Basilea 2: credit crunch e crisi di liquidità, come difendersi

25 Dicembre 2014 07.00
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La favola si chiama «Basilea 2: ecco spiegato il credit crunch e la crisi di liquidità del sistema bancario». Ma è una storia che non ha un lieto fine.
Quante volte mi sono sentito dire da ex clienti ‘affidati’ della banca (oggi clienti della nostra società di consulenza): «Caro dottore da quando è andato via lei non ho capito più nulla, mi hanno aumentato i tassi, mi hanno stretto in un imbuto chiedendomi di restituire i soldi dei finanziamenti che lei mi aveva concesso e infine mi hanno costretto a chiudere l’azienda. Il direttore che è arrivato dopo di lei è un uomo senza scrupoli, uno che ha i peli sul cuore, un ‘cattivo’ perché mi ha ridotto cosi, rispondendomi sempre che avevo un rating che non mi consentiva più di essere considerato un cliente della banca».
RELAZIONE TOP-DOWN. Non è così. Questa volta, cari amici imprenditori, vi sbagliate perché state ‘personalizzando’ una strategia aziendale ben definita (per chi la capisce) e che non rappresenta il capriccio di un uomo alimentato da una antipatia o da una scarsa capacità relazionale.
È vero, questa qualità non sempre è presente nel «manager bancario di filiale» perché «cresciuto ed educato» sempre per gestire una relazione psicologica (nei confronti dei clienti affidati) top-down e che quindi, anche quando deve dire un «no», lo riferisce con una «arroganza e con una mancanza di tatto» che urta sensibilmente le coscienze di imprenditori che dalla mattina alla sera devono già combattere con fornitori, clienti, Stato e, in certe zone, anche con altri poteri.
LE REGOLE DI BASILEA 2. Però dal 2010 in poi questo cambio di atteggiamento, è bene saperlo, da parte del «manager bancario di filiale» è stato dettato dall’alto, imposto cioè dal top management, violentemente voluto da chi decide le strategie e non certo dal direttore dell’ultima filiale del paese.
Allora, forse, è venuto il momento di spiegare bene, e in maniera molto semplice, perché le banche hanno adottato tale strategia.
Perché hanno dovuto applicare le regole stabilite dall’accordo definito «Basilea 2», dal nome della città dove ha sede la Banca dei regolamenti internazionali. 
ACCORDO INAPPLICATO. Si tratta di un accordo Interbancario internazionale di vigilanza prudenziale del 2007 riguardante i requisiti patrimoniali delle banche. In base a esso, gli istituti di credito dei Paesi aderenti devono accantonare quote di capitale proporzionate al rischio assunto, valutato attraverso lo strumento del rating.
Ma come, un accordo del 2007 che ha iniziato a essere applicato seriamente solo nel 2010? Perché l’accordo interbancario, fino a quando non è successo il finimondo a seguito della crisi dei mutui subprime negli Usa (2008-09) con il governo che ha deciso di «far fallire una delle banche più importanti del Paese», era rimasto solo un’intesa formale che nessuno metteva in pratica in quanto si trattava di mettere mano agli utili delle banche.

 

 

GUADAGNI SUI DEPOSITI. Proviamo a vedere i dettagli semplificando i concetti e facendo riferimento al grafico.
Supponiamo che l’attività di una banca (che ha la funzione, sancita dalla Costituzione, di raccogliere risparmio ed erogare credito) sia semplificata ipotizzando un solo cliente, tale Gennaro Esposito (nome di fantasia) che deposita 100 euro di risparmio personale e dalla Vesuvio srl, che invece richiede un prestito per la sua attività.
Esposito, per il fatto di depositare 100 euro, riceve una remunerazione pari allo 0,00001%. In tal caso la banca ci guadagna la differenza tra quel 0,00001% e lo 0,15% che è il rendimento che la stessa ottiene depositando poi a sua volta quei 100 euro presso la Banca centrale europea. Quindi, come si dice in gergo, guadagna circa 0,14999 basis point su 100 euro: pochissima roba.
SOLDI CEDUTI ALL’IMPRESA. La banca decide di ‘affidare’ (concedere un fido, un finanziamento) all’ipotetica Vesuvio srl ma, seppur consapevole di non rispettare i patti di Basilea 2 (benché promulgati, non ancora applicati), stabilisce che non può concedere più di 98 euro a un tasso del 10% e quindi con un guadagno (per la banca) di circa 9,85 (la differenza tra 10 e 0,15) basis point. Tanto margine, tanta roba.
Perché 98 e non 100 euro? Perché, prima dell’applicazione dei principi di Basilea 2, le banche avevano solo l’obbligo di rispettare il «vincolo della riserva frazionaria».
PROTEZIONE DEI GOVERNI. Di cosa si tratta? Di un accantonamento cautelativo di due euro per far fronte al cosiddetto «rischio di chiamata», cioè all’eventualità, mai presa seriamente in considerazione fino al 2010, che l’ipotetico Esposito potesse andare allo sportello a prelevare i suoi 100 euro. E come faceva la banca a restituirglieli se li aveva dati in prestito alla Vesuvio srl che nel frattempo li aveva investiti nell’acquisto di una fornitura di merce non ancora venduta (e quindi non poteva restituirli)? Semplice: acquistava i soldini sul mercato interbancario, presso la Bce, allo 0,15% e comunque ci guadagnava circa 9,7 basis point. Ancora tantissimo: valeva la pena correre qualche rischio, tanto comunque si sentivano tutelate dai governi dei loro Paesi e da una sorta di ‘delirio di onnipotenza’.
LA RIDUZIONE DEGLI UTILI. Per chiarezza si deve dire che per accantonamento s’intende una posta di bilancio per far fronte a degli impegni incerti (o rischi) sia per il loro ammontare sia per la loro scadenza.
Il conto accantonamenti permette cioè di riservare una parte dell’utile, che verrà utilizzata quando si presenterà l’entità definitiva della spesa, quando il rischio presunto si trasformerà in rischio effettivo (quando la previsione della perdita si trasformerà in perdita effettiva).
Quindi gli accantonamenti riducono gli utili di esercizio e più sono consistenti (e quindi maggiori rischi), meno sono gli utili.
IL DIETROFRONT NEL 2009. Allora i bilanci delle banche erano ‘non veri’ perché esprimevano utili che non tenevano conto degli effettivi rischi.
Quando scoppiò la crisi del 2009 e iniziarono a fallire le banche perché era evidente che in bilancio avevano apposto accantonamenti non veritieri, allora si decise di applicare, in maniera rigida, i patti di Basilea 2. Perché se iniziano a fallire anche gli istituti di credito, allora è guerra civile, disordine sociale. In breve il caos.

