Chi è Ben-Menashe, il lobbista attivo in Venezuela

Ha fatto affari con Israele, Iran e Usa. È stato attivo nello Zimbabwe di Mugabe e in Sudan. Tra i suoi ultimi clienti ci sono anche il generale libico Haftar e l'anti-Maduro Henri Falcon. Il profilo del consulente preferito dai Signori della guerra.

03 Agosto 2019 18.00
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È Ari Ben-Menashe «l’uomo che in Venezuela sta cercando una soluzione che possa mettere d’accordo Trump e Putin», ha svelato Politico.com. E subito chi ha memoria storica dell’intelligence mondiale ha rizzato le orecchie. Si tratta infatti dello stesso luciferino personaggio che, a partire dal 1980, avrebbe gestito il trasferimento di armi Usa da Israele all’Iran degli ayatollah. Due nemici sulla carta, ma in realtà – al tempo – uniti da un comune interesse: fermare Saddam Hussein.

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In seguito Ben-Menashe fu mediatore pure tra gli stessi ayatollah e una delegazione di repubblicani Usa di cui faceva parte anche George Bush padre. Obiettivo: far sì che gli ostaggi americani sequestrati all’ambasciata di Teheran non fossero liberati prima delle elezioni del 1980, in modo da far perdere a Jimmy Carter la sfida con Ronald Reagan. Una carriera la sua che lo ha visto al soldo anche di Robert Mugabe e persino del generale libico Khalifa Haftar, tanto da guadagnarsi sul campo l’epiteto di lobbista preferito dai Signori della guerra.

GLI AFFARI CON IRAN, ISRAELE E USA

Ma chi è veramente Ari Ben-Menashe? Nacque nel 1951 a Teheran, da una famiglia ebrea irachena. Emigrato in Israele, nel 1977 fu ammesso come analista all’Aman, il direttorato di Intelligence militare, con l’incarico di raccogliere informazioni sensibili. Lui stesso raccontò come la sua carriera decollò dopo la Rivoluzione khomeinista, proprio per il fatto che ai nuovi vertici dell’Aman arrivarono personaggi con cui era stato in contatto da ragazzino. Nel 1985-86 Ben-Menashe fu anche al centro del famoso scandalo Iran-Contras. Ufficialmente all’Aman rimase fino al 1987. Due anni dopo venne arrestato negli Stati Uniti per aver violato l’Arms Export Control Act che vietava di fornire armi all’Iran. Secondo l’accusa, aveva cercato di vendere a Teheran tre aerei da trasporto Hercules C-130 falsificandone i certificati. Fu rimesso in libertà nel 1990, dopo aver convinto il tribunale che aveva agito per conto di Israele. A quel punto si trasferì in Australia dove chiese lo status di rifugiato perché, a suo dire, era perseguitato dai governi israeliano e statunitense. Canberra però glielo negò. Così nel 1993 traslocò in Canada, dove vive tuttora.

Robert Mugabe.

IL DOPPIOGIOCO TRA TSVANGIRAI E MUGABE

Nel 2002 Ben-Menashe riapparve in Zimbabwe, dove accettò una consulenza per il leader dell’opposizione Morgan Tsvangirai. Il quale però ignorava il fatto che, nel frattempo, Ben-Menashe avesse già accettato un analogo incarico dal presidente Robert Mugabe. Il gioco durò fino a che la registrazione di una conversazione in cui si pianificava il modo di eliminare Mugabe venne inviata al governo di Harare. Tsvangirai rischiò una condanna a morte, ma su pressioni internazionali nel 2004 il tribunale decise di derubricare le accuse: venne stabilito che nella conversazione “rubata” l’eliminazione a cui si faceva riferimento era politica e non fisica. Nell’intrigo Ben-Menashe incassò comunque 14 milioni di dollari da Paul Le Roux, un personaggio ancora più luciferino di lui, genio a un tempo dell’informatica e del narcotraffico. Il suo nome era apparso anche durante la caduta del regime in Sudan. La giunta militare gli aveva affidato una consulenza per curare la sua immagine presso la stampa internazionale. Non un lavoro a buon mercato: si parla di una parcella da 6 milioni di dollari.

Henri Falcon, ex sfidante di Maduro in Venezuela.

LOBBISTA PER HENRI FALCÒN

Residente a Montreal, ufficialmente oggi Ben-Menashe è un businessman canadese che si occupa di export ed è titolare di una società di consulenza. Ed è legalmente lobbista (con un contratto da 200 mila dollari) per Henri Falcón. Ex-sottoufficiale dell’esercito venezuelano e avvocato, fu tra i fondatori del partito di Hugo Chávez. Nel 2010 Falcón ruppe con il leader passando all’opposizione con il partito Avanzata Progressista. Dopo varie vicissitudini si è presentato alle Presidenziali del 20 maggio 2018 contro Maduro ottenendo solo 1.820.552 voti (contro i 5.823.700 del candidato chavista).

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Adesso l’ex sottoufficiale, aiutato dal lobbista Ben-Menashe, starebbe cercando di convincere Donald Trump di essere la persona giusta per superare la crisi in cui versa il Paese, una sorta di presidente di compromesso tra Juan Guaidò e Maduro, in grado di difendere anche i legittimi interessi russi. Non sarà un lavoro facile per il lobbista dei Signori della guerra visto che il nome di Falcón è oggi una delle pochissime cose su cui maduristi e antimaduristi sono d’accordo: per entrambi gli schieramenti è un traditore.


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