Paolo Madron

L’autonomia del Nord e la sotterranea battaglia nella Lega

L’autonomia del Nord e la sotterranea battaglia nella Lega

21 Dicembre 2018 08.47
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Come se non bastassero le fibrillazioni e il caos sulla manovra (che, a detta delle opposizioni ma anche dei fatti c’è ma non si vede) a gettare nuova benzina sul fuoco arriva la questione dell’Autonomia. È passato più di un anno da quando Lombardia e Veneto l’hanno rivendicata vincendo plebiscitariamente un referendum, e poco o nulla s’è fatto. Adesso la bozza arriva in Consiglio dei ministri nel momento che meno propizio non si può, rischiando di ingenerare un'altra occasione di scontro tra leghisti e pentastellati. Ma anche, come sostengono i più maliziosi, tra Matteo Salvini e i maggiorenti del suo partito.

L'ADDIO DI SALVINI AL FEDERALISMO PER PUNTARE A UNA LEGA NAZIONALE

Quando si parla di autonomia si allude alla forte richiesta delle regioni di allargare i propri ambiti di competenza sottraendoli a quella del governo centrale. Ma si parla soprattutto di soldi, ovvero l’uso che viene fatto delle tasse raccolte dai cittadini. Per gli interessati “i schei”, come li chiamano i veneti, devono restare nel territorio che li ha generati. Quindi la destinazione del residuo fiscale a favore del Sud povero e derelitto deve essere ridotta al minimo. Quando il denaro varca il Po, sostenevano all’epoca i leghisti doc, Roma ladrona se ne appropria e tanti saluti.

Diciamo, per rinfrescare la memoria, che la richiesta di maggiore autonomia riecheggia un vecchio cavallo di battaglia del Carroccio, il federalismo, che fu principio fondante e bandiera sin dalle origini del movimento. Solo che nel frattempo il partito è diventato un’altra cosa, e parole come federalismo o secessione che facevano parte del miglior armamentario di Umberto Bossi sono state messe in soffitta. Oggi la Lega del Capitano ha lasciato da tempo i confini del Nord e punta ad essere un partito nazionale, e quelli che una volta erano i terroni fancazzisti e puzzolenti adesso sono elettori di prima scelta trattati con i guanti bianchi, il nuovo serbatoio dove si vanno a pescare i consensi a scapito degli alleati-rivali cinque stelle che da Roma in giù sono molto forti.

GIORGETTI E I MALUMORI DEL NORD CHE POSSONO SPACCARE IL CARROCCIO

Ad intestarsi la battaglia dei governatori Luca Zaia e Attilio Fontana ci ha pensato Giancarlo Giorgetti, il Cuccia dei leghisti oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il quale minaccia ritorsioni. Se non si andrà avanti con l’autonomia delle regioni del Nord, l’alleanza gialloverde è desinata a risentirne pesantemente. L’afflato di Giorgetti risponderà sicuramente a nobili intendimenti, ma ha anche alla dialettica interna alla Lega che da qualche tempo lo vede un po’ distante dalle posizioni del segretario. Lui è quello cui le imprese del Nord Est si rivolgono per protestare contro decreto dignità e reddito di cittadinanza, destinato il primo a penalizzare il mondo produttivo, il secondo giudicato alla stregua di una costosissima mancia di Stato ai fannulloni.

E Giorgetti non si tira indietro, a differenza di Salvini su cui poggiano i delicati equilibri dell’alleanza con i grillini, che più di una volta, al grido di «lasciateci lavorare», ha mandato padroni e padroncini a quel paese. Paradossalmente, proprio nel giorno in cui si vota la fiducia alla manovra il governo deve pronunciarsi anche sulla questione autonomie. Un combinato disposto che alza le tensioni nell’esecutivo, ma che rischia di deflagrare anche all’interno della Lega il cui elettorato pensa che al punto in cui siamo sia troppo alto il prezzo da pagare alla coabitazione con i pentastellati.

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