Tosi, Barneys e l’ultimo scorcio del 900 che se ne va

La scomparsa del grande costumista, artista filologo, e il fallimento del department store del lusso Usa segnano la fine di un'epoca. Ora invece di toccare con mano, annusare ciò che acquistiamo, deleghiamo l'esperienza ad altri, anche a distanza.

12 Agosto 2019 10.18
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Qualche mese dopo Franco Zeffirelli, l’amico di giovinezza e di una vita che l’aveva presentato a Luchino Visconti, è morto Piero Tosi. Premio Oscar alla carriera, finalista altre cinque volte, il più grande costumista mondiale aveva 92 anni, e da tempo alternava momenti di grande lucidità e di quel suo spirito fiorentino acuto e pungente a lunghi pomeriggi di torpore: ogni tanto cercavi di andarlo a trovare e gli amici comuni che si occupavano di lui ti rispondevano di no, di lasciar correre, che non era giornata buona.

PIERO TOSI, L’ARTISTA FILOLOGO

Ricorderò sempre l’ultima conversazione che facemmo, per un libro che dovevo scrivere sulla storia delle calze femminili e che non ha mai visto la luce, nonostante fosse pronto, e contenesse anche qualche osservazione su quel capo di abbigliamento che, ai tempi della Viaccia di Mauro Bolognini, a lungo suo sodale e compagno, Tosi aveva ricercato per mercatini e vecchi negozi di bric à brac: parlammo di quel modello di calze “alla parigina” a righe prediletto dalle donne dei bordelli (artista filologo, aveva esaminato centinaia di foto d’epoca prima di cercare e disegnare gli abiti per Claudia Cardinale) e di quelle riccamente ricamate, colorate, di seta o di cotone, indossate dalle dame della buona società. Finimmo a parlare di un certo punto di verde, al tempo stesso brillante e gessoso, pastoso, che si ritrova nei quadri di tutto l’Ottocento e in certi vestiti che i musei maneggiano con cura perché tossici: quel verde così spettacolare si otteneva infatti mediante l’uso dell’arsenico; le operaie che lo maneggiavano morivano, in genere, molto giovani fra atroci dolori, così come si sa di alcuni casi di avvelenamento di fanciulle che avevano ballato, e sudato, in abiti di quella tinta.

BARNEYS SCHIACCIATO DALLO SHOPPING LIVE

Facemmo qualche osservazione sull’evoluzione della chimica e dei colori e poi Tosi si lasciò andare a un rimpianto: «Un colore così non s’è mai più fatto». Ci ho ripensato oggi quando, fra le tante notizie, mi sono comparsi aggiornamenti sul fallimento del department store del lusso americano Barneys, sconfitto dal proprio gigantismo e dal proprio modello di business, ancora di stampo tardo-ottocentesco, mentre va crescendo lo shopping live su smartphone promosso da certe bravissime piazziste che portano milioni di persone in giro per grandi magazzini e vie del lusso, segnalando loro offerte speciali, nuove mode e must have (un po’ come lo storico canale televisivo QVC o i nostri Giorgio Mastrota, ma con maggiore allure, età di massima 20 anni e prodotti più cool di materassi e pentole): in Cina, questo shopping a distanza è un boom da centinaia di miliardi di yuan (solo Taobao ne ha realizzati cento milioni nel 2018), e gli Stati Uniti stanno seguendo a ruota. Un mese dopo l’altro, va scomparendo il mondo di matrice ancora tardo-ottocentesca in cui l’Occidente continua a vivere; vanno annullandosi i suoi modi e, soprattutto, il suo modo di conoscere: per esperienza, per educazione, per interesse vero. Cercando, sbagliando, gustando la gioia della scoperta. L’Experience, scritto in inglese, che tutti i marchi della moda, del turismo, del lusso, perfino del credito vantano nella propria comunicazione, è un momento guidato, fondato sul presupposto del consumo.

COSÌ DELEGHIAMO L’ESPERIENZA

Continuiamo a usare beni e oggetti sviluppati su prototipi ottocenteschi o del primo Novecento come automobili, grandi magazzini, telefoni; viviamo e studiamo grazie a istituzioni pluricentenarie, che in meno di un secolo hanno eliminato, almeno in senso tecnico e almeno in Europa, l’analfabetismo. Perfino l’èra post moderna, “the age of communication” dei servizi al posto dei beni, è ancora il frutto di un pensiero di stampo antico che mette al centro l’uomo e i suoi sensi. Eppure, stiamo delegando questa volontà di esperienza, questa “pratica”, a qualcuno che ce la offre preconfezionata, perfino a distanza: viviamo il department store, e l’esperienza dello shopping, attraverso gli occhi di un altro, senza toccare, senza annusare, senza, soprattutto, “essere lì”. Senza mai cercare quelle calze che non potremmo comunque mai toccare, per il solo gusto di farlo, per la gioia della scoperta e dell’unica “experience” che valga la pena di fare. Quella empirica, autonoma, che ci fa sentire dei piccoli esploratori anche in un negozio di bric à brac.

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