Basta battibecchi sulla leadership e lezioncine: la sinistra chiede identità

Peppino Caldarola
01/09/2017

Le dispute su Renzi, Pisapia e Bersani non portano a nulla. Per ripartire serve un progetto radicale di riforma sociale. E un Manifesto che accolga il meglio della nostra storia: da Nenni a Ingrao e Amendola. Mollando l'ossessione per il governo.

Basta battibecchi sulla leadership e lezioncine: la sinistra chiede identità

Un normale militante di sinistra legge i giornali e gli viene da piangere. Si parla di stupri e si discute non sulla efferatezza di questo delitto ma sulla etnia di chi lo compie. Legge che sono aumentati i posti di lavoro a tempo determinato e dovrebbe, gli dicono i renziani, essere felice. Scopre che il Paese è in guerra contro i poveri più poveri, e che nelle "coree" urbane ci sono mamme e uomini dalla faccia truce che caccerebbero i neri con i forconi. Legge di un ex premier che continua a descrivere una situazione tutta rose e fiori. Legge di un ministro dell'Interno che, dopo aver fatto un patto con libici di inenarrabile narrazione, vanta il blocco dell'immigrazione senza occuparsi di chi muore laggiù. Legge tante cose brutte, guarda Vittorio Feltri, Del Debbio e Belpietro e sente profumo di fascismo. Tuttavia vede che la sinistra che si contrappone al Pd si divide fra il leader immaginario e gli altri che vorrebbero fare un partito antico.

STRETTI TRA NUOVE E VECCHIE DESTRE. Questo militante di sinistra non è un antagonista: a suo tempo criticò Bertinotti, tifò per il riformismo, si legò a Prodi malgrado Parisi, si divise fra D'Alema e Veltroni, credeva che la sinistra di governo avrebbe migliorato l'Italia. Mentre ora si accorge che le cose vanno a catafascio e che lo scontro vero sarà fra la rinata destra berlusconiana e il Movimento sempre di destra guidato da Beppe Grillo. Questo militante è stufo di autocritiche, analisi retrospettive, invettive contro la leadership. Crede di avere diritto a un po' di futuro per la sua vecchiaia e per la vita dei più giovani. Il quadro è questo, quindi da dove ricominciare?

LA SINISTRA NON È «DI GOVERNO». Non certo dal politichese, dal tipo di partito, dal conflitto sulla leadership. Bisognerebbe partire dalla cultura politica mettendo seri paletti. Il primo è che non si deve costruire né una forza di testimonianza, né una forza antagonista, né una forza noiosa che fa la lezioncina al mondo. Il secondo paletto è che la parola «riformismo» deve essere accompagnata dalla qualità della proposta, voglio dire che non è parola neutra. Il riformismo può essere di sinistra o no. Finora è stato «o no». Deve tornare a essere di sinistra. Questi paletti aiutano a definire meglio il campo di intervento purché siano chiare altre cose: si combatte per andare al governo ma, come in tutte le democrazie, ci si abitua a stare all'opposizione. La sinistra non è di governo, è sinistra.

La parola «riformismo» deve essere accompagnata dalla qualità della proposta perché non è neutra. Il riformismo può essere di sinistra o no. Finora è stato «o no»

L'altra cosa che deve essere chiara è la fine del politicismo, delle leadership improvvisate, dei contenuti mediatici. Questa sinistra ha leader legittimati dal consenso, si occupa di problemi reali, cerca di modificare il sistema. Quest'ultimo punto è dirimente. La sinistra nuova deve avere un album di famiglia che non avrà mai più figure intere ma pezzi di foto: ci vuole la saggezza del Togliatti della pacificazione, l'empatia popolare di Di Vittorio e Nenni, la visione riformista di Lombardi, il realismo di Amendola, il romanticismo di Ingrao, il solidarismo dei cattolici. Dallo scontro Berlinguer-Craxi va colto il lato suicida per poter dire «mai più».

SERVE UN PROGETTO RADICALE. La sinistra deve essere quella cosa che fa a botte con l'assetto attuale del potere. I suoi nemici non sono le burocrazie, anche quelle, ma chi comanda davvero anche sulle burocrazie e ha portato questo Paese a rinunciare ad avere una identità produttiva e quindi un ruolo. Questo problema in parte coincide con la natura del capitalismo, in gran parte con la natura del capitalismo italiano. La sinistra deve porsi il problema di contrapporsi a tutto ciò con un progetto di riforma sociale. Un progetto radicale. Il primo centro-sinistra aveva un progetto di radicale cambiamento della società e del potere che tragicamente non piacque ai comunisti.

UN MANIFESTO PER CAPIRE CHI SIAMO. Il militante di sinistra di cui sto parlando si annoia a parlare di Renzi, di Pisapia e, mi scuso con lui, di Bersani. Non gli dispiacerebbe se un gruppo di personalità vecchie e giovani scrivessero un Manifesto del cambiamento rivolto a tutti e chiedessero un impegno a chi lo sottoscrive. Questo Manifesto non deve essere la Tavola della legge, prevede compromessi e anche soluzioni politiche di transizione ma aiuterà a comprendere chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Oggi non sappiamo nessuna delle tre cose.

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