Azzardo Popolare

Giovanna Predoni
09/12/2010

Il consiglio della Pop Milano si è diviso sul prestito ai Corallo.

Il più sibillino è stato Giorgio Benvenuto, indimenticato segretario della Uil ai tempi della triplice con Luciano Lama e Pierre Carniti, poi segretario generale del ministero delle Finanze e ora, tra le varie cose, consigliere d’amministrazione della Banca Popolare di Milano.
Chiamato in consiglio d’amministrazione ad esprimersi sulla concessione di un finanziamento (due tranche per circa 140 milioni di euro) alla società Atlantis World Games, che gestisce su regolare concessione governativa il ricco business delle macchinette e delle slot machine in bar e locali di mezza Italia, ha dichiarato «di non poter dare un voto favorevole».
Dal che non si capisce, non avendo accesso ai verbali della riunione, se Benvenuto abbia votato contro o si sia astenuto.
Tra i contrari senza se e senza ma, il più scontento è stato Roberto Mazzotta, che della banca milanese  fu presidente prima che al suo posto si insediasse Massimo Ponzellini: quella linea di credito non doveva essere concessa. E per un duplice motivo di principio: una banca popolare dovrebbe dedicare la sua attenzione più al territorio di appartenenza, non prestare soldi a una società che opera lontana mille miglia.
E poi, ma qui siamo al tema di etica e affari, meglio privilegiare un investimento produttivo che non il proliferare del gioco d’azzardo, non importa se il compianto ex ministro della Finanze Bruno Visentini amava dire che il gioco d’azzardo è il miglior strumento con cui il capitalismo separa il denaro dai cretini.
Sarà anche per questo, oltre che per altri motivi (la società Atlantis sembra essere molto cara a uno dei collaboratori più stretti del ministro dell’Economia Giulio Tremonti), che con quattro voti contrari e quattro astenuti su un totale di 19 consiglieri, il prestito  è stato approvato a maggioranza, con soddisfazione dei titolari del gruppo, Francesco e Maurizio Corallo, indiscussi protagonista di un mercato che vale almeno 10 miliardi di euro.
Sugli assetti societari della Atlantis, per la verità, non si sa molto di più, visto che la compagine si nasconde dietro lo spesso schermo di società offshore domiciliate nell’isola caraibica di Santa Lucia.
Gli azionisti di riferimento sono figli di Gaetano Corallo, anche lui attivo nel settore del gioco d’azzardo, condannato a sette anni per associazione a delinquere e sospettato di essere un tramite di Nitto Santapaola, il boss della mafia catanese, con cui si era fatto ritrarre durante una vacanza a Saint Marteen, un’altra delle famose perle caraibiche, i cui casinò sono una delle mete preferite dei giocatori americani.
Ma i fratelli Corallo hanno dichiarato di non avere più rapporti col genitore e risultano comunque incensurati, tant’è che la loro Atlantis opera attivamente sul mercato italiano con il viatico ottenuto dal ministero del Tesoro – il cui titolare all’epoca era Domenico Siniscalco – che nel proliferare del gaming ha visto un formidabile strumento per moltiplicare le entrate.
Fa specie però, vista l’estrema delicatezza del settore, che in via XX Settembre non si siano mai interrogati sull’opacità della compagine azionaria di Atlantis, la cui maggioranza si nasconde appunto dietro le impenetrabili maglie di una finanziaria offshore.
Se il tema ha suscitato le remore di alcuni consiglieri della Popolare di Milano, ha lasciato altri del tutto indifferenti.
Per esempio, proprio l’imprimatur del Tesoro ha fatto decidere il consigliere Franco Debenedetti a dare il voto favorevole alla concessione del finanziamento. «Non c’è alcun codice etico che debba impedire alla banca di fare la banca», ha detto. «Come consigliere ho guardato se la Atlantis, a fronte del prestito, forniva le necessarie garanzie. Non ultima quella di operare con una regolare concessione del governo italiano».