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Bankitalia, lo spauracchio del Vaticano

Bankitalia, lo spauracchio del Vaticano

14 Gennaio 2013 14.40
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Dal torrione Niccolò V passano molti dei segreti e dei misteri più inquietanti della storia italiana (e non solo) degli ultimi decenni. Qui, a un passo da Palazzo Sisto V, ha sede lo Ior, la celebre e al tempo stesso famigerata cassaforte del Vaticano.
Sarebbe troppo lungo e persino inutile tornare a enumerare i fatti, i personaggi e gli intrecci che hanno visto coinvolta la banca della Santa sede. Di certo fa sorridere l’idea che l’Istituto opere religiose venisse chiamato un tempo «ad pias causas».
POS VATICANI BLOCCATI DA BANKITALIA. L’ultima vicenda è quella degli 80 pos bloccati da Bankitalia per la carenza di efficaci norme antiriciclaggio e per la mancata compliance d’Oltretevere sui criteri di trasparenza comunitari e internazionali. E ciò malgrado il pur positivo giudizio, datato luglio 2012, di Moneyval, l’organismo internazionale che fa da controllore.
La vigilanza di Palazzo Koch ha respinto la richiesta di sanatoria avanzata da Deutsche Bank Italia, fornitore degli apparecchi di pagamento elettronico usati in Vaticano, apparecchi che fanno riferimento a un conto Ior acceso presso il braccio italiano della banca tedesca.
CONTO SENZA EFFETTIVO INTESTATARIO. Tra l’altro l’Unità di informazione finanziaria (Uif) di via Nazionale ha fatto notare il solito, antico problema: della linea di credito non si sa chi sia l’effettivo intestatario e nemmeno chi abbia la delega a operare.
Lacuna grave se si considera che nell’ultimo anno sono transitati 40 milioni di euro su quel conto presso Deutsche Bank Italia. E 30 milioni sono usciti senza una chiara destinazione e senza poter capire da chi siano stati realmente prelevati.
LE ZONE D’OMBRA DELLA TRASPARENZA. Perché all’ombra del Cupolone la finanza stenta ad acquisire il giusto nitore? «Hanno paura soprattutto della retroattività dei poteri ispettivi delle autorità finanziarie», dice a Lettera43.it Gianluigi Nuzzi, un laico che conosce bene le cose vaticane.
Il giornalista e scrittore ha fatto scalpore in Italia e nel mondo con Vaticano Spa e soprattutto con il recente Sua santità, libri che hanno rivelato trame e giochi di potere degli interna corporis d’Oltretevere.
Ora Nuzzi spiega: «In Santa sede le norme antiriciclaggio sono in vigore da un paio d’anni, ma l’applicazione ha zone d’ombra e comunque loro temono il passato più che il futuro».

DOMANDA. Quindi la resistenza ai controlli ha sempre a che fare con vecchi scheletri?
RISPOSTA. Il problema vero non sono i conti intestati a chissà quali laici. È una suggestione anticlericale.
D. E invece?
R. Il problema riguarda i conti intestati a sacerdoti o suore che fanno i prestanomi.
D. Un po’ come l’ultimo caso di Trapani, con la defenestrazione del vescovo Miccichè e le manovre di don Ninni Treppiedi.
R. In quel caso è stata chiesta una rogatoria dalla procura. Esiste un conto intestato a una suora molto anziana e bisogna capire quali attività ci siano dietro.
D. Fatto sta che i rapporti con le autorità finanziarie italiane non sono idilliaci.
R. In Vaticano si vede Bankitalia come una sorta di grande potere laico. Infatti l’ex presidente dello Ior Gotti Tedeschi era considerato quasi una longa manus di via Nazionale.
D. Lo scontro con l’ala rappresentata dal direttore generale Paolo Cipriani fu feroce.
R. In ogni caso, l’irrigidimento nasce dal timore che qualcuno chieda loro conto di cose relative a 10 o 15 anni fa.
D. Nulla appare mai chiaro e trasparente quando si va Oltretevere.
R. Ma questo capita pure perché le vicende vaticane si prestano a strumentalizzazioni e depistaggi. Basta vedere lo scempio sul caso Orlandi. E poi c’è l’aspetto politico del problema.
D. Cioè?
R. Quando qualcuno azzarda una critica o fa riferimento alle norme, la curia agita sempre il fantasma del complotto contro la Chiesa. E ciò conduce Benedetto XVI a chiudersi a riccio.
D. Intanto la presidenza dello Ior è ancora vacante dopo le dimissioni di Gotti Tedeschi.
R. Anche lì si sta consumando uno scontro tra chi vorrebbe un banchiere straniero e chi preferirebbe un presidente italiano, inserito in certe logiche e gradito alla curia romana.
D. Si era fatto a un certo punto il nome di Alessandro Profumo.
R. Sì, era tra i papabili. Poi la curia fa il proprio gioco. Ma la Chiesa non è la curia, è il mondo.
D. Eppure ci sono state recenti vicende che hanno dilaniato lo Ior.
R. C’è stato il fallimento del progetto San Raffaele e del polo degli ospedali cattolici. Se ora prevalesse la scelta di un banchiere italiano, sarebbe la vittoria della curia.
D. Dopo il caso del corvo, resta lo scontro tra fazione pro Bertone e fazione anti-Bertone?
R. Il segretario di Stato è rimasto in sella, d’altronde era difficile cambiarlo dopo appena sette anni di pontificato. E soprattutto dopo quanto successo.
D. Chi ha vinto? Chi ha perso?
R. È difficile dirlo. Le alleanze restano fluide. Sicuramente esce rafforzato Georg Gaenswein (ordinato di recente arcivescovo, ndr) che controllava gli uffici in cui lavorava Paolo Gabriele.
D. Quali sono oggi i rapporti tra il pontefice e Bertone?
R. Emerge chiara la crisi della curia romana. E Benedetto XVI ha parlato di ambizione umana al potere. Bertone dopotutto rappresenta il potere finalizzato alla gestione del potere stesso.

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