Con Basilea 2 si valuta l’affidabilità dell’azienda a restituire il prestito

Cosa stabilisce Basilea 2? Di ‘valutare’ la Vesuvio srl che ha in mano 98 euro della banca (ed è quindi un rischio) tenendo conto sostanzialmente di due parametri: a) i ‘numeri’ che esprime l’azienda (il suo bilancio in pratica): b) il cosiddetto «andamentale bancario» cioè come si ‘comporta’ con la banca (è regolare nei pagamenti? Oltrepassa mai il limite di fido? I suoi clienti la pagano regolarmente?).
Sulla base di questi due parametri, inseriti in un algoritmo, è assegnato un ‘voto’ per la Vesuvio srl, il cosiddetto rating, che, così come a scuola, varia su una scala che va da 1 (il voto migliore) a 12 (il voto peggiore) e che esprime «la probabilità di default» della Vesuvio srl, cioè la possibilità (il rischio) che nei prossimi tre-cinque anni l’azienda non possa più restituire i soldi.
ASSEGNATO UN RATING. Pertanto se la Vesuvio srl ottiene un voto «buono» (generalmente tra 1 e 5) – quindi le probabilità di non vedersi restituire i soldi sono basse – allora le banche sono costrette ad ‘accantonare’ percentuali di utili considerate fisiologiche e quindi, tutto sommato, conviene lasciare i soldi in mano all’azienda perché, come detto, l’istituto di credito sta guadagnando comunque circa 9,7 basis point.
Ma se la Vesuvio srl ottiene invece un voto «non buono» (generalmente da 6 a 12) – quindi le probabilità di non vedersi restituire i soldi sono elevatissime – allora le banche sono costrette ad ‘accantonare’ percentuali di utili molto alte, quasi ‘patologiche’ per un bilancio di un istituto di credito.
DUE MODI PER TUTELARSI. In questo caso, la banca, per tutelarsi, ha due alternative (per la verità sono soluzioni adottate congiuntamente): a) aumentare i prezzi (siccome ha già applicato un tasso di interesse del 10% alla Vesuvio srl, di quanto può aumentare il prezzo senza superare la soglia del tasso usuraio?); b) ridurre il rischio nei confronti dell’azienda, cioè chiedere alla stessa la restituzione dei soldi – quindi chiudere il rubinetto del credito – perché solo cosi può ‘compensare’ la consistente riduzione degli utili derivanti dagli accantonamenti (della serie ‘preferisco guadagnare poco ma guadagnare sicuro’).
L’USO DEL PRE-CONTENZIOSO. E se la banca non aumenta i tassi perché sono al massimo, oppure non riesce a farsi restituire il prestito perché la Vesuvio srl non ha i soldi (la crisi colpisce tutti), cosa succede? Si aprono i ‘pre-contenziosi’ con il cliente, oppure si devono contenere i costi, del personale in primis, perché gli utili si fanno o sulla pelle dei clienti (ricavi) o sulla pelle dei dipendenti.
Perché ho parlato di ‘pre-contenzioso’ e non di ‘contenzioso’? Le minacce dei funzionari di banca che promettono di girare la pratica all’ufficio contenzioso, nel caso non si rientri immediatamente dalla scopertura, sono puro terrorismo psicologico.
RIDUZIONE DELLE PERDITE. Le banche, infatti, non hanno alcun interesse a ‘girare’, in un momento di profonda crisi economica, le posizioni a ‘contenzioso’ per il semplice motivo che tentano prima di recuperare dalla Vesuvio srl quanto più possibile. O, quanto meno, tentano di ‘fortificare’ una posizione che talvolta è più debole di quanto si possa immaginare.
Perché se la banca girasse tutta la posizione (quindi l’intera esposizione debitoria della Vesuvio srl) incamererebbe in bilancio una perdita immediata dell’intero importo (98 euro) mentre se mantenesse la posizione ancora in incaglio o addirittura in bonis, al momento incamererebbe in bilancio solo il «costo dell’accantonamento» e cioè della previsione di perdita (e non della perdita reale) che potrebbe essere – a puro titolo di esempio – il 40% di 98 euro, ovvero 39 euro. Gli ‘squali’ si lascerebbero sfuggire un’occasione del genere? Se oggi si iscrive a bilancio un costo di 39 invece di 98, si avranno quindi utili maggiori.

