Bada come parli

Redazione
12/12/2010

 di Giorgio Triani Agenda e papy-boomers: sono le due parole più brutte degli ultimi mesi. Nel senso che le espressioni orribili...

Bada come parli

 di Giorgio Triani

Agenda e papy-boomers: sono le due parole più brutte degli ultimi mesi. Nel senso che le espressioni orribili (acronimi, neologismi e modi di dire mutuati da tivù  e pubblicità perlopiù) che compaiono e scompaiono dal nostro linguaggio quotidiano sono molte di più.
Con un turn over molto accelerato e in linea con una più generale frenesia che tocca ogni ambito, ma che nel linguaggio si cristallizza. E che,  per quel tanto, o più spesso poco, che dura, consente di fissare dei fotogrammi di realtà illuminanti.
Che per un verso indicano come «la manomissione delle parole», per dirla con l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio, sia diventata scandalosa. E  per l’altro come la lingua offesa da un’espressività che non ha quasi più relazione con la realtà (nomina sunt consequentia rerum, i nomi sono la conseguenza delle cose, dicevano i latini) sia specchio di una società che non ha quasi più bussole.
Che non sa bene che sta facendo, dove sta andando e dunque che sta dicendo.

Parole per dire quello che non si riesce a fare

Ma torniamo alle due parole iniziali. Agenda e papy-boomers, considerate come emblematiche di due modi di dire dominanti e che sono un dire improntato di concretezza (che poi lo sia davvero è questione secondaria) e di anglismi. 
Agenda è subentrato a road map, termine quest’ultimo che dalla risoluzione dell’eterno conflitto fra palestinesi e israeliani, al momento dell’insediamento di Obama alla Casa Bianca, s’era diffuso a tutto il linguaggio giornalistico-politico. Probabilmente il termine è sparito perché, nonostante il suo abuso, non  una road map, a partire da quella palestinese, è arrivata a destinazione.
A soluzione definitiva di un problema quale che fosse. Sotto quest’aspetto agenda è la perfetta prosecuzione di un dire che non arriva mai al dunque. Che suona bene ma non produce nulla. Per questo in Italia si sono messi a  usarlo tutti e va bene per tutto. Hanno infatti una agenda il governo (“del fare”, appunto), i partiti, i sindacati, ma anche confindustria, il mondo dello spettacolo e il Paese intero. Agenda è un passepartout linguistico che s’è imposto perché traduce benissimo l’attitudine nazionale a fare proclami.
A promettere che non si vede l’ora di cominciare a fare. Agenda infatti, etimologicamente, sono le cose da agire. Da mettere in fila e in scadenza. Il suo successo sta tutto in questa promessa. Che consente di annunciare che si farà.
Sapendo però che da tempo gli annunci si sprecano e la gente ha la memoria corta. Anzi cortissima. É così che annunciare e comunicare è diventato, sin che dura !, molto più facile e conveniente che fare.

Anglicismi e francesismi che incalzano 

Papy-boomers, che sarebbero i baby-boomers invecchiati, diventati nonni, sintetizza viceversa la doppia sgangherata propensione italica a buttarla in inglese e a ingentilire ciò che non piace o suona male: da  location a operatore ecologico, passando per i poveri trasformati in incapienti e destinatari di una family card, che annunciata trionfalmente un anno e mezzo fa dal ministro Tremonti è sparita senza che nessuno abbia protestato.
Papy-boomers mette infatti d’accordo chi vuole chiamare gli over 60 diversamente giovani e la terza età ètà inedita e gli esterofili che invece suggeriscono nouvel age o gold age. Di passaggio si può aggiungere che papy-boomers è in linea con un Paese che, proprio con un ministro leghista, cioè lumbard o polenta&osei, Roberto Maroni, ha definitivamente cancellato il ministero del Lavoro e della sicurezza sociale e ufficializzata la nuova dizione ministero del Welfare.
Tuttavia se agenda e papy-boomers sono due parole intrinsecamente orribili, ce ne sono altre che lo sono per risonanza e ridondanza consolatoria. Perché suonano molto bene, essendo però a  rischio di generare fastidio crescente e perfino opposizione a ciò che auspicano. Anche per effetto di un abuso linguistico che induce, e quasi costringe, a dire basta anche se l’intento è condivisibile e la causa è nobile.
Il riferimento va a CO2, inteso come acronimo che riassume tutto quanto deve essere “sostenibile”, e soprattutto a Km 0. Nel primo caso, infatti, non c’è produttore (anche di carta igienica) che non comunichi quanta CO2 è stata risparmiata grazie a quell’accorgimento tecnologico o a quella modalità ecologica di trasporto.
Ma di norma si tratta di cifre che non significano nulla perché non c’è contesto o metro di riferimento comprensibile (come lo 0,00l in meno di sodio, zucchero o grassi).

Parole politicamente corrette ma diplomaticamente vuote

Visto il grave e progressivo deterioramento dei rapporti sociali, forse dovremmo cominciare a denunciare pubblicamente quanta CO2 umana intossica le nostre relazioni. E quale categoria, anche professionale, ne produce di più. Ma più seriamente è sufficiente osservare come Km 0 sia diventata l’espressione che condensa tutta una serie di parole eco-ambientaliste come “risparmio energetico” o “riduttore di flusso” ( che serve per non sprecare l’acqua del rubinetto).
Oppure no-logo e no-global come “equo e solidale”e “piccolo e locale”, o anticonsumiste come “decrescita felice”, con relativo corollario di recupero della lentezza (slow) e della tradizione (fatto a mano). Il problema però, al netto del piacere e della soddisfazione che procura il dichiararsi un consumatore a Km 0, è che, se si prende troppo alla lettera tale concetto, si precipita in una dimensione da strapaese. In un mondo chiuso: rassicurante, però terribilmente noioso e antistorico.
Dove, anche alla faccia del commercio equo e solidale, i trentini mangiano solo mele e gli emiliani bevono solo lambrusco. E magari si ritorna al donne e buoi dei Paesi tuoi.