cambiare.
Da questo punto di vista, sarebbe un grave errore abbandonare questa impostazione, per esempio spostando la competenza della presa in carico dai Comuni ai centri per l’impiego. E non solo per la scarsa qualità di questi ultimi, ma perché solo i Comuni sono in grado – almeno in teoria – di svolgere un intervento integrato nelle varie dimensioni, coordinando Asl, scuole e centri per l’impiego.

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