Prima d’interrompere il rapporto si tenta di regolarizzare le posizioni

Dunque, cosa fanno le banche nel momento in cui hanno deciso di ‘disimpegnarsi’ dalla gran parte dei rapporti bancari con rating patologici?
In questa fase gli istituti di credito cercano in ogni modo di ottenere la regolarizzazione formale delle singole posizioni prima di interrompere il rapporto (girare a contenzioso) e di attivare le garanzie, cioè di richiedere i soldi ai garanti – se l’azienda ha liquidità – con la possibilità di agire sui beni immobili degli stessi.
PRATICA ‘SCORRETTA’. Quest’opera è svolta in maniera surrettizia e talvolta scorretta, perché ‘camuffata’ attraverso: a) offerta di un piano di rientro con una clausola che «manleva le banche da ogni responsabilità in merito alla concessione del finanziamento e che determina, da parte della Vesuvio srl, il riconoscimento del saldo» e quindi una ‘blindatura’ di fronte al diritto di contestarlo successivamente; b) concessione di un finanziamento (a tre-cinque anni) che non costituisce nuova finanza per l’azienda, ma serve solo a eliminare la pregressa esposizione di conto corrente (anche in questo caso il nuovo contratto presenta la clausola di cui sopra).
Questa pratica rappresenta, come dicevamo, l’estremo tentativo, ancorché tardivo, per la ‘sistemazione’ dei vecchi affidamenti delle cui irregolarità la Vesuvio srl non ha consapevolezza.
Gli inviti, in questa fase apparentemente concilianti, sottendono la volontà di impedire che l’azienda possa, anche giudizialmente, sollevare eccezioni di sorta durante la chiusura del rapporto – o peggio – in sede contenziosa.
NUOVO POTERE NEGOZIALE. Allora, ai primi ‘segnali’ di approccio diverso da parte della banca, occorre affidarsi a un consulente esperto che si propone di affiancare la Vesuvio srl nell’opera di contrasto al descritto comportamento e nella tutela dei suoi diritti, offrendo le indicazioni necessarie per l’avvio di una preventiva azione giudiziaria al fine di proporre tutte le questioni giuridiche che l’istituto di credito avrebbe voluto, surrettiziamente, evitare e quindi trasformando una criticità evidente in una seria opportunità per resistere a istanze tanto pressanti quanto vessatorie. Acquisire tale consapevolezza conferisce alla Vesuvio srl il potere contrattuale necessario per trattare da pari a pari con la banca invertendo in tal modo il rapporto di forza che per decenni l’ha vista come «contraente debole».
Questa consapevolezza necessita di coraggio di chi deve decidere il suo futuro affidandosi a professionisti preparati che accompagnino l’imprenditore in questa ‘negoziazione’.
IL CASO ETIHAD-ALITALIA. Vi siete chiesti mai perché Etihad, nel tentativo di acquistare Alitalia, ha preteso (e ottenuto) dalle banche creditrici lo sconto del 50% sulla esposizione e per il restante 50% la possibilità di trasformare il credito in capitale di rischio?
È come se la Vesuvio srl, esposta (leggi indebitata) nei confronti della banca di 100 mila euro, decida di vendere, trasformare, fondersi in un’altra azienda (per esempio la Partenope srl) e quest’ultima negozi con la banca il rientro : «Invece di 100 mila te ne do 50 mila e anzi quei soldi diventano quote di partecipazione (azioni) della Banca nella Partenope srl». Bell’affare vero?
Semplicemente – e sinteticamente – la negoziazione aveva invertito i rapporti di forza. La Partenope srl aveva trovato ‘qualcosa che non andava’ nei contratti tra Vesuvio srl e la banca e proprio questo le aveva permesso di negoziare non più come «contraente debole». Quel ‘qualcosa’ rappresenta il nostro know-how, la nostra forza professionale e negoziale e quindi se ne avete bisogno la vostra.

 

Per scrivere a Vincenzo Imperatore: [email protected] oppure la sezione contatti del sito www.inmindconsulting.eu

 

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