Attentato alla pax cecena

Marta Allevato
19/10/2010

L’assalto a Grozny rivela la debolezza del dittatore Kadyrov.

di Marta Allevato

Nella Grozny “pacificata”, dove il presidente Ramzan Kadyrov pensa a costruire centri commerciali e alberghi di lusso, i ribelli sono tornati a colpire (leggi la cronaca dell’attentato del 19 ottobre). Lo hanno fatto con un attentato denso di significati simbolici: il luogo, la capitale; l’obiettivo, il Parlamento; il giorno, quello della visita in Cecenia del ministro russo degli Interni Rashid Nurgaliyev, l’inviato del vero padrone della Repubblica caucasica, il Cremlino.
Il piano dei militanti ceceni era chiaramente indirizzato a colpire un unico bersaglio: la leadership dello stesso Kadyrov, l’uomo voluto dall’allora presidente russo Vladimir Putin a capo della turbolenta repubblica caucasica e che oggi sorveglia con il suo clan una pace di cartapesta (frutto di due sanguinose guerre indipendentiste), brandendo con una mano il kalashnikov e con l’altra il Corano.
Il dittatore ceceno ha promesso di mettere fine alle operazioni dei ribelli, ha garantito al Cremlino di avere sotto controllo la situazione, mentre la popolazione e le forze di sicurezza denunciavano l’esatto contrario.
«L’attentato al Parlamento dimostra che la campagna dei militanti contro i vertici del potere è tutt’altro che sedata come vogliono far credere», ha spiegato Alexej Malashenko, esperto di Caucaso per il Carnegie Centre di Mosca. Che ha aggiunto: «Il premier Putin deve essere molto deluso».

Ansia da prestazione per Kadyrov

Foraggiato dal Cremlino per tenere nel terrore il Paese e impedire una nuova recrudescenza della lotta indipendentista, Kadyrov ha capito che la posta in gioco è la sua autorevolezza agli occhi del pigmalione Putin.
Il 19 ottobre, come prima cosa è corso sul luogo dell’attentato per guidare le operazioni di bonifica della zona, ha telefonato a Putin per rassicurarlo sulla situazione e si è affrettato ad annunciare che «tutti i miliziani» erano stati uccisi mentre ancora non era chiaro se ci fossero addirittura ostaggi civili e bombe piazzate negli edifici governativi.
Un’ansia da prestazione giustificata anche dal fatto che non si tratta del primo avvertimento lanciato dai ribelli al dittatore ceceno: il 29 agosto un attacco simile per gravità era stato condotto contro il villaggio natale di Kadyrov, Tsentoroi, una sorta di Green Zone cecena.
Anche in quel caso c’era stata una battaglia con numerosi morti e gli aggressori erano stati tutti uccisi.

Kalashnikov e Corano

La risposta scontata del presidente è stato il pugno di ferro contro i guerriglieri e le loro famiglie: rapimenti, processi sommari e omicidi politici sono all’ordine del giorno in Cecenia.
Intanto Kadyrov cerca di compattare il Paese intorno alla sua versione di identità nazionale, incentrata sull’idea di “Islam tradizionale ceceno”: gli imam non fedeli al regime vengono arbitrariamente licenziati; bande di uomini vestiti di nero e legati al suo centro per l’Educazione morale e spirituale, girano per strada ricordando ai passanti i mali dell’alcol, spiegando il giusto Islam. Le donne che non indossano il velo ricevono attacchi fisici e verbali. Di recente Kadyrov ha proposto al Cremlino di cambiare il suo appellativo da “presidente” a “imam”.
L’assalto al Parlamento, spiega l’analista Malashenko, dimostra che l’approccio militare e del terrore perseguito dal presidente ceceno contro la guerriglia non funziona. Ma le intenzioni reali di trovare una soluzione duratura alla polveriera cecena non ci sono: «Nonostante le figuracce, Kadyrov rimarrà al suo posto, non fosse altro perché manca una reale alternativa».

I ribelli tra propaganda e lotte intestine

La recente ripresa degli attacchi contro obiettivi politici in Cecenia è volta a dimostrare che la guerriglia è ancora viva e per niente sradicata come vorrebbero far credere da Mosca.
Ma la differenza con le imponenti e sanguinose operazioni messe in atto fino a qualche anno fa appare evidente: oggi siamo di fronte a iniziative di piccoli nuclei, che si affidano per lo più a kamikaze, e che militarmente non rappresentano alcuna minaccia per il potente orso russo.
Con molta probabilità dietro l’alzata di testa della guerriglia in Cecenia vi è un mix di propaganda verso la popolazione e l’opinione pubblica russe e una lotta intestina per stabilire una gerarchia tra i propri gruppi e comandanti militari.
Divisioni politiche, polemiche e conflitti religiosi hanno attraversato il fronte dei ribelli negli ultimi mesi. Da una parte il fondamentalista islamico Doku Umarov, la mente degli attentati alla metro di Mosca del marzo scorso: autoproclamatosi “emiro del Caucaso” invoca la jihad per unire in un’unica entità politica le repubbliche russe a maggioranza musulmana.
Dall’altra, il nuovo leader Hussein Gakayev, a capo di una fronda di ribelli che ha rinnegato Umarov e trova l’appoggio del leader ceceno in esilio Achmed Zakajev: tiratosi fuori dalla guerra per l’emirato caucasico, Gakajev è ritenuto da Kadyrov il mandante degli attentati a Tsentoroi. E forse anche di quello a Grozny.