Perché il governo sbaglia ad attaccare la Bce

Perché il governo sbaglia ad attaccare la Bce

16 Gennaio 2019 10.36
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Pioggia di vendite sulle banche italiane in questi ultimi giorni. Il motivo sembra essere un classico ragionamento per “osmosi”: la Bce ha chiesto prima a Banca Monte Paschi ma poi anche a tutte le altre da lei vigilate di accantonare capitale sufficiente a coprire il 100% degli Npl entro sette anni, incluso lo stock preesistente. Ogni banca ha facoltà di motivare e giustificare perché non si è fatto. Gli operatori si sono precipitati a vendere, forse con poca memoria del fatto che il tema era già emerso un anno fa e che, sebbene queste richieste siano particolarmente impegnative per Mps (che è ricorsa ad una nazionalizzazione temporanea a fronte di un piano di rilancio che fatica a realizzarsi), lo sono molto meno per le altre.

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IL GOVERNO ALL'ATTACCO DELLA BCE

La dimensione del portafoglio non-performing è diversa per ogni banca, l’assunzione fatta dal mercato di una applicazione lineare si è rivelata semplice isteria. Ma se il mercato ha corretto in giornata il suo orientamento, così non ha fatto il governo che, per voce dei due vicepremier, ha gridato all’attacco della Bce: «Ci chiediamo quali siano i reali intenti della Banca centrale e il perché di una decisione che danneggia in modo serio l'Italia». Evocando una diversità di trattamento tra Npl e “titoli tossici” (alludendo all’operatività in derivati che affligge in particolare Deutsche Bank). Seguono annunci di prammatica sul fatto che le banche italiane sono sane, e che «solo a causa del protrarsi della crisi, hanno visto esplodere il problema degli Npl». Il problema diventerebbe un «meccanismo perverso» che genera «svalutazioni nei bilanci delle nostre banche con la necessità di continue richieste di ricapitalizzazione». E si aggiunge, giustamente: «Le regole sulla vigilanza dovrebbero garantire stabilità, non portare tutto il sistema a saltare».

UN PROBLEMA DI SELEZIONE DEL CREDITO

È importante comprendere la corretta consecutio dei problemi e degli eventi, perché la Bce ha soccorso i mercati quando la grande crisi ha colpito duro, ha soccorso l’euro quando la speculazione l’ha messo in discussione e ha soccorso le banche facilitando con svariati interventi straordinari le condizioni di mercato. La condizione di possibile vittima salvata è senza dubbio gratificante e crea dipendenza, evidentemente, perché tutti i soggetti soccorsi dalla Bce si stanno ribellando alla stessa Banca centrale domandando, nelle forme più varie, la prosecuzione indefinita di interventi di sostegno e soccorso, chiedono di dimenticare il carattere temporaneo e straordinario delle agevolazioni concesse e per consolidare le loro argomentazioni sembrano voler cercare costantemente di trovarsi in condizioni d’emergenza. La ragione per cui le banche italiane hanno più Npl delle loro corrispettive estere non è certo la Bce, ma è la selezione del credito: prestano i soldi male e spesso ai soggetti sbagliati (anche se, va riconosciuto, ci sono delle virtuose eccezioni). Considerando che il business bancario è nato in Italia e che tutti hanno quindi imparato dagli italiani, è doppiamente strano.

GLI EFFETTI DELL'ABBASSAMENTO DEI TASSI

I risparmi degli italiani, depositati nelle banche, vengono prestati ai soggetti sbagliati, ma il contribuente italiano corre in soccorso del risparmiatore tutelando i depositi con interventi di salvataggio pubblico. Si salvano le banche, i risparmiatori, le apparenze, i lavoratori e senza dubbio si salvano i manager. La situazione è aggravata da quello che la Bce ha dovuto fare nei suoi vari interventi di soccorso: portare a zero la curva dei tassi e appiattirla il più possibile sulle varie scadenze. La continua discesa dei tassi ha portato un continuo miglioramento delle condizioni economiche per l’economia reale e il rilancio dei mercati finanziari, ma è una condizione decisamente ostile per l’attività bancaria, che normalmente raccoglie denaro pagando tassi a breve e lo presta incassando tassi a lungo. Prova ne è che l’indice eurostoxx (le azioni europee) generalista segna +100% negli ultimi 10 anni, mentre l’indice eurostoxx relativo alle banche assomma un eloquente -5%.

