Berlino, Merkel viaggia armata

Pierluigi Mennitti
30/05/2012

Nelle missioni all'estero con la cancelliera anche le lobby dell'industria militare.

Berlino, Merkel viaggia armata

da Berlino

Un posto fisso sull’aereo di Stato della cancelliera lo hanno
sempre trovato. Si tratta dei rappresentanti della potente lobby
delle armi, i protagonisti della faccia meno presentabile
dell’irresistibile export tedesco.
Presenti, spesso e volentieri, nelle delegazioni ufficiali che
accompagnano i membri del governo nei viaggi di lavoro
all’estero, con cui il sistema-Germania diffonde e consolida
la sua presenza imprenditoriale nel mondo.
Dall’Europa all’Asia, dal Medio Oriente all’Africa e
perfino in quei Paesi che nelle liste delle organizzazioni
internazionali occupano le posizioni meno nobili quando si tratta
di valutare il rapporto delle élite politiche rispetto alla
democrazia e ai diritti umani.
VENDITA DELLE ARMI IN SORDINA. A margine degli
incontri politici, utili a creare le cornici adatte per nuovi
rapporti, gli imprenditori stringono contatti, sviluppano
strategie comuni, concludono affari. E quelli che riguardano la
vendita di armi e tecnologie militari scivolano spesso in secondo
piano, coperti a volte da segreti di Stato, a volte da pudicizie
che hanno il sapore dell’ipocrisia. Si fa, ma non si
dice.
«Angela Merkel e i componenti del suo gabinetto si sono fatti
regolarmente accompagnare nelle missioni all’estero da
rappresentanti della lobby degli armamenti», ha rivelato il
Tagesspiegel, «come risulta dalla
risposta del governo a un’interrogazione presentata dal
gruppo della Linke, la sinistra radicale».
SMENTITI I TRAFFICI ILLEGALI. Si tratta in
particolare di 10 missioni all’estero, effettuate a partire
dall’inizio dell’attuale legislatura, alle quali hanno
partecipato anche delegazioni di imprenditori, fra i quali non
mancavano rappresentanti di aziende che fabbricano prodotti in
conformità con la legge sul controllo degli armamenti. Come
dire, nessun mediatore in odore di traffici illegali: una
precisazione eccessiva e forse non necessaria. Sarebbe il
colmo.
MERKEL COME IL SUO PREDECESSORE. «Fra le
destinazioni spiccano Paesi come Turchia, Emirati Arabi, Arabia
Saudita, Bahrain, Qatar, India, Angola, Kenia e Nigeria», ha
aggiunto il quotidiano berlinese, «e gli accompagnatori erano
membri dei consigli di amministrazione o direttori delle
aziende». Quasi a giustificare la consuetudine, il
sottosegretario agli Esteri Emily Haber, autrice della risposta,
ha puntualizzato che «Merkel non si è comportata diversamente
da quanto facesse il suo predecessore socialdemocratico Gerhard
Schröder».
Come la politica estera, anche il delicato aspetto della vendita
di armi segue il filo conduttore della difesa degli interessi
nazionali (politici ed economici), che resta sostanzialmente
immutata a ogni cambio di governo.

Nel 2010 vendite cresciute del 60%: giro d’affati per 2,1
miliardi di euro

Che la Germania abbia scalato velocemente le posizioni diventando
il terzo Paese esportatore di armamenti dopo
Stati Uniti e Russia
non è più una novità: secondo dati
diffusi dallo stesso governo alla fine del 2011, nel 2010 le
vendite di armi e di automezzi militari pesanti erano cresciute
del 60%, per un volume d’affari complessivo di 2,1 miliardi
di euro.
Così come non è un segreto che, fra gli Stati industrializzati,
sia in vigore la regola del così fan tutti, nel segno di una
concorrenza spietata per nuove commesse e nuovi mercati.
STRATEGIA DISINVOLTA DI BERLINO. Per quanto
riguarda Berlino, stona però una certa dissonanza fra la
retorica pacifista e di difesa della democrazia profusa a piene
mani dal governo tedesco e la pratica disinvolta con cui lo
stesso persegue gli interessi dei produttori nazionali di
armamenti.
Una disinvoltura che in tempi recenti ha creato seri imbarazzi a
Merkel, come nei casi della vendita di 200 carri armati
all’Arabia Saudita nel momento in cui Riad inviava i suoi
soldati a reprimere con durezza le rivolte in Bahrein (altro
Paese compreso nelle missioni istituzionali tedesche), o della
scoperta di fucili d’assalto della Heckler and Koch in Libia
dove in teoria vigeva un divieto di commercio, o ancora, per
restare in Europa, il fatto che l’austerity della cancelliera
si fermasse di fronte all’obbligo per Grecia e Portogallo di
ottemperare i pagamenti per costose (e forse non prioritarie)
commesse militari ottenute dalla Germania.
DAL 2009 GIÀ 16 MISSIONI ALL’ESTERO.
La risposta di Haber all’interrogazione della Linke contiene
anche il dettaglio delle missioni: «Dal 2009, i lobbisti delle
armi hanno preso posto negli aerei di Stato in 16 missioni
all’estero del ministro degli Esteri Guido Westerwelle (tra
cui Yemen, Arabia Saudita e India), in tre dell’ex ministro
dell’Economia Rainer Brüderle (Brasile, Turchia e India), in
uno del suo successore Philipp Rösler (meta delicata: la Libia
post rivoluzionaria). In nessun caso hanno accompagnato i
due ministri della Difesa che si sono succeduti nel gabinetto
Merkel: Karl-Theodor zu Guttenberg e Thomas de Maizière. Il
governo ha inserito nelle sue liste solo i rappresentanti di
quelle aziende che, nei rispettivi viaggi, ricoprivano un
riconosciuto interesse nazionale».
ACCORDI DA VALUTARE IN ARABIA SAUDITA. Il
Tagesspiegel ha concluso citando una dichiarazione del
deputato della Linke Jan van Aken, «secondo il quale, nelle
missioni di Westerwelle in India e Brasile e in quella di Rösler
in Libia, erano presenti rappresentanti della società
Eads-Cassidian, che ha giocato un ruolo centrale nel losco
accordo con l’Arabia Saudita per la costruzione di un
impianto di sicurezza delle frontiere».