Bandecchi, Berlusconi, Mussolini e la deriva del bonapartismo

Marco Fraquelli
24/01/2024

Il sindaco di Terni dopo le sparate sessiste in Consiglio comunale ha postato un fotomontaggio in cui si trasforma in Napoleone. Tra populismo e politicamente scorretto, è un vecchio filone che parte dal Duce e arriva al Cavaliere, ma pure a Renzi e Meloni. Ingredienti chiave: l'esuberanza di un leader carismatico e l'infantilizzazione degli elettori. Un mix tra fenomeno politico e fenomeno da baraccone.

Bandecchi, Berlusconi, Mussolini e la deriva del bonapartismo

«Chi non condivide le mie parole è solo un ipocrita». L’esuberante sindaco di Terni Stefano Bandecchi parlava di quelle dichiarazioni in Consiglio comunale costategli lo stigma generalizzato in quanto sessiste. Le ha difese su Instagram e per l’occasione ha anche pubblicato un fotomontaggio della locandina del film Napoleon, nel quale ha sostituito il suo volto a quello del protagonista Joaquin Phoenix. Caso mai il riferimento non fosse del tutto chiaro, Bandecchi ha poi scritto: «Se mi volete esiliare, per favore mi mandate all’Elba? Perché vorrei fare lo stesso percorso di Napoleone». Insomma, un paragone da niente.

Confine sottile tra meme degli scolapasta e dibattito politologico

I social, naturalmente, si sono scatenati, rispolverando il classico e ironico cliché – oggi da considerare indubbiamente “unwoke”, o politicamente scorretto, se volete – del matto che, con tanto di scolapasta in testa, dà in escandescenze, urlando «io sono Napoleone!». Magari inseguito dagli infermieri. Ma c’è anche chi – al di là dell’aspetto folcloristico dell’uomo e della vicenda – ha creduto di cogliere qualche segnale utile per tornare su una “vecchia” questione teorica che, appunto da decenni, impegna i politologi sul tema del “bonapartismo”. Termine, e prassi politica, che, dalle sue origini, come ovvio legate indissolubilmente al suo protagonista, il generale e poi imperatore francese, ha lambito vicende e personaggi politici a noi più vicini, e che sono tornati in auge parallelamente al sorgere, e all’affermarsi, del populismo.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Stefano Bandecchi (@bandecchistefano)

Perón, Thatcher, Berlusconi, Orban: difficile definire il populismo

A proposito di populismo: va detto che se tutti lo conosciamo nella prassi, ma più difficile è stato, per i politologi, accettarlo come categoria politica, dandogli poi una definizione univoca e condivisa. Sia perché il fenomeno ha coinvolto molte e differenti aree geografiche e ambiti cronologici diversi, sia per la poliedricità delle sue manifestazioni, dalle più strutturate (movimenti, partiti, regimi, strategie politiche) alle più esteriori ed “estetiche” per così dire: stile, atteggiamento, retorica, clima, eccetera. A complicare il tutto, la pletora dei suoi differenti “interpreti”, da Perón alla Thatcher, da Ronald Reagan a Haider, da Ross Perot a Le Pen (padre) a Umberto Bossi, da Hugo Chavez a Carlos Menem a Alberto Fujimori, da Nasser a Lech Walesa, da Boris Eltsin ai cosiddetti “demagoghi telegenici” o “telepopulisti”, Bernard Tapie e Silvio Berlusconi, fino a quelli a noi più vicini, alla Orban, per intenderci. Ma l’elenco andrebbe ampliato a dismisura, fino al Matteo Renzi del 40 per cento alle Europee 2014 (poi passato a una versione più Law-Renzi d’Arabia) e a Giorgia Meloni.

Ingredienti: leadership carismatica, ma anche razzismo e xenofobia

Una cosa è certa: dagli Anni 90 in poi, come ha per esempio sottolineato il politologo Marco Tarchi, il populismo ha potuto acquisire il legittimo status di categoria politica grazie, soprattutto, agli studiosi che lo hanno in qualche modo “sdoganato”, liberandolo dall’esclusiva appartenenza alla famiglia politica delle destre, e specie delle destre di natura totalitaria, riconoscendone l’identità democratica. Certo, quella populista rimane un’identità del tutto peculiare, che spesso cede a tentazioni autocratiche (per esempio la preminenza della leadership carismatica), il linguaggio qualche volta estremista, il ricorso a temi politicamente scorretti (per esempio razzismo, xenofobia, insofferenza per i temi di genere, eccetera), ma a queste posizioni, spesso più sbandierate che perseguite, non corrisponde automaticamente, ha spiegato e motivato a più riprese ancora Tarchi, il rifiuto delle regole del gioco democratiche. È evidente la sfiducia nei confronti dei meccanismi di rappresentanza (vedi l’euroscetticismo), ma questo non si traduce nel rifiuto della democrazia tout court.

Bandecchi, Berlusconi, Mussolini e la deriva del bonapartismo
Il sindaco di Terni e coordinatore di Alternativa popolare Stefano Bandecchi (Imagoeconomica).

Il popolo subisce un processo di “infantilizzazione della moltitudine”

E qui, forse, sta l’aspetto forse più problematico del bonapartismo, perché nel suo caso c’è spesso un’indulgenza verso una leadership che prevede una reale concentrazione di potere nelle mani di un capo carismatico, che governa in modo autoritario e centralizzato, non di rado senza un vero controllo da parte degli organi legislativi o giudiziari, e, di conseguenza, anche attraverso l’uso della forza e la limitazione delle libertà civili. Domenico Losurdo, filosofo e storico della filosofia di formazione marxista, negli Anni 90 individuava nel culto esasperato della personalità del leader, e quindi nel momento simbolico-narrativo, l’elemento fondamentale nella strategia politica del bonapartismo, nelle sue diverse espressioni e incarnazioni. Perché, sosteneva lo studioso, più si impone la narrazione del capo come tutore (quasi un nuovo “re taumaturgo” capace di risolvere ogni problema), più il popolo diviene protagonista di un fenomeno opposto, quello della “infantilizzazione della moltitudine”, con le conseguenze che si possono bene immaginare. E proprio qui, il filosofo credeva di cogliere il tratto comune tra bonapartismo e populismo: in entrambe le categorie, l’infantilizzazione consente al leader di “incantare” la massa, superando tempi, procedure, mediazioni. A volte anche la legge e la logica democratica.

Bandecchi davvero può essere inserito nella lista con Berlusconi e Mussolini?

Più di recente, siamo poco oltre la metà degli Anni 2000, il politologo Alessandro Campi, di estrazione opposta a quella di Losurdo, è tornato a interrogarsi sul tema del bonapartismo, ricercando quegli elementi del mito di Napoleone che hanno potuto influenzare l’azione politica di Benito Mussolini e, nell’Italia di oggi (anzi ormai di ieri) di Silvio Berlusconi. Vorrei evitare di spoilerare il lavoro di Campi (nello specifico, L’ombra lunga di Napoleone. Da Mussolini a Berlusconi, 2007) per chi non lo avesse letto. Ma posso dire che, naturalmente, sia il Duce sia il Cavaliere hanno presentato, nel loro tratto politico, e non solo, non pochi elementi che possono evocare l’avventura bonapartista. Il che non autorizza, ovviamente, a considerare i tre personaggi come portatori di una comune visione politica e del potere. E non solo per l’evidente differenza temporale. Ma forse la vera domanda che potremmo porci è un’altra: dovrà Alessandro Campi riaggiornare il suo testo inserendo, con Mussolini e Berlusconi, il sindaco di Terni?