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IL QUANTITATIVE EASING E I MERCATI

Ogni cura ha effetti collaterali e un buon medico deve saper somministrare il giusto dosaggio e ricondurre il paziente a condizioni di autonomia e normalità. Un vecchio adagio recita «il medico pietoso fa la piaga purulenta», e a Francoforte hanno ben chiaro il problema: anni di bonanza, con tassi e spread che si riducevano, hanno generato mostri. A causa del Quantitative easing sui mercati si è generato un effetto scarsità (oggi le banche centrali detengono oltre il 40% di tutti i titoli obbligazionari circolanti, ed era meno del 20% prima della grande crisi. Sono titoli che non vengono più comprati e che non vengono venduti), mentre attraverso Etf e altri strumenti, grosse posizioni sono su soggetti che devono ogni giorno valorizzare il portafoglio, tantissimi risparmiatori/investitori hanno sottoscritto questi fondi ed Etf pensando di avere in mano un investimento “liquidabile” in qualunque momento, alla ricerca di un minimo di rendimento; nella generale carenza di titoli hanno proliferato strumenti “sintetici” che si impegnano a replicare una particolare parte del mercato senza però detenerne realmente i titoli. Questi risparmiatori potrebbero scoprire presto di stare ballando in una discoteca piccola, estremamente affollata, e con una sola – piccola – porta di uscita. Dio non voglia che da quella porta si voglia uscire tutti insieme per un qualsivoglia momento di panico.

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LA LEZIONE DELLA GERMANIA (E DEL PORTOGALLO)

Se si toglie al mercato la funzione di premiare chi fa funzionare le cose e di punire chi sbaglia, immaginando una condizione di salvataggio perenne, si creano risultati opposti: si premiano l’azzardo morale, il nepotismo, la gestione fraudolenta, tutto ciò che offre un tornaconto immediato non ha controindicazioni. Peccato che corrisponda ad avvelenare i pozzi della crescita. Lo spread sul debito pubblico è un altro esempio: nei primi anni dell’euro abbiamo goduto del beneficio di vederci riconosciuti dal mercato gli stessi tassi della Germania, avremmo potuto sfruttare la fase favorevole per ridurre il peso del debito e portarci verso l’obiettivo del 60% di debito/Pil, ma non è stato così. Il whatever it takes di Mario Draghi ci ha offerto una seconda chance. È una cosa talmente evidente da non essere vista solo da chi non vuole vedere: gli altri Paesi periferici dell’area euro (il Portogallo è probabilmente l’esempio più emblematico) hanno intrapreso il sentiero del riordino. In Italia al grido di «ci serve un compratore di ultima istanza» (facendo evidentemente confusione sul significato di questa espressione) si aggregano decine di militanti che fanno un coro di pianti che ricorda le comari nei più tradizionali funerali siciliani. Si racconta che la crescita può venire solo espandendo il debito, ma la Germania, dopo aver gestito la fase difficile post crisi e aiutato le sue banche, ha riportato il proprio debito pubblico al 60% del Pil senza rinunciare a essere la locomotiva della crescita del Continente.

TOGLIENDO GLI INTERVENTI STRAORDINARI SI GARANTISCE STABILITÀ

Mantenere condizioni di emergenza indefinitamente non è una soluzione a nulla, cura alcuni sintomi, ma alimenta nuove malattie: a causa dello spread elevato le nostre banche devono convivere con un costo del capitale più alto, scaricandolo almeno in parte sui loro clienti (che così ottengono i servizi bancari più cari d’Europa) e in parte trovandosi costrette a cercare profitto prestando denaro a soggetti a rischio, generando nuovi Npl. Ma chiedere alla Bce di azzerare gli spread comprando tutto (facendo in pratica da compratore “di prima istanza”) mette a repentaglio i risparmiatori, perché assottiglia e rende illiquido il mercato. Oltretutto generando profitti facili e senza rischio per i mercati, la Bce ha allargato le disuguaglianze facendo arricchire chi aveva dei patrimoni investiti, a danno di chi è un semplice contribuente o salariato. Lasciare che le banche tengano a bilancio i loro Npl senza provvedere a opportuni accantonamenti (senza contare che esiste un mercato per venderli e togliersi il problema) significa seminare guai per il futuro e congelare il credito nel presente (una banca zeppa di crediti dubbi e non coperti è molto restìa a concederne altri). Il rialzo dei tassi, quando e se verrà, farà male a qualcuno, aumenterà il costo del capitale per le imprese, ma l’uscita dai tassi zero è una necessità per generare spazio di intervento per la Bce per le prossime crisi e per ridare fiato alle banche, che ci servono vive e vegete e capaci di fare profitti, erogare credito e svolgere la funzione per cui sono state pensate. Pertanto è proprio rimuovendo, con misura e metodo, tutti i suoi interventi straordinari che la Bce si occupa di «garantire stabilità, non portare tutto il sistema a saltare» come il governo italiano chiede.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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