Berlusconi e gli abusi al telefono

Elisabetta Grandi
24/01/2011

Il premier alla cornetta: dal rilascio di Ruby allo scontro con Lerner.

Berlusconi e gli abusi al telefono

 

Il Cavaliere che telefona in diretta a una trasmissione tivù per insultare il conduttore e i suoi ospiti e ordinare alla parlamentare del suo partito di lasciare immediatamente quel «postribolo», commette formalmente il medesimo abuso della telefonata alla questura di Milano per far rilasciare la sua amichetta minorenne che avrebbe potuto procurargli parecchi guai.
Non stiamo parlando di reati, ma di abusi formali che hanno valenza sostanziale. Quale altro cittadino può chiamare la polizia e ottenere il rilascio di una persona fermata? Chi di noi può chiamare in diretta tivù e insultare il conduttore di una trasmissione (e certo non ci mancherebbero le occasioni)?
L’ORDINE ALLA ZANICCHI. Poi ci sono i toni. C’è l’insulto alle «cosiddette signore», cioè le ospiti presenti all’Infedele, tutte molto pacate e riflessive, salvo la frequentatrice dei festini di Arcore, molto offesa e reattiva per una battuta collaterale di Lucrezia Lante della Rovere («basta chiamarle escort, diciamo mignotte…»).
C’è l’aggressione a Lerner, che aveva introdotto il talk show ricordando l’assenza di Berlusconi ai funerali di un soldato italiano ucciso in Afhghanistan perché troppo stanco per partecipare, dopo aver fatto tardi la notte a causa di uno dei soliti festini. C’è l’ordine perentorio alla Zanicchi (talmente sopra le righe lei, da risultare poco credibile nella difesa appassionata del suo eroe) di lasciare immediatamente il postribolo in cui si trovava. Una tracimazione di registri e di linguaggi che se da un lato segnalano un’ulteriore perdita di controllo di se stesso da parte del premier, dall’altro fanno presagire un aggravarsi della guerra in corso, che vede la tivù come principale campo di battaglia.
FILMATI AUTOREFERENZIALI. Psichiatricamente parlando, l’accanimento di Berlusconi nel rimanere aggrappato al suo scranno e al suo ruolo, incurante del discredito internazionale e ora anche del biasimo ufficiale dei vescovi, andrebbe forse analizzato a partire dalle cronache dei famosi festini non solo ad Arcore, ma anche a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa. Uno degli afrodisiaci utilizzati nelle serate, secondo i numerosi racconti di chi vi ha partecipato, è la proiezione di filmati che mostrano le gesta del presidente del Consiglio nella sua poderosa azione di governo, soprattutto in politica estera.
IL VALORE DELLA PREMIERSHIP. Il Cavaliere e Putin. Il Cavaliere e Gheddafi. Il Cavaliere che convice Obama a salvare le banche americane. E così via, come capitoli di un FilmLuce riadattato ai tempi. La carica di premier, quindi, è strettamente funzionale alla riuscita della festa, è il travestimento di Silvio, proprio come le ragazze devono travestirsi da poliziotta o da infermiera con le autoreggenti bianche. In sintesi, non è vero che lui organizza feste per rilassarsi dalle fatiche del governo, sembra vero il contrario: deve essere premier perché altrimenti gli si rovinano le feste, perde il suo ruolo in commedia. Senza la premiership, rimarrebbe soltanto un vecchio e patetico erotomane pieno di soldi, e non potrebbe aggirare l’atroce sospetto che le discinte pulzelle che gli sgambettano davanti non siano mosse da schietta ammirazione politica per il loro anfitrione-statista.
Come il Carlo Martello della canzone di De André, dovrebbe amaramente concludere che «È mai possibile o porco di un cane / che le avventure in codesto reame / debban risolversi tutte con grandi puttane…».