Banche popolari, guida alla riforma

Francesco Pacifico
12/02/2015

Via il voto capitario e trasformazione in Spa. Dieci gli istituti interessati. Che studiano le contromosse. Sel e Fi contro il testo. Consob indaga: scambi anomali.

Lo scorso 20 gennaio il premier Matteo Renzi ha parlato di «momento storico».
Ha aggiunto che, riformando il sistema delle popolari, l’Italia ha sferrato un duro colpo in un Paese che ha «troppi banchieri e troppo poco credito».
Entro 18 mesi salterà il voto capitario e questi istituti dovranno essere contendibili come gli altri.
SINDACATI E POLITICA IN ALLERTA. Ipotesi che spaventa i sindacati – si teme la perdita di un migliaio di posti di lavoro – quanto la politica, visto che questo comparto è il maggiore erogatore di finanziamenti ai territori.
Ecco cosa c’è da sapere sul testo, ora in discussione alla Camera.

 

1. La riforma: via il voto capitario e il tetto al possesso azionario

Con un comma inserito all’interno del decreto Investment Compact, il governo ha deciso la trasformazione in Spa delle banche popolari con attivi superiori agli 8 miliardi. Entro 18 mesi, e con una risoluzione al proprio statuto, gli istituti dovranno abbandonare sia il voto capitario (ogni socio ha un voto indipendentemente dalla quota detenuta) e il tetto massimo al possesso azionario, oggi fermo all’1%, previsti dal Testo unico bancario.
Elementi che hanno fatto di questo mondo un soggetto ibrido a metà tra banca universale e l’ente mutualistico con forte connotazione territoriale. Infatti questi istituti oggi sono quotati in Borsa, nonostante abbiano forti limiti speculativi sul versante delle loro attività.
ESCLUSO IL CREDITO COOPERATIVO. Escluse dalla riforma le piccole banche di credito cooperativo. Inutile dire che l’obiettivo del provvedimento è quello di rendere contendibili delle realtà che oggi sono gestite – spesso anche con logiche politiche e manovre che hanno poco di finanziario – da gruppi di potere locale.
Emblematico quanto è avvenuto fino al 2012 alla Popolare di Milano, con gli “Amici della Bpm”, che controllava quote e approvava i bilanci anche in assemblee dove era presente soltanto un decimo degli azionisti. Non a caso la Consob ha previsto il suo scioglimento.

2. Gli istituti: 70 in Italia, ma solo sette sono quotati

Il sistema delle banche cooperative, cui appartengono le popolari, è nato nella seconda metà del 1800 in Germania.
Oggi, con le Sparkasse e le Landsbank, è talmente un baluardo del sistema renano che Angela Merkel ha fatto una dura battaglia per mantenere la loro vigilanza all’interno della Bundesbank, evitando il trasferimento alla Bce.
Le banche popolari in Italia sono 70 e soltanto sette di esse sono quotate.
IL SETTORE SERVE 12,3 MILIONI DI CLIENTI. Stando ai dati forniti da Assopopolari il settore ha coinvolto 1 milione e 340 mila soci, serve 12,3 milioni di clienti attraverso 9.248 sportelli, eroga impieghi per 385 miliardi (poco più del 20% totale).
Proprio l’approccio del mutualismo dovrebbe, in teoria, fare rifuggire queste realtà dalla massimizzazione dei profitti. Il che vuol dire non investire su segmenti altamente speculativi, favorire le esigenze di piccole imprese e famiglie, aumentare i costi di gestioni pur di garantire concessioni migliori per l’accesso al credito.

3. Lo scenario: boom in Borsa e possibili sinergie

A dispetto di quello che sperava il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, la riforma si applicherà soltanto agli istituti con attivi superiori agli 8 miliardi. In totale si trasformeranno in Spa 10 popolari su 70. Cioè Ubi, Banco Popolare, Bpm e Bper, Creval, Popolare di Sondrio, Banca Etruria, Popolare di Vicenza, Veneto Banca e la Popolare di Bari: si attende l’avvio di un vorticoso risiko bancario.
Emblematico il boom in Borsa dei titoli di alcune di queste banche. Il caso più eclatante è quello della Banca Etruria, dove siede come vicepresidente il padre del ministro Maria Elena Boschi e che proprio nelle scorse ore è stata commissariata dalla Banca d’Italia per gravi lacune nella gestione: dal 19 al 23 gennaio l’istituto è aumentato in Borsa del 65%.
La Consob ha aperto un’inchiesta chiedendo aiuto alla vigilanza borsistica londinese, dove si sono registrati questi movimenti e da dove, soprattutto, avrebbe aperto posizioni sulle popolari il finanziere Davide Serra, ambasciatore del renzismo nella City di Londra. In un’audizione alla Camera il presidente dell’autorità di vigilanza sui mercati ha parlato di speculazioni con guadagni di 10 milioni di euro. «Le analisi effettuate», ha detto, «hanno rilevato la presenza di alcuni intermediari con un’operatività potenzialmente anomala, in grado di generare margini di profitto, sia pur in un contesto di flessione dei corsi. Si tratta, in particolare, di soggetti che hanno effettuato acquisti prima del 16 gennaio eventualmente accompagnati da vendite nella settimana successiva». Si è comprato a poco prezzo quattro giorni prima della presentazione del decreto. Risultato? «Le plusvalenze effettive o potenziali di tale operatività sono stimabili in circa 10 milioni di euro».
Intanto gli operatori scommettono se il settore avrà la forza di gestire in proprio il sistema di concentrazione, oppure se queste banche diverranno preda degli stranieri.
OCCHI PUNTATI SU PIAZZA MEDA. Mentre Giovanni Bazoli (Intesa), Alberto Nagel (Mediobanca) e Giuseppe Guzzetti (Fondazione Cariplo) hanno annunciato di non avere mire sulle popolari, proprio gli analisti di Mediobanca ipotizzano che il «consolidamento potrebbe implicare potenziali sinergie nell’ordine del 20-35% sull’attuale capitalizzazione, per salire al 45% nello scenario di una ‘mega popolare’».
Gli analisti di Equita Sim, invece, puntano alla creazione di due superpopolari «costruite intorno all’Ubi guidata da Victor Massiah e alla Popolare di Milano capitanata da Giuseppe Castagna». Anche per Ubs piazza Meda «potrebbe ricoprire il ruolo di istituto consolidante». Banca Akros scommette su un matrimonio tra il Banco Popolare e Ubi.

4. Le contromosse: la via del dialogo e quella dell’autoriforma

Il fronte delle popolari è abbastanza diviso sul da farsi. C’è chi dice che istituti abbastanza forti da poter fare da player nel nuovo risiko che si sta per aprire (Popolare di Milano e Popolare dell’Emilia Romagna) preferiscano tenere un atteggiamento all’insegna dell’understatement con il governo, ben sapendo che in parlamento sono più gli amici delle popolari che quelli di Padoan.
Per non parlare del fatto che in 18 mesi – quelli previsti dalla riforma per la trasformazione da coop in Spa – possono succedere tante cose e che c’è tutto il tempo per fare ricorso davanti alla Corte Costituzionale.
Al riguardo l’economista Leonardo Becchetti ha spiegato a Radio Vaticana: «La riforma è anticostituzionale. L’articolo 45 della Costituzione dice che la Repubblica italiana riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità senza fini di speculazione private e ne favorisce l’incremento. Ora, questa cosa va contro l’articolo 45 della Costituzione e la procedura adottata – che è una procedura di urgenza – non ha alcun senso. Non c’è nessuna gravissima crisi di questo settore».
SI LAVORA A UNA PROPOSTA. Questo dal fronte che vuole il dialogo. Perché all’interno di Assopopolari ci sono realtà come la Popolare di Vicenza che propendono per la strada dell’autoriforma. Proprio il presidente di Bpv, Gianni Zonin, è pronto a presentare una sua proposta con il chiaro intento di sferzare i colleghi. Intanto l’associazione del settore ha chiesto a tre economisti di estrazione diversa (Angelo Tantazzi, Piergaetano Marchetti e Alberto Quadrio Curzio) di stilare delle controproposta. La principale prevede una trasformazione in Spa ibrida, lasciando il voto capitario soltanto ai soci cooperatori.
Previsto anche il “voto per scaglioni”: per garantire la stabilità della banca ci sarebbe un depotenziamento del diritto di voto in misura progressiva all’aumentare della partecipazione azionaria. Si guarda anche all’introduzione di un tetto azionario non superiore al 5%. Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera, ha proposto di limitare l’applicazione della riforma soltanto alle banche quotate – facendo scendere il totale delle interessate a sette dalle attuali – e di porre un tetto del 5% sul capitale posseduto per il voto in assemblea.

5. La politica: Sel, Forza Italia e Lega contro la riforma

A ben guardare l’arco parlamentare soltanto i renziani sono favorevoli alla riforma. Debora Serrachiani, governatrice del Friuli e vicesegretario del Pd, fa notare per esempio che «l’autoriforma è rimasta sulla carta». Ma le due ali del Nazareno, quella riformista e la sinistra interna, per una volta sono d’accordo a bloccare la modifica di status giuridico delle popolari.
Boccia non soltanto ha chiesto «un confronto trasparente tra governo e parlamento sulle banche popolari, sulle forme di credito al capitalismo italiano a forte connotazione territoriale, sulle eventuali iniziative di investitori internazionali». Ma ha anche aggiunto che «non si comprendono le ragioni di seguire la strada del decreto d’urgenza».
«UN ESPROPRIO AI DANNI DEL TERRITORIO». Dalla minoranza Stefano Fassina ha già annunciato un emendamento che «ripristini il voto capitario». Ed è probabile che glielo voti anche il compagno di partito, il cattolico renziano Giuseppe Fioroni.
Ma in maggioranza, ancora più agguerriti, sono i centristi di Area Popolare. Il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, ha avuto un duro scontro con Renzi e Padoan in Consiglio dei ministri, quando il governo ha approvato la riforma, e adesso spinge per l’autoriforma. Per il resto, gli esponenti di Sel come quelli di Forza Italia o della Lega si sono ritrovati sulle barricate, definendo il provvedimento «un esproprio ai danni del territorio».