Il mio compleanno a Barcellona e i guai dei Ferragnez: il racconto della settimana

Sono con Ofelia nella nostra suite all’Avenida Palace, l’hotel in centro che ho scelto solo perché ci sono stati i Beatles. «Fuggire da Milano per cenare qui, nemmeno la real coppia fa cose del genere», mi dice DFA salutandomi. «Dicono che ci sia aria di crisi», sussurro. «A noi va meglio, stiamo pensando al matrimonio...».

Il mio compleanno a Barcellona e i guai dei Ferragnez: il racconto della settimana

La scorsa notte ho sognato che seguivo per le strade uno scrittore semi-noto che, per prepararsi a una presentazione imminente, leggeva stralci di un libro ad alta voce camminando in una città deserta. Lo tallonavo tenendomi a pochi metri di distanza, stando ben attento a non farmi vedere, in sella a una bici color blu diplomatico uguale identica alla mia. Lo scrittore, con boria, teneva il libro ben saldo tra le mani e declamava sicuro e con una dizione perfetta un paragrafo dopo l’altro, tenendo la testa alta con lo sguardo verso i patrizi palazzi del centro mentre io arrancavo dietro, prima di rimanere imbottigliato in un ingorgo fatto di denti umani, camici insanguinati e crani di uccelli spappolati e perderlo definitivamente. Il sogno si concludeva con me completamente nudo che impugnavo una pistola ad acqua fluorescente e la puntavo verso il nulla, prima di svegliarmi nel mio letto con il pigiama fradicio di sudore.

Il ricordo di quel sogno non mi ha abbandonato per tutto il giorno. Sia sotto la doccia mentre cercavo di masturbarmi vanamente pensando a una cliente del bar che ieri durante tutto il mio turno di mezzogiorno non ho mai smesso di fissare e alle sue gambe fasciate da un paio di collant neri che fuoriuscivano da una longuette a portafoglio, sia mentre indossavo una polo rugby Ralph Lauren nuova fiammante che Ofelia mi ha regalato per il mio compleanno, sia mentre salivo con l’aria stralunata, riparato dalle lenti scure dei miei Wayfarer, sulla scaletta di un volo Vueling diretto a Barcellona. «Mi hanno detto che stai scrivendo un romanzo, Andrea», mi ha detto una tipa l’altro giorno mentre le servivo un pastis da dietro al banco del bar, aggiungendo poi, prima che riuscissi a smentire. «I tuoi racconti sono roba alla Bret Easton Ellis senza gli omicidi». «Mi piacciono le cose che scrivi», mi ha detto un altro tizio la sera stessa, «apprezzo come vendi la tua storia, anche se secondo me sono tutte stronzate, tu sei più proletario di me». E insieme al sogno anche queste frasi continuavano a riecheggiarmi nella mente mentre in aeroporto sulla pista il rumore degli aerei che decollavano si mischiava all’ultimo album dei C’mon Tigre che avevo in cuffia sparato a un volume contenuto e pensavo a quanto poco in generale la gente avesse capito qualcosa di me. «Come se me ne fregasse qualcosa», mi ripetevo poi, mentre in un altro cielo un altro aereo stava raggiungendo l’altitudine di crociera.

Tre ore più tardi sono con Ofelia nella nostra suite all’Avenida Palace, l’hotel in centro a Barcellona che ho scelto per festeggiare il mio 44esimo compleanno solo perché una volta ci sono stati i Beatles, e mentre mi infilo un maglione a trecce grigio antracite, sempre Ralph Lauren, mi sorprendo guardandomi nello specchio gettando un’occhiata a un secchiello del ghiaccio appoggiato sullo scrittoio di fianco a una bottiglia mezza vuota di Cristal che ci siamo scolati in un battibaleno appena arrivati in albergo. Una Range Rover bianca ci porta all’appuntamento che abbiamo per cena al Bar Brutal nel Born e quando entriamo nel locale riconosco subito, stravaccati a un tavolo, DFA e la sua fidanzata Promethea che ci aspettano, circondati da un mucchio di gente, soprattutto adolescenti sbandati di Seattle e ragazze tedesche in miniabiti di Versace. Il Bar Brutal è gremito, scintillante, tutti i tavoli sono occupati e mentre DFA si accorge della nostra presenza io noto che vicino a loro un paio di turisti giapponesi studiano il menu e la carta dei vini mentre di tanto in tanto scattano qualche foto con i loro iPhone.

Il mio compleanno a Barcellona e i guai dei Ferragnez: il racconto della settimana
L’hotel Avenida Palace di Barcellona.

«Ehi fradel», dice DFA spaparanzato su una sedia cremisi e verde bosco, «buon compleanno!». «Fradel!», rispondo sorridente, avvicinandomi, «abbiamo fatto questa follia di venire a cena a Barcellona, per festeggiare!». «Avete fatto bene, tipo Bruce Wayne! Nemmeno i Ferragnez fanno cose del genere. Ma non li avremmo accettati al nostro tavolo, Promethea odia la Ferragni!». «Povera», mormoro, «è solamente vittima di quel risentimento tutto italiano che si nutre del godimento estremo nel vedere le star cadere nel fango. Lo trovo francamente ripugnante. Mi ricorda le monetine di Craxi all’Hotel Raphaël. E poi noi siamo meglio dei Ferragnez, fradel. C’è aria di crisi nella real coppia, così dicono almeno. Noi due stiamo addirittura pensando di sposarci!», sussurro. Poi per dissimulare quello che ho appena detto mi siedo, comincio a rosicchiarmi un’unghia, cerco in tasca il fazzoletto di tessuto con sopra ricamate KFG, le cifre di mio padre, o un qualsiasi altro oggetto che possa tenermi occupato. «Sarebbe… carino», risponde, tirando fuori da una borsa di pelle di Prada un pacchetto avvolto da una fragorosa carta regalo a fiori rosa che poco dopo si rivela essere una prestigiosa edizione Impulse di un vecchio vinile di John Coltrane intitolato Expression.

Dopo DFA e Promethea insistono per andare a una festa in un secret bar nel quartiere di Gràcia ma io dopo una bottiglia di DIVA di Nuria Renom e due di Matassa di Tom Lubbe sono ubriaco e i dettagli della realtà circostante si sfocano davanti ai miei occhi. Prima che riesca a rifiutare sono di fianco ad Ofelia nei sedili dietro della nuova Audi s8 di DFA color verde distretto, «200k di pura eleganza», con indosso una t-shirt bianca con sopra scritto a caratteri cubitali rossi Bar Brutal BCN e il maglione a trecce grigio antracite di Ralph Lauren avvolto intorno al collo. Dentro l’atmosfera rimanda alla belle époque parigina: storie di mala, storie romantiche, storie di perdizione e di autoredenzione, tra ragazzi che indossano corsetti decorticati e tipe in lunghi abiti in pizzo e crinoline trasparenti. «Sembra una sfilata di Margiela, fradèl, è un posto incredibile!», esclamo mentre cominciano a volare bottiglie di Partida Creus o di Canta Manana fino a quando a notte fonda, completamente sconvolto, mi ritrovo nel mio letto nella suite dell’Avenida Palace con una bottiglia d’acqua stretta tra le braccia di fianco al vinile di Coltrane, in mutande ma con ancora indosso le mie Nike Dunk e la maglietta del Brutal.

Il giorno dopo sul volo di ritorno, dopo aver bighellonato per l’aeroporto con il vinile di Coltrane sotto braccio e le Air Pods Max sparate a mille con il nuovo album dei Club Dogo, penso al premio Bancarella che potrei vincere con il mio romanzo d’esordio, scritto sulla falsa riga di quello dedicato alla famiglia Florio di Stefania Auci pubblicato dalla casa editrice Nord, e a come mi divertirei a torturare lo scrittore del sogno legandolo in uno scantinato come in quel film di Tarantino, buttandogli addosso il sale per tenergli aperte le ferite. So anche che scrivere il romanzo non sarebbe un problema, anche se invece lo è, e per non pensarci afferro l’iPad e comincio a leggere delle nuove inchieste che coinvolgono la Ferragni. Questo prima di appoggiare la testa sulla spalla di Ofelia e addormentarmi.