Giovanna Predoni

Cosa rivela il file di cv inviati a Banca Intesa

Cosa rivela il file di cv inviati a Banca Intesa

01 Febbraio 2019 14.15
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Dalla denuncia anonima di un dipendente scontento emerge l’anima sociale e imparziale di Intesa San Paolo. Il soggetto, magari lui effettivamente raccomandato in altri tempi, manda in giro un file con l’elenco dei curriculum, delle raccomandazioni e delle segnalazioni che riceve la più importante banca italiana e ottiene esattamente l’effetto contrario di quanto si era prefissato: niente scandalo ma da una parte il metodo di tenere in ordine ed esaminare con cura i curriculum ricevuti, dall’altro la sostanza di valutare, rispondere (e nello 0,7% dei casi assumere) non in base alla carta d’identità del segnalatore, fosse pure il segretario pro tempore del Pd, ma delle effettive capacità e, ovviamente, in relazione ai reali bisogni di personale della banca.

OGNI ANNO INVIATI 150 MILA CV, UN MIGLIAIO GLI ASSUNTI

Ecco le cifre di cui si parla: sono 150 mila i curriculum inviati in un anno direttamente da laureati, diplomati, studenti e quant’altri all’Ufficio del personale di Intesa. Appena 200 quelli segnalati dagli stessi dipendenti della banca ai colleghi che si occupano delle risorse umane, nemmeno qualche decina i curriculum segnalati da politici o personaggi noti. Un migliaio di assunti all’anno (appunto, lo 0,7% dei curriculum ricevuti e selezionati) su 100 mila dipendenti che la banca ha in carico. L’istituto guidato da Carlo Messina, che tra l’altro ha presentato qualche giorno fa tutte le attività e le iniziative nel sociale rivelando una presenza tanto forte quanto insospettata nell’aiuto ai più deboli, appare dunque del tutto inattaccabile per come ha gestito il file, visto che accanto a ogni nome c’è sia la provenienza della segnalazione sia la valutazione che ne è stata fatta dai responsabili, valutazione spesso impietosa a prescindere dai quarti di presunta nobiltà del segnalatore.

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IL TITOLO DI STUDIO NON È TUTTO

Chi ne esce male è invece il mercato del lavoro italiano: dando per scontato che alla prima banca italiana molti si rivolgono per default, perché il brand ovviamente attira più degli altri, si tratta dell’ennesima evidenza di una disoccupazione sia giovanile sia intellettuale drammaticamente grave. Come è altrettanto grave la mancanza di requisiti, di preparazione adeguata al ruolo che si vorrebbe ricoprire nonostante la gran parte dei richiedenti lavoro abbia studiato e sia in possesso di laurea, quando non di master e specializzazioni. Significa che l’asticella si è spostata più in alto, che oltre al titolo di studio conta la preparazione alla vita (troppi giudizi richiamano insicurezze e fragilità o, al contrario, sicumera), perché comunque si concorre a posti di lavoro qualificati e non sempre, come evidenziato dai valutatori, si è all’altezza delle proprie ambizioni.

NON ESISTONO PIÙ LE RACCOMANDAZIONI DI UNA VOLTA

Abbiamo scelto di non fare esempi specifici tratti dal file per non scadere in una sorta di voyeurismo delle difficoltà di trovare lavoro, che è una cosa terribilmente seria. Ma, paradossalmente, proprio le pochissime (e senza esito) raccomandazioni dei politici sono purtroppo anch’esse un sintomo evidente della crisi italiana. Se si fosse preso infatti un file, allora erano i faldoni contenenti le lettere, di diversi decenni fa le segnalazioni provenienti dalla politica sarebbero state infinitamente di più, e possiamo scommettere che la qualità dei raccomandati sarebbe stata superiore perché la classe politica aveva un rapporto molto più diretto, e non certo attraverso i social, con la società (o il popolo, come si dice adesso), faceva da filtro, selezionava essa stessa prima di raccomandare. Certo, le banche erano più o meno tutte democristiane (eccetto la Bnl guidata dal socialista Nerio Nesi) e si assumeva più facilmente ma la politica era più collegata di oggi con le istanze sociali e raccomandare un giovane preparato era anche un titolo di merito per l’onorevole o il sottosegretario di turno. Anche il dipendente, forse già individuato e forse no, che ha mandato in giro il file con intenti scandalistici fa parte della crisi italiana: non si è reso conto che non c’era niente di cui la banca avrebbe potuto vergognarsi, anzi.

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