Paolo Madron

Ballottaggi, la sinistra sconfitta e la speranza Milano

Ballottaggi, la sinistra sconfitta e la speranza Milano

25 Giugno 2018 07.15
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Siena, Massa, Pisa. È un po’ come fosse caduto il muro di Berlino, la cortina di ferro che dal Dopo guerra aveva decretato la Toscana zona rossa, impermeabile a qualsiasi tentativo dei governi democristiani, pentapartiti e forzaitalioti di conquistarla. Se si aggiunge la caduta di altre roccaforti come Imola, Terni e Ivrea il quadro si completa. Per non dire di Avellino, terra di De Mita, Gargani, Mancino, Capaldo, Cassese, culla di raffinati costituzionalisti, su cui ora svetta la bandiera pentastellata. I ballottaggi del 24 giugno sono la conferma che l’onda montante dei populisti ha assunto dimensioni dilaganti, che niente sembra poter arginare l’irresistibile ascesa di Matteo Salvini e, a ruota, ma in posizione subalterna, del Movimento 5 stelle, tradizionalmente debole alla prova del voto locale, che si aggiudica però qualche importante capoluogo.

LE CAUSE DEL CROLLO SENESE. Ogni città fa storia a sé, nel senso che al di là della conferma della tendenza nazionale, l’esito delle urne è il frutto di come esse sono state amministrate. Il caso più eclatante è quello di Siena, dove l’eclisse del Montepaschi è andata di pari passo con quella della sua classe dirigente. Si dirà che sulla città del Palio la Lega ha concentrato le sue attenzioni, e che il suo segretario vi ha fatto ben tre volte visita per sostenere la corsa del neosindaco Luigi De Mossi. Eppure anche il Partito democratico, consapevole del rischio di perdere una supremazia esercitata ininterrottamente per 70 anni, non aveva lesinato nel mandare i suoi uomini più rappresentativi. Ma il crollo di Siena ha ragioni che travalicano l’andamento nazionale, basti pensare che l’economia della città si reggeva su una Fondazione che ogni anno distribuiva 40 milioni sul territorio, e che di punto in bianco, travolta dal crollo della banca, si è trovata senza soldi.

La Milano civile e democratica, aperta e innovativa, dove ci si sente orgogliosi di vivere è davvero l’avamposto da cui può partire la riscossa o solo una ridotta che ancora resiste all’assedio dei barbari?

Ma che dire di Terni, storica enclave comunista, città operaia passata armi e bagagli sotto le insegne della destra? E Ivrea, la terra di Adriano Olivetti, il teorico del capitalismo illuminato e della responsabilità sociale dell’impresa? Sembra che nell’elettorato italiano, almeno in quello cha va ancora a votare, abbia preso il sopravvento una furia iconoclasta che lo porta ad accanirsi non solo contro il passato, ma anche il suo retaggio più nobile. Sembra che il pensiero politico si stia spappolando, le sue categorie siano diventate all’improvviso obsolete e svuotate di senso, e l’interpretazione della realtà rifugga ogni complessità cedendo il passo alla sua completa banalizzazione.

LO SGRETOLAMENTO DEI PRINCIPI DELLA SINISTRA. La sensazione, al di là della giusta richiesta del suo gruppo dirigente di farsi da parte (chi perde paga, tanto più se la sconfitta è prassi ricorrente), è che il Pd sconti una crisi che è più grande di lui, e che corrode tutti i principi identitari e fondanti su cui la Sinistra ha costruito il senso di sé e la sua storia. Ovvio che occorra ricominciare da capo, ma la vera domanda è: da dove? In questi mesi si addita il modello Milano come un punto di partenza da cui ripartire, la Milano che mentre c’è chi vuol prendere a cannonate le navi delle Ong mette a tavola 10 mila immigrati in un clima di integrazione e di festa. La Milano civile e democratica, aperta e innovativa, dove ci si sente orgogliosi di vivere. Ma è davvero l’avamposto da cui può partire la riscossa o solo una ridotta che ancora resiste all’assedio dei barbari?

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