L’autonomia di Veneto e Lombardia spacca la Lega

22 Febbraio 2019 06.00
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Si sfoga un senatore grillino: «A noi, sul tema dell'autonomia, è stato chiesto dai vertici di abbassare i toni. Ma la verità è che in questa partita, al momento, non abbiamo interlocutori. Anzi, ne abbiamo tre: Salvini, i governatori di Lombardia e Veneto che vogliono rifare la Lega Nord, e Giorgetti. Tutti e tre con posizioni differenti». L'autonomia differenziata è anche una partita interna al Carroccio, che potrebbe ridefinire pesi e contrappesi all'interno del partito. E fare saltare gli equilibri ricostruiti con difficoltà dopo l'era Bossi.

LE PRETESE DI VENETO E LOMBARDIA E I PIANI DI SALVINI

Matteo Salvini tratta il tema federalismo con un certo fastidio e molta apprensione. Le richieste di Veneto e Lombardia hanno finito per acuire una distanza già esistente con il M5s, soltanto nascosta dal voto a suo favore contro l'autorizzazione a procedere sulla piattaforma Rousseau o dall'accordo sulla presidenza dell'Inps. Il ministro dell'interno, si sa, vuole arrivare alle Europee senza grandi tensioni, per poi giocarsi la sua partita politica. Ma i nuovi poteri pretesi dalle Regioni del Nord rischiano di rovinare tutto il lavoro che il leader leghista sta facendo al Sud per recuperare spazi e far dimenticare il passato secessionista.

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PALAZZO LOMBARDIA PIÙ VICINO A MARONI CHE AL CAPITANO

Salvini, l'ha spesso spiegato ai suoi parlamentari, è convinto che con questa legge elettorale sarebbe inutile tornare al voto, fino a quando non avrà i consensi necessari per stappare tutti quei collegi uninominali nel Mezzogiorno che sono alla base dell'exploit dei grillini. Lo dimostra il fatto che nell'ultimo mese è stato quasi più in Abruzzo che nel suo ufficio al Viminale. Soprattutto Salvini vedrebbe nelle richieste di Attilio Fontana (governatore della Lombardia) e di Luca Zaia (presidente del Veneto) una battaglia revanscista che non gli piace. Nei due territori il segretario della Lega ha messo in ogni ganglo del partito sui fedelissimi. Ma a Palazzo Lombardia come a Palazzo Balbi la macchina regionale è retta da funzionari che in molti casi sono lì dai tempi della Lega bossiana e che, per quanto riguarda alla Lombardia, ancora oggi si sentono più vicini all'ex governatore Roberto Maroni che al Capitano. Un "Palazzo" molto autoreferenziale, che si fa forte del buon governo e dei rapporti diretti con la burocrazia ministeriale romana.

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In Veneto Salvini ha provato a fare fuori Zaia mettendo al suo posto il fido sottosegretario all'Economia, il padovano Massimo Bitonci, salvo poi fare marcia indietro quando ha capito che il governatore non aveva ambizioni romane, ma voleva soltanto restare sulla sua poltrona. In Lombardia Fontana, uomo cauto e autorevole anche presso l'opposizione, è tornato in pista dopo essere stato accantonato alla fine del suo madato di sindaco a Varese. Era l'unico e solo candidato in grado di affrontare l'eredità di Maroni. Sia Zaia sia Fontana – leghisti dai tempi di Bossi – sono diventati i politici più autorevoli del Carroccio nei loro rispettivi territori, come dimostrano la massa di voti che spostano. Ma adesso anche loro vogliono fare un passo avanti.

IL MODELLO DEL NORD E LE RESISTENZE DEI MINISTERI

Le posizioni sull'autonomia di Veneto e Lombardia ai tavoli con il governo sono molto distanti: il primo vuole tenersi il 90% delle tasse pagate dai suoi cittadini, l'altra si "accontenterebbe" di una piena gestione della Sanità senza toccare i Lea nazionali. Ma al di là dei futuri poteri, pur con approcci diversi, Zaia e Fontana convengono sullo stesso disegno a medio termine: calcolare i costi standard, i prezzi delle prestazioni ai cittadini, con un sistema che unisca gettito, numero della popolazione e qualità dei servizi, che finisca per imporre alle altre regioni il loro modello di amministrazione. Non a caso, a Roma, i ministeri competenti fanno resistenza. E se due enti si sostituissero allo Stato centrale nel decidere il prezzo delle prestazioni, allora potrebbe finalmente nascere quella macroregione padana che era il sogno di Bossi e Gianfranco Miglio e che può dialogare in Europa da pari.

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GIORGETTI, CERNIERA TRA VECCHIA LEGA BOSSIANA E NUOVO CORSO

Chiaramente a questo riconoscimento istituzionale ne seguirebbe anche uno politico. «Se si fa la Baviera», spiegano da Palazzo Lombardia, «allora si può fare anche una nostra Csu bavarese». Salvini non può permettersi nella nuova Lega nazionale disegnata a sua immagine e somiglianza un gruppo politico forte con dei leader (Zaia e Fontana) in grado di avere forti consensi e di gestire un altissimo potere attraverso gli enti più ricchi d'Italia. Ma questo spettro spaventa anche Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che è un po' il «garante dell'unità nazionale del Carroccio». Giorgetti è l'uomo che nella Lega controlla i rapporti con i poteri forti e gli affari economici, ma è anche la cerniera tra la vecchia Lega liberista e secessionista bossiana e il nuovo corso nazionalista e molto welfarista. Al Nord il reddito di cittadinanza come quota 100 o gli stop alla Tav non piacciono. E quando c'è tensione – con le imprese, con le banche, con i sindacati, con gli amministratori locali – è sempre Giorgetti a smussare gli angoli.

IL DIFFICILE EQUILIBRIO DEL SOTTOSEGRETARIO

Al potente sottosegretario non piacciono le accelerate sull'autonomia di Lombardia e Veneto, perché allontanano la Lega di governo soprattutto dalla burocrazia romana, dove un mandarino come lui sta provando con difficoltà a insinuarsi, stringendo rapporti e mettendo uomini suoi. Ma contemporaneamente pare non gradisca l'attendismo di Salvini che pur di non acuire le tensioni con i cinque stelle e rinunciare ai voti del Sud rischia di perdere quelli del Nord. Per lui le istanze nordiste e la capacità di consenso del Capitano devono andare a braccetto. Per questo, con il fedelissimo Massimo Garavaglia, sottosegretario al Mef, ha tenuto in piedi la trattativa dell'autonomia e avrebbe costretto la maggioranza a portare avanti le prime bozze d'intesa in Consiglio di ministri anche forzando i pareri critici del ministero dell'Economia. Chi lo conosce, dice che è pronto anche a rompere con i grillini se l'autonomia si bloccherà, ma racconta pure che avrebbe consigliato a Zaia e Fontana di non tirare troppo la corda, perché potrebbero ritrovarsi soli